Business islam: vendono schiave e comprano titoli

SchiaveLe Parisien del 5 novembre ha ripreso e pubblicato un documento sconvolgente, diffuso dall’agenzia di stampa irachena Iraqinews. E’ recentissimo, datato 16 ottobre. Si tratta del tariffario fissato dall’Isis per la vendita di donne yazide o cristiane come schiave. In base all’età, alla dentatura, al colore degli occhi possono essere “comprate” ad un prezzo variabile tra i 35 ed i 138 euro: il massimo è previsto per le bambine tra 1 e 9 anni, 104 euro per le ragazze tra i 10 ed i 20 anni, 69 euro per le giovani tra i 20 ed i 30 anni, 52 euro per le donne tra i 30 ed i 40 anni. Infine, il minimo, 35 euro, è previsto per quelle tra i 40 ed i 50 anni.

L’Isis, che ha già allestito diversi mercati per la compravendita di schiave a Mosul in Iraq o a Racca in Siria, ha giustificato tutto questo, attingendo direttamente dalla teologia islamica: «Tutti devono ricordarsi che schiavizzare famiglie di infedeli e sposare le loro donne è un punto fermo e definito della sharia ovvero della legge islamica», spiega l’organizzazione terroristica in una pubblicazione on line, citata dalla CNN. Ancora oggi. Lo stesso Maometto aveva schiavi, al punto da sentire la necessità di regolamentarne l’uso. Quando, nel 1830, i Francesi giunsero ad Algeri, provincia dell’Impero ottomano, vi liberarono centinaia di schiavi cristiani.

Intanto, la Mezzaluna prosegue in modo silenzioso e suadente, ma non per questo meno inquietante, la sua conquista dell’Occidente tramite le Borse internazionali: la Gran Bretagna, da questo punto di vista, risulta sempre più essere una promettente terra di conquista per la finanza musulmana, grazie agli aiuti che quest’ultima riceve tanto dagli ambiti governativi quanto dai privati. Sono ben 22, infatti, le aziende che offrono prodotti finanziari conformi alla sharia ovvero alla legge islamica per un patrimonio complessivo, lo scorso anno, di circa 19 milioni di dollari, già ora superiore a quello di alcuni Paesi del Golfo. Senza contare come in Inghilterra siano addirittura sei le banche musulmane operanti.

Ma la conquista del mercato britannico non giunge solo da titoli, azioni ed obbligazioni, bensì anche dal commercio al dettaglio, consentendo così una penetrazione capillare nei consumi nazionali, casa per casa, cercando d’intercettare i gusti nazionali: tra meno di un mese, a dicembre, giungerà nelle scansie di tutti i supermercati il whisky halal, prodotto da sempre considerato un’eccellenza inglese, stavolta però realizzato in conformità ai dettami della sharia, peraltro da una compagnia statunitense, la ArKay, in qualche modo specializzatasi nel settore, ottenendo una certificazione halal su tutto il suo catalogo. Nel caso specifico del whisky, ciò è stato possibile producendone un tipo molto particolare ovvero senz’alcool. Talha J. Ahmad, membro del comitato di lavoro centrale del Consiglio Musulmano d’Inghilterra s’è detto fiducioso che l’iniziativa commerciale possa riscuotere successo specie «fra i musulmani che bevono» e che potrebbero quindi considerarla «un modo per mantenere la loro abitudine senza dover per forza bere alcoolici».

Intanto, secondo un’indagine condotta ad ottobre, i terroristi islamici del Fronte di Liberazione siriano, dell’Isis e di al-Nusra invierebbero una media di 90 tweet al minuto, per diffondere i loro appelli alla jihad in tutto il mondo, Occidente in primis: è il dato emerso dalla campagna di sensibilizzazione denominata Sakinah, promossa dal CTC, Combating Terrorism Center saudita, ente rappresentato da Andulmunim al-Mushawah, che in merito è stato molto chiaro: in un solo giorno sarebbero almeno 129.600 i tweet messi in rete. Per questo ha chiesto l’istituzione di un comitato di censura, che identifichi ed analizzi almeno i contenuti più scabrosi e farneticanti.

Unico problema: che di fronte a cotanta intraprendenza islamica, l’Occidente, muto, lascia fare.

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