Contro l’Occidente è scattata l’“offensiva globale”

abu-muhammad-al-Adnani(di Mauro Faverzani)  Il caso dell’ostaggio francese è solo l’ultimo in ordine di tempo. Ma la nuova offensiva scatenata dall’islam militante è ormai globale. Questo è certo e conclamato.

Lo conferma a chiare lettere l’appello – non a caso multilingue – lanciato a tutti i musulmani del mondo, in particolare a quelli residenti in Occidente, dal portavoce dello “Stato islamico”, Abu Muhamad al Adnani, che non ha certo usato mezzi termini: «Conquisteremo Roma, spezzeremo le sue croci, faremo schiave le sue donne col permesso di Allah, l’Eccelso», ha dichiarato, incitando a sterminare gli “infedeli” ovunque si trovino: «Piazzate l’esplosivo sulle loro strade. Attaccate le loro basi, fate irruzione nelle loro case. Troncare loro la testa. Che non si sentano sicuri da nessuna parte! Se non potete trovare l’esplosivo o le munizioni, isolate gli Americani infedeli, i Francesi infedeli o non importa quale altro loro alleato: spaccate loro il cranio a colpi di pietra, uccideteli con un coltello, travolgeteli con le vostre auto, gettateli nel vuoto, soffocateli oppure avvelenateli».

È evidente come ci si trovi di fronte ad un inquietante cambio di strategia. Mentre al-Qaeda conduceva guerre sostanzialmente territoriali e mancava di uno sguardo universale, ora l’Isis e le altre sigle islamiche con gli annessi “califfati”, riunitisi in una sorta di network del terrore, ritengono che siano maturi i tempi per imporre ovunque la loro legge, la sharia.

Lo ha confermato al settimanale “L’Express” Mathieu Guidère, docente d’islamologia presso l’Università di Tolosa ed esperto di geopolitica e di terrorismo islamico, per il quale la coalizione guidata dagli Usa avrebbe prodotto due conseguenze: «Riunificare gli jihadisti, finora divisi ed in concorrenza gli uni con gli altri, nonché indebolire la prospettiva localistica, rafforzando invece la vocazione internazionale dello jihadismo». Molto chiaro. In realtà, occorre – e con urgenza – aprire gli occhi: non più solo in Iraq, Siria e Nigeria, ove la questione è già tragicamente evidente. Anche oltre.

Nelle Filippine, dopo 40 anni di scontri, i musulmani stanno ottenendo per quieto vivere l’autogoverno dell’intera area meridionale. In Spagna i partiti catalani sono pronti a svendere la loro regione all’islam in cambio di un voto per l’autonomia. In Sudan si vuole azzerare la presenza cristiana, bombardando chiese, arrestando, aggredendo e violentando. L’Isis giunge a minacciare di morte i dipendenti di Twitter per aver chiuso gli account più deliranti.

Il Qatar in Francia è ormai in grado d’influenzare pesantemente la politica, l’economia, la società e la cultura, mentre in Italia, in Sicilia in particolare, sta aprendo moschee e centri islamici a più non posso, investendovi milioni e milioni di euro, acquista Valentino, l’Ospedale di Olbia, alberghi di lusso ed investe nella nostra finanza.

Com’è ancora possibile non scorgere in tutto questo una strategia complessiva, globale?
Quanto all’islam “moderato”, questa è ormai soltanto la favola bella per spiriti ingenui. Ma le cronache dicono un’altra cosa. V’è un caso emblematico: quello di Turchia e Marocco. Il primo rappresenta l’islam tollerante e moderno per eccellenza, un connubio possibile tra Corano, democrazia e liberalismo economico; il secondo ne vuole essere l’illustre discepolo, vuole riproporne la ricetta nel Maghreb.

Ma è proprio così? Guardiamo alla “laica” Turchia: qui i beni della Chiesa Cattolica e di quella ortodossa vengono spogliati ed i templi trasformati in moschee, stalle, musei, caserme o abitazioni private. Qualche esempio? Le terre del monastero di Mor Gabriel (IV secolo) sono state confiscate, mentre viene assolutamente negata la riapertura del seminario ortodosso di Halki. Non solo: la Turchia è il ricettacolo naturale dei temibili Fratelli Musulmani espulsi altrove, in tutte le scuole di ogni ordine e grado Corano e lingua araba sono obbligatori ed in classe ci si sta col velo.

Ed ora verifichiamo la situazione in Marocco: qui, negli anni, centinaia di cristiani stranieri, spogliati dei propri beni e lasciati con i soli effetti personali, sono già stati espulsi come «indesiderabili» per «proselitismo», tanto da indurre l’associazione Porte Aperte a parlare di una vera e propria «epurazione religiosa». Non solo: pochi giorni fa un giovane magrebino, convertitosi al Cristianesimo, è stato condannato a 30 mesi di carcere duro ed i suoi familiari sono stati emarginati.

D’altra parte, Amine Nadji, imam a Toul e Nancy, presidente del Consiglio Regionale del Culto Musulmano – spiega: «Criticare le leggi islamiche liberticide in Marocco sarebbe come criticare il Marocco stesso». Chiaro. A fronte di tutto ciò, il dubbio che l’Occidente e gli Stati Uniti in particolare, ancora una volta, stiano tentando un rimedio peggiore del male, è tutt’altro che infondato: contrastare il pericolo rappresentato dal sedicente “Stato islamico” foraggiando chi, come l’Arabia Saudita, il Qatar e la Turchia, ha finora cullato i non meno temibili Fratelli Musulmani, inviando peraltro in Siria nuovi terroristi, significa davvero far da levatrici a chi domani volgerà contro di noi le stesse nostre armi.

In tal senso i 500 milioni di dollari concessi da Obama ai “ribelli” siriani solo per il fatto di dichiararsi anti-Isis espongono ad un rischio altissimo, lo stesso in cui già si è caduti in Iraq ed in Libia. La Storia e la cronaca – ahimé – più recente sono lì a dimostrarlo. Ciò che più spaventa, in questo drammatico scenario internazionale, è l’ignavia di un Occidente ormai privo di valori, di identità, di spina dorsale, totalmente apatico, indifferente a tutto, insofferente a tutto, incapace di un’analisi obiettiva della situazione ed ormai schiavo delle proprie ideologie, delle proprie perversioni, del proprio laicismo, in ultima istanza del proprio nulla.

È questo il pericolo maggiore: vi sono le condizioni ideali per un’invasione, più o meno cruenta. Invasione di cui, oggi, probabilmente l’Occidente non si renderebbe conto, se non troppo tardi. E questo, l’islam, lo ha capito bene. Purtroppo. (Mauro Faverzani)

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