Ai confini dell’umano. Il congresso

(di Davide Greco su Catholic.net del 01-03-2012) La scienza procede e sembra che la sua strada sia ormai quella di una condotta solitaria. Un po’ dappertutto, però, si sente il bisogno di avvicinare morale e scienza, fede e sapere scientifico. A molti le risposte tecnologiche non bastano. In ambito bioetico è stata prodotta una vasta letteratura, ma il desiderio di sapere di più, di conoscere in modo non arido, coinvolge molti altri settori.

Proprio per questo è stato organizzato il congresso internazionale Ai confini dell’umano. La persona umana nell’epoca della rivoluzione biotecnologica. Un convegno che per due giorni ha richiamato tanto pubblico e una rosa eccezionale di relatori da tutto il mondo.
Uno sforzo promosso dall’Associazione Famiglia Domani, in collaborazione con The Life Guardian Foundation e Family of the Americas, con il contributo della Fondazione Roma Terzo settore.

Riassumerlo in un servizio è praticamente impossibile, per la sua densità e per l’interesse. A completamento di questa esperienza, seguirà la pubblicazione degli atti da parte della casa editrice Lindau di Torino.

Perché i confini dell’umano.
I confini dell’umano sono i confini della vita, della morte. Sono momenti fondamentali, preziosi, che non devono essere risolti da definizioni insufficienti. Definire i confini vuol dire sapere con certezza fino a dove l’intervento umano può spingersi, togliendo il rischio di toccare posizioni aberranti o pericolose per la dignità dell’uomo.

È il curatore del congresso, il prof. Roberto De Mattei, a spiegare la necessità di una riflessione sul tema. Il mistero che avvolge la nascita e la morte resta l’elemento da cui partire per delimitare la precisione della conoscenza. Nell’imprecisione, deve prevalere la cautela e il rispetto.

Senza una premessa antropologica esatta dell’uomo questi confini rischiano di essere arbitrari. Dissolvere i confini dell’uomo, vuol dire dissolvere la sua essenza. Vuol dire privarlo di un fine e farlo precipitare nel caos. Lo abbiamo visto, lo stiamo vedendo. Senza dei confini precisi tutto è concesso. È concessa la distruzione del feto all’interno del grembo della madre, è concessa la definizione di morte celebrale quando il corpo è ancora vivo.

Ci sono delle opinioni diffuse che sembrano del tutto consolidate in ambito scientifico. Ma spesso un’evidenza scientifica ha bisogno di tempo per essere correttamente espressa: in questi anni invece la semplificazione tende a prevalere.
Queste opinioni toccano principalmente due luoghi della ricerca medica: la superficiale definizione di “morte celebrale” e la pallida attenzione verso le conseguenze psico-fisiche dell’aborto.

Mito da sfatare I: la morte celebrale.
La morte celebrale non è la vera morte. C’è un caso che vale per tutti, praticamente ignorato dalla stampa italiana. È quello di Zach Dunlap, 21 anni, Oklahoma City, del marzo del 2008. Dichiarato morto dopo ben due scansioni al cervello. I test Tecnezio assicuravano che non c’era nessun flusso ematico nella zona encefalica ed entrambi soddisfacevano tutti i requisiti medico-legali richiesti per la morte celebrale. Dopo 36 ore di “brain death” fu disposto l’espianto degli organi. Poteva essere la fine della sua storia.
Invece Zach si è risvegliato, contrariamente ad ogni immaginazione scientifica. Il racconto si può trovare su questo sito, in inglese. Alcuni hanno parlato di miracolo, ma è proprio la scienza a dirci come è andata. Non la scienza di chi vuole semplificare, bensì quella di chi vuole capire.

Il prof. Cicero Galli Coimbra, dell’Università di San Paolo, ha spiegato cosa può essere successo. Si tratta di un fenomeno noto come penombra ischemica, in cui il cervello risulta silente a livello funzionale, e che spesso viene scambiata erroneamente per morte celebrale. È una condizione in cui si riduce drasticamente il flusso sanguigno al cervello, tanto da non risultare in nessun test.

