Aborto: forti pressioni dell’Onu contro l’Ecuador, che dice ‘no’

CorreaL’Onu ha di nuovo mostrato il proprio vero volto, quello cioè di un’organizzazione totalmente in ostaggio delle multinazionali dell’aborto. L’Ecuador ne è la prova: il Cedavv, Comitato delle Nazioni Unite per l’eliminazione delle discriminazioni contro le donne, ha intimato al Paese sudamericano di modificare il proprio Codice Penale al più presto e di depenalizzare così la pratica abortiva in caso di violenze sessuali, incesto e malformazioni gravi del feto, «in linea – affermano gli “esperti” del Comitato – con le raccomandazioni della Commissione per la Sanità» del medesimo organismo internazionale. Non solo: forti sono le pressioni, affinché si consideri prioritario implementare «gli Orientamenti della pratica clinica per gli aborti terapeutici», nonché formare il personale sanitario in modo tale che ciascuna interruzione di gravidanza venga garantita «in modo uniforme in tutto lo Stato», assicurando anche l’accesso «a basso costo ai metodi contraccettivi per tutte, ragazze e donne», diffondendo anche «un’adeguata educazione sessuale ed informazioni sui diritti riproduttivi» a tutti i livelli, scuole comprese, così da farle entrare nel vortice di un’ideologia di morte. Negare questo – affermano ancora i “soloni” dell’Onu, agitando il solito spauracchio – costringerebbe le donne ad aborti «non sicuri» in cliniche clandestine.

Assolutamente contrari sono in merito il Presidente, Rafael Correa, ed il governo dell’Ecuador, che han preferito rinnovare l’invito per tutti, adolescenti in modo particolare, ad astenersi dall’intrattenere relazioni intime, ritenendo questo il modo migliore, più efficace, meno problematico e senza controindicazioni per evitare gravidanze “impreviste”. Addirittura, Correa già in passato si è spinto sino a minacciare le proprie dimissioni dal suo partito, Alianza Pais, qualora questo dovesse continuare ad esercitare pressioni a favore di una riforma, che legalizzi l’aborto nel suo Paese, come vorrebbero alcuni suoi parlamentari, da lui accusati – secondo quanto riferito dalla stampa locale – di «vero tradimento e grave slealtà». Un gesto significativo, definito «molto pregevole» ed accolto all’epoca con gratitudine dall’Arcivescovo di Guayaquil, mons. Antonio Arregui, presidente della Conferenza episcopale ecuadoriana, dettosi «impressionato dal coraggio, dalla qualità con cui il Presidente ha parlato».

La posizione espressa da Correa non deve illudere: egli stesso si è definito, infatti, «uomo di Sinistra, umanista e cattolico», nonché grande ammiratore di papa Francesco, mettendo assieme termini tra loro opposti e contraddittori. L’importante, in questa grave partita che ancora una volta si sta giocando sulla vita dei bambini in grembo, è che il Presidente stia dalla parte giusta e, di questo, non v’è dubbio. Egli ha ricordato, infatti, più volte come la Costituzione ecuadoriana difenda esplicitamente la vita sin dal concepimento, come il Piano nazionale di Sviluppo votato dal popolo non contempli la depenalizzazione dell’aborto ed ha concluso: «Per difendere la vita sono pronto a dimettermi e la Storia saprà giudicarmi». Più che la Storia, sarà Dio a farlo: tanto per lui quanto per tutti i parlamentari e le lobby coinvolte in questo feroce dibattito…

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