USA: Internet e pubblicità obbligano la stampa americana a un ripensamento

Fino a dove arriveremo? Il “Rocky Mountains News”, uno dei due quotidiani di Denver, non viene più pubblicato dalla fine di febbraio. Il “Seattle Post-Intelligencer” è passato sul Web il 17 marzo, riducendo la sua redazione dell’80%. Il “San Francisco Chronicle” e il “Boston Globe” hanno una proroga.


In poco tempo alcune grandi città americane potrebbero ritrovarsi senza quotidiani locali. Sette gruppi stampa, tra i quali Tribune, che pubblica il “Los Angeles Time” e il “Chicago Tribune”, hanno presentato il loro bilancio.

Persino i fiori all’occhiello della stampa americana sono in pericolo. Il gruppo “New York Times” ha annunciato, infatti, una perdita di 74,5 milioni di dollari (55 milioni di euro) nel primo trimestre. Ha moltiplicato le misure economiche: sospensione dei dividendi, riduzione dei salari del 5%, aumento del prezzo di vendita del quotidiano che passa dall’1,5 ai 2 dollari l’1 giugno. Dal canto suo il “Washington Post” ha perso 53,8 milioni di dollari nel primo trimestre. La crisi è tanto congiunturale quanto strutturale. Vi è innanzitutto l’effetto Internet.

I quotidiani subiscono un calo inesorabile delle loro vendite, che si è accelerato nel 2009 con un crollo del 7% della loro diffusione nel primo trimestre. Parallelamente il traffico di siti dei giornali è aumentato del 10%. Nel 2008 il Web è diventato la prima fonte di informazione degli americani, in testa ai giornali. Ma la carta è sempre più redditizia: alla fine del 2008 un lettore ha reso tra i 20 e i 60 euro contro gli 1 o 2 euro di un internauta. La recessione non ha risolto il problema. Nel primo trimestre le entrate pubblicitarie sono crollate del 30% sulla carta. I brevi annunci pubblicitari sono migrati in massa verso Internet, in particolare verso il sito Craigslist. «Si assiste al disaccoppiamento storico tra pubblicità e giornalismo», conclude Eric Scherer, responsabile degli studi presso l’AFP (Agence France Press). Il miliardario Warren Buffet ha dichiarato il 2 maggio che le aziende stampa rischiavano di far fronte a «continue perdite» e che la sua holding Berkshire Hathaway non avrebbe investito più in questa industria «a nessun prezzo».

I politici sono preoccupati per le conseguenze economiche, ma anche per la vita democratica. Barack Obama è rimasto turbato, il 10 maggio, per «il periodo di grande prova» che sta attraversando la stampa. La Casa Bianca, tuttavia, ha fatto sapere che sarebbe delicato un intervento del governo. Il senatore democratico del Maryland, Ben Cardin, ha depositato un progetto di legge che permetterebbe ai giornalisti che lo desiderano di godere dello statuto di organizzazioni senza scopo di lucro, cosa che consentirebbe loro di beneficiare di misure di defiscalizzazione e di donazioni. Il 6 maggio il senatore democratico John Kerry ha organizzato una serie di audizioni davanti alla sottocommissione delle comunicazioni, della tecnologia e di Internet. I rappresentanti dei vecchi e dei nuovi media hanno espresso punti di vista discordanti. «In America il giornalismo di qualità sta morendo.

Se non si trova un nuovo modello economico non rinascerà né su Internet né altrove», ha avvertito David Simon, ex giornalista del quotidiano “Baltimore Sun”. Ariana Huffington, cofondatrice del sito Huffington Post, ha affermato invece che «non solo il giornalismo sopravvivrà, ma prospererà». La soluzione passa attraverso il “Web only”? Gli esperti ne dubitano. Ritengono che migrando esclusivamente su Internet, un giornale risparmia il 65% dei costi ma perde il 90% delle entrate. Attualmente si considera che il “New York Times” potrebbe mantenere solo il 20% della sua redazione con le sole risorse del suo sito internet. E come finanziare la ricerca a queste condizioni? (“Le Monde, 11 maggio 2009”).

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