Ma il paziente è ancora vivo: se a questo punto si togliessero gli organi, lo si farebbe ad una persona che ancora sente tutto, ma non può comunicare.
I pazienti entrano nel danno celebrale permanente perché, in questo caso, si trovano in uno stato di insufficienza tiroidea. La somministrazione di ormoni della tiroide farebbe sì che il volume dei due emisferi del cervello ritorni ad uno stato di normalità e il flusso sanguigno non venga “strozzato” dall’ipertensione intracranica.

Invece viene quasi sempre applicato il test di apnea. In pratica si toglie il respiratore al paziente per circa 10 minuti, sperando che lo stress da anidride carbonica lo faccia respirare. Per 10 minuti. Questo test, da molti considerato affidabile, uccide quasi il 40% dei pazienti: o muoiono soffocati o stroncati da un arresto cardiaco. Tuttavia, sono ancora utili per l’espianto degli organi.

Quello che si vuole dire è che il concetto di irreversibilità cambia di volta in volta, in base alle scoperte mediche. Però il tentativo di definire in un altro modo la morte celebrale non è mai ben accettato.

Il prof. Paul Byrne lo dice da anni. Il suo sito www.lifeguardianfoundation.org è pieno zeppo di dati. La definizione “brain death”, morte celebrale, ha origine nel 1968, dopo il secondo disastroso tentativo di trapianto di cuore. Si trova, in particolar modo, in un documento sprovvisto di fonti documentarie dell’Università di Harvard dal titolo A Definition of Irreversible Coma, Report of the Ad Hoc Committee of the Harvard Medical School to Examine the Definition of Brain Death (Una definizione del coma irreversibile.

Rapporto del Comitato dell’Harvard Medical School appositamente riunito per esaminare la definizione di morte celebrale). Da allora, il criterio per stabilire la morte celebrale è stato chiamato “Harvard Criteria”.

Secondo Byrne c’è una vera e propria industria degli organi, che incentiva la donazione. La gente accetta l’espianto perché non sa. Pensa che succederà quando sarà morta, invece non è così.

Gli organi vengono tolti in condizioni di quasi morte. Una prova è il ventilatore: se funziona, ovvero se avviene l’espirazione, vuol dire che il corpo è ancora vivo. Una macchina è in grado solo di immettere aria in un polmone, non di estrarla.

Per questo Byrne definisce nettamente la vera morte su criteri precisi: non c’è battito, non c’è respirazione, non c’è circolazione, il corpo non risponde agli stimoli, non assimila alimenti, non produce escrezioni, ha perso le proprietà elastiche, è freddo.
Per definire la morte, non è mai stato minimamente preso in considerazione questo approccio. Non si è mai considerata l’elasticità del tessuto polmonare. Nel caso di morte celebrale, i bronchioli continuano a fare il loro dovere, cosa che non succederà mai con una persona morta.
E ancora di più, in modo impressionante, il cuore viene estratto che batte ancora. Batte. Si può definirlo morto?

Mito da sfatare II: l’assenza di conseguenze nell’aborto.
In Italia, la donna è il punto centrale della legislazione in materia d’aborto e detiene il diritto di terminare o meno la gravidanza. Questo principio si chiama autodeterminazione della donna. Di solito viene presentato come una “scelta” che fa parte degli “atti liberi” di una persona.

Secondo Claudia Novarini, ricercatore di filosofia morale alla UE di Roma, già nelle premesse c’è un’illusione semantica. Implicitamente si comunica che la donna possa trarre un beneficio, un vantaggio dalla scelta abortiva. Già mettendo in campo la libertà, si dà una connotazione positiva all’aborto. Ma è davvero così? C’è veramente un beneficio?

Dagli anni ’90 si sono intensificati gli studi che approfondiscono questo tema. Molti fanno riferimento a gravi conseguenze post-aborto. Viene persino definita sindrome nello studio di C. e Barbara Willke, con tutte le caratteristiche di uno stress post-traumatico. Di solito si presenta dopo 6 mesi, ma può sopraggiungere anche dopo anni, in concomitanza con la data di aborto o quella di nascita presunta del bambino.

