Aborto: le enormi sviste intorno alla legge 194

(di Davide Greco) Sposata, istruita, con un’occupazione, senza figli, fra i 25 e i 29 anni. Se leggiamo i documenti del Ministero della Salute e dell’Istat, è questa la descrizione tipica della donna che maggiormente ricorre all’aborto. Cerchiamo di capire cosa vuol dire. Dunque: le donne disoccupate sono quelle che abortiscono di meno, le occupate quelle che abortiscono di più. Superficialmente, si potrebbe concludere che proprio laddove ci sono più possibilità economiche, si tende all’interruzione.

È proprio così? Forse no. A parere di chi scrive, invece, questo dato conferma un’enorme svista nella macchina statale: quello delle politiche famigliari. Non bisogna fare grandi sforzi di ragionamento per immaginare che, nel mondo del lavoro, una donna che resta incinta rischia di perdere l’occupazione con molta più facilità. Il nostro sembra essere uno Stato che non solo autorizza l’aborto, ma non protegge nemmeno la famiglia con delle politiche adeguate. Non c’è un bilanciamento.

C’è però un’altra svista. Così importante da inquinare il nostro modo di osservare il fenomeno abortivo. Una svista che genera molti fraintendimenti: l’assenza delle motivazioni nelle statistiche. Non è un dettaglio da poco, perché proprio sulle motivazioni fanno leva i gruppi pro choice, quando fanno impersonare il problema alle cosiddette «situazioni limite». Diventiamo tutti un po’ incerti o almeno cauti, quando si parla di gravidanza a seguito di una violenza sessuale, di un’interruzione per gravissimi problemi al feto, o di insuperabili problemi finanziari e sociali. E i gruppi pro choice lo sanno bene. Tuttavia, se da un lato questo è il cuneo su cui i pro aborto spingono, dall’altro sapere con precisione quante siano le interruzioni dopo una violenza sessuale (ad esempio) non è così facile.

Perché? Uno: perché le motivazioni rientrano all’interno della normativa intorno alla privacy e due: perché questa fase preliminare di raccolta è svolta dai consultori e non direttamente dagli ospedali.

C’è quindi un blocco, un muro, vuoi per la legge, vuoi per la frammentazione degli attori sociali. Ma non sarebbe logico disporre di questi dati pubblicamente, pur conservando il diritto alla privacy? Non è importante saperlo, visto che le motivazioni “limite” sono sempre usate per dimostrare che la legge 194 è opportuna? Oltretutto, finché non diventano ufficiali, pochissime strutture ospedaliere rilasciano informazioni, anche solo in via generica. Fra quelli contattati, solamente un reparto di Torino ha acconsentito all’intervista, ma ha richiesto l’anonimato e la specifica solo in percentuali dei dati raccolti. Cosa è emerso in più rispetto ai dati nazionali? Ecco, ci sono due aspetti su cui poco si riflette: l’aumento della somministrazione della RU 486 e la diminuzione dell’età di chi richiede l’aborto per la prima volta.

L’età: questa voce è genericamente conglobata in “minorenni”. Il dato nazionale del 2009 riporta il 3.2% sul totale e commenta: «In generale il contributo delle minorenni all’IVG in Italia rimane basso con una leggera diminuzione anche nel tasso». Il dato ospedaliero del 2010 e del 2011 segnala invece un 10% in entrambi gli anni. Ma la cosa che sconcerta di più, e che nessun rilievo di questo tipo può documentare (proprio perché l’indicazione minorenni è troppo generale), è l’abbassamento dell’età. Sempre più spesso si tratta di ragazzine addirittura in età da media inferiore. Questo vuol dire che c’è qualcosa che non va nel sistema educativo e dei valori in generale.

RU 486: il dato nazionale riporta una percentuale molto bassa, al 3.3% nel 2010. Il dato ospedaliero indica cifre diverse: il 10% nel 2010 e ben il 20% nel 2011. Mi rendo conto che un singolo ospedale non può fare testo, ma se la tendenza fosse anche solo parzialmente confermata a livello nazionale, i futuri parametri abortivi cambierebbero di molto. Non lo nascondo, sarebbe sempre più difficile dimostrare l’ingiustizia dell’aborto, perché poggerebbe su dati sempre meno oggettivabili, e sempre più neutri. Perché una pillola non è come un ferro chirurgico, e parlare di ovulo appena fecondato non è come parlare di feto di tre mesi, per quanto nella sostanza siano la stessa cosa.

Non bisogna dimenticare che, nella progettazione di stermini di massa, il meccanismo è proprio questo: togliere “umanità” all’individuo (tagliandogli i capelli, unificando il genere, mettendogli addosso lo stesso vestito per tutti), fare un mucchio, non vedere mentre muore. Basta leggere la poesia introduttiva di Primo Levi a “Se questo è un uomo”.

Per questo eventi come la Marcia per la Vita si collocano all’interno di un contesto più ampio, allargato, che coinvolge anche i gruppi pro life non credenti. L’intento non è quello di dare una fucilata alla legge 194, ma di aprire un dibattito culturale in cui si parli di vita e di famiglia. Forse molti non se ne sono accorti in questi anni di presunto infinito benessere, ma mentre si difendeva il diritto a questa o a quella libertà individuale, nel frattempo si toglieva energia e forza alla famiglia, alla coppia, all’infanzia.
Al di là del problema individuale, quello della famiglia è invece un problema generale. Che riguarda tutti, la maggioranza, e che in democrazia andrebbe affrontato per primo. E adesso è sempre più difficile recuperare quello che si è perso. È sempre più difficile dimostrare che, perdendo un lavoro, a rimetterci non è solo un uomo o una donna, ma tutta la famiglia. Come riuscire a comunicare che, nello Stato in cui viviamo, spesso una donna deve scegliere fra “tenere il bambino” e impoverirsi perdendo il lavoro, oppure abortire, distruggere una vita, e mantenere il proprio stipendio? Non è questo uno dei casi, nemmeno tanto limite, da presentare al Governo? Perché si parla di diritto all’aborto, ma non del diritto di farsi una famiglia senza dissanguarsi?

Per questo la Marcia per la Vita è un appuntamento importante. Per la cultura, non per l’ideologia. Per la vita che tutti possediamo e per quella delle generazioni future. Tutte questo vite dipendono dalle decisioni che prenderemo qui, ora. (Davide Greco)

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