Tutti questi studi mettono in rilievo un fatto. Quando nella scelta abortiva predomina una ragione psicologica, piuttosto che solo fisica, le conseguenze possono essere anche gravi. All’inizio si sente un apparente sollievo, ma è solo l’inizio. La decisione di abortire resta una mina latente, che può esplodere a fronte di eventi successivi. Può sfociare in sensi di colpa, sogni, incubi, ansie, odio verso gli uomini o verso il compagno, disturbi della sessualità, uso di sostanze alcoliche, droghe. Fino a giungere a depressioni, piani, tentativi di suicidio, suicidio.

Nella maggior parte dei forum, scritti da donne che hanno vissuto questa esperienza, emerge che nel migliore dei casi non si può parlare di benefici per la salute psico-fisica della donna. Tuttalpiù, molte hanno imparato a convivere con la propria decisione, con qualcosa che prima o poi passa.

Il senso di colpa, poi, non è legato alla credenza religiosa come molti potrebbero credere. È invece collegato al ruolo che la donna sente di avere come culla della vita. Ancora più complessa è la questione con la RU 486. Con l’assunzione della pillola, si sente di avere un aggravante in più: la solitudine e l’attesa. Spesso si attende fino a 10 giorni per espellere il feto. In tutto questo periodo, si può anche cambiare idea, dubitare della scelta, ma ormai è troppo tardi. Non ci sono strutture ospedaliere, staff medico, cure, ma la pillola può essere assunta a casa.

La donna è l’unica che deve prendere una così importante decisione e portarla a termine. Nonostante la libertà di farlo, è solo lei che può convivere con questa scelta. Con tutte le sue personali, intime conseguenze.

La legge 194 del 1978. Una legge imperfetta.
Spesso si dimentica che già nel pre-cristiano Giuramento di Ippocrate era presente un ben preciso divieto: “Neppure fornirò mai a una donna un mezzo per procurare l’aborto”. Si tratta di una prova formidabile contro le pratiche abortive, e comportava la radiazione dalla professione.

Fino a qualche decennio fa, quasi tutti gli ordinamenti giuridici (compresa l’Italia) ne condannavano la pratica. Ma il quadro è mutato sensibilmente nel giro di pochi lustri. La legalizzazione dell’aborto si è sviluppata in modo rapido e sincronico e oggi è lecito in quasi tutti i paesi sviluppati. Quasi il 40% della popolazione mondiale vive in paesi dove l’aborto è legalizzato.

Il prof. Mario Palmaro, filosofo del diritto, fa il punto della situazione. Sottolinea come il cambiamento abbia avuto enormi conseguenze dal vista antropologico. Uno: l’aborto viene considerato come fatto storicamente irreversibile, da cui non si può tornare indietro. Due: le leggi di questo tipo tendono a diventare autolegittimanti, ovvero diminuiscono la possibilità di discussione e di confronto, mangiandosi la riflessione giuridica.

In Italia, prima della legge 194, non esistevano casi che permettevano l’aborto, concesso solo in “stato di necessità”, di pericolo di vita della donna (e non solo di salute). Dal 1978 si è stabilito di soppesare e stabilire di volta in volta i diritti della donna e del bambino, anche se la bilancia è sempre drammaticamente sfavorevole al feto. Da un lato dichiara che il nascituro è soggetto di diritto, dall’altro afferma che lo si può uccidere. La legge 194 è dunque una legge imperfetta.

Sono circa 5 milioni le vittime da allora, documentate. E anche se è in continua crescita l’obiezione di coscienza fra i medici, i dati restano quelli di una sterminio di massa.
La legge imperfetta,” afferma Palmaro “non può mai diventare giusta. Ci stiamo abituando a giudicare le leggi in base a categorie politiche, sociologiche o di consenso popolare. Col tempo ci si abitua a tollerare delle leggi che i nostri genitori hanno combattuto”.

Il Magistero.
Il filosofo Maritain scriveva: “Non bisogna inginocchiarsi di fronte al mondo”, come chiaro monito a non patteggiare mai troppo con le mode e le novità della contemporaneità. La posizione del Magistero della Chiesa, nei suoi insegnamenti infallibili, è quella di non scendere mai a patti con le correnti di pensiero intra-mondane, di non lasciarsi persuadere da questa o da quella corrente. Il Magistero si è sempre posto come luogo stabile di riflessione.

Nel discorso del 7 novembre 2008, Benedetto XVI ha ribadito la posizione di Giovanni Paolo II in materia di espianto degli organi: “E’ utile ricordare, comunque, che i singoli organi vitali non possono essere prelevati che ex cadavere, il quale peraltro possiede pure una sua dignità che va rispettata”. È perciò necessaria una definizione chiara e precisa della condizione di vera morte prima di poter procedere all’espianto, che molto probabilmente non può prescindere da studi come quelli del prof. Byrne.

Certo la definizione ex cadavere non aiuterà la libera azione di quelli che si fanno partigiani dell’espianto. Durante il convegno Josef Seifer, dell’Università di Salisburgo, ha ben sottolineato che a fronte di una non corretta conoscenza dello stato di true death, il dovere di ogni medico è quello di primum non nocere.

Ma c’è ancora un altro aspetto, decisamente importante, approfondito da mons. Luigi Negri. Non solo il Magistero è in grado di interpretare in maniera cauta e corretta gli eventi contemporanei, così da proporre una guida sicura, ma è capace, in alcuni casi, di possedere una portata profetica. È il caso della dibattuta Humanae Vitae di Paolo VI del 1963. In questa enciclica compaiono per la prima volta riflessioni non condivise e probabilmente nemmeno percepite dalla pubblicistica del tempo.

L’Humanae Vitae sottolinea che la vita va oltre lo schematismo delle regole civili. La vita non è un oggetto della conoscenza scientifica o sociale, non è un oggetto della manipolazione culturale. Quando scompare la sacralità della vita, l’uomo diventa una “cosa” che può essere manipolata quando, ad esempio, il benessere viene a mancare. E in questo periodo si vede bene dove i vari capitalismi possono portare.

In ambito scientifico non può esserci scienza pura, non tecnica pura, perché ogni modello viene interpretato da una prospettiva ideologica. Allora si rischia di cadere nell’arbitrio, nella definizione vincente ma pericolosa perché non poggia sul rispetto dell’uomo. O nell’arbitrio di una manipolazione che dipende dall’uso di strumento tecnologici.

Conclusioni.
L’uomo non è una macchina che può essere smontata e ricostruita. Le sue parti non sono pezzi meccanici da giustapporre grazie ad un ordine più o meno preciso. Secondo una buona parte della riflessione scientista, l’individuo può essere manipolato in modo plastico, fino a giungere ad una sorta di cosalizzazione (mai davvero esplicitata da queste correnti) che lo rende una cosa, un pezzo, un oggetto in mezzo a tanti altri.

I presupposti della manipolazione scientifica o sociale sono quasi sempre arbitrari, mai fissati in modo rigoroso, ma basati su categorie di degno/indegno, di libertà/assenza di sofferenza, che lasciano intravedere la pericolosità di quello che esprimono.

Il cardinale Leo Raymond Burke avverte: “La storia insegna quali genocidi sono stati commessi quando si è preteso di decidere quali vite sono degne o non sono degne. Ed è tipico dello stato totalitario”. Un esempio attuale può essere l’infelice terminologia introdotta con stato vegetativo persistente.

Questo tipo di degradazione, anche semantica, lascia ben intendere che l’oggetto a cui si riferisce è inteso come “nullità”, “spazzatura”, che non si dovrebbe avere alcun problema a buttare via. Giovanni Paolo II nel Discorso del 20 marzo 2004 dichiarò invece che mai e poi mai una persona potrà diventare un vegetale o un animale.

La società ci abitua a pensare che la vita deve essere facile, comoda, indolore,” prosegue il Card. Burke. “La natura invece ci insegna che la sofferenza umana ha una dimensione spirituale e fisica allo stesso tempo”.

Togliere, cancellare la complessità del vivere umano vuol dire sottrarre sia i suoi confini, sia il suo fine nel mondo. Soffrire è dunque inutile?
La società potrebbe considerare la sofferenza inutile o lontana dalla dignità umana,” conclude il Cardinale “Ma noi sappiamo che è esattamente il contrario”.

Davide Greco

Donazione Corrispondenza romana