Un nuovo libro delle Edizioni Fiducia: Saper Soffrire

Un nuovo libro delle Edizioni Fiducia: Saper Soffrire
Print Friendly, PDF & Email

È stato pubblicato un nuovo libro delle Edizioni Fiducia, intitolato Saper Soffrire scritto da padre Federico Rouvier S.J (1851-1925), pubblicato la prima volta nel 1924 col titolo Savoir souffrir. La figura di questo sacerdote è, purtroppo, dimenticata, ma costituisce una delle punte di diamante dell’ordine dei Gesuiti e merita di essere ricordato. Nacque a Marsiglia il 21 marzo del 1851 ed entrò nella Compagnia di Gesù nel 1874. Fu professore di Retorica ad Avignone e di Lettere a Lione dove esercitò gran parte del suo apostolato. Quest’opera è il frutto di una richiesta dell’allora segretario del Sant’Uffizio, il cardinale e Servo di Dio Rafael Merry del Val (1865-1930).

Questo libro, soprattutto per i tempi che stiamo vivendo, costituisce un tesoro preziosissimo perché ci insegna a guardare la sofferenza non già con gli occhi della disperazione, ma con quelli di chi sa che da tale sofferenza può trarre un grande profitto, offrendola in partecipazione della Passione di Nostro Signore. Ciò contribuisce a tributarGli la dovuta Gloria, nonché a salvare l’anima nostra e altrui. Quest’operetta ha anche il merito di sfatare una serie di falsi miti che hanno etichettato in modo sprezzante il cristianesimo come religione di una sofferenza fine a se stessa. La lettura è consigliata a tutti: a coloro che soffrono, per comprendere il senso di questa sofferenza, ma anche a coloro che attualmente non soffrono perché possano debitamente prepararsi a quei momenti difficili e bui che la vita ineludibilmente presenterà.

Padre Rouvier guida gradualmente il lettore, quasi per mano, cominciando da una verità incontrovertibile e basilare per impostare un discorso rigoroso sulla sofferenza: l’amore che Dio nutre per le Sue creature. Ci ricorda padre Rouvier, già dal primo capitolo: «Nessuno ci ha dato più di quanto ci ha dato Iddio e nessuno continua a darci tutti i giorni più di quello che ci dia Iddio. Nessuno dunque ci ha maggiormente amato e più ci ama di quello che ci ami Iddio» (p. 8).

Infatti, prosegue Rouvier con una logica stringente, «è per amore che Egli ci ha creati; per quell’amore che si riversa inesausto sulle sue creature da quell’oceano di infinita bontà, che s’accoglie nel suo seno fin dai secoli eterni. Se non fosse stato per l’amore che ci porta, perché ci avrebbe Egli creato dal nulla?».

Il secondo capitolo, dopo aver dimostrato che Dio ci ha creati per la Sua bontà, è incentrato sullo scopo per il quale ci ha creati, ovvero l’essere felici. Infatti, domanda padre Rouvier, cosa si desidera per coloro che si amano, se non la felicità? «Perché l’amare altro non è se non un voler bene a qualcuno, un volergli fare del bene», come ricorda san Tommaso nella Summa Theologiae. Analogo è il nostro istintivo desiderio di felicità per coloro che amiamo. Ora, poiché Dio ci ha creati per amore «ne viene di conseguenza che Egli non ha potuto volere che la nostra felicità. E infatti, non per altro Dio ci ha creati, se non perché fossimo felici, felici dapprima di una felicità di corta durata, è vero, su questa terra, ma felici poi di una felicità eterna in cielo». Proprio per questo, Dio non ci ha tratto dal nulla per gettarci senza pietà in preda alla sofferenza.

Citando mons. Bossuet (1627-1704), vescovo di Meaux, padre Rouvier osserva: «Come una sorgente effonde naturalmente le sue acque, come il sole spande naturalmente i suoi raggi, così pure naturalmente Dio fa il bene», pertanto, gettarci nei mali della sofferenza sarebbe contrario alla Sua stessa natura. Eppure, la sofferenza è un fatto e quindi come conciliarla con l’amore di Dio e la Sua volontà di farci del bene? Un enigma tormentoso del quale padre Rouvier, con la chiarezza che gli è propria, ci offre la chiave di decifrazione.

Ed è nel terzo e quarto capitolo che l’autore, coerentemente col Magistero della Chiesa, ricorda come il mondo era stato creato senza sofferenza e l’uomo, pur mortale per natura, era stato reso esente dalla corruttibilità e dalla morte per l’Onnipotenza del Creatore. Fu a seguito della ribellione di Adamo ed Eva alla sovrana volontà di Dio che la sofferenza e la morte entrarono inevitabilmente in questo mondo. Infatti, scrive Rouvier, la volontà di Dio di farci del bene creandoci «non era vana e fallace apparenza, ma dolce e consolante realtà. Che se le intenzioni misericordiose del creatore furono frustrate, non lo si deve imputare al Signore, ma tutta la responsabilità viene a ricadere unicamente sull’uomo. Infatti è stato l’uomo stesso, che con la colpa originale, ha scompigliato il piano primitivo della Provvidenza, nel quale non entravano affatto né le sofferenze né la morte» (p. 17).

Nel quinto e sesto capitolo dopo aver sottolineato come la sofferenza non sia in sé meritoria per la vita soprannaturale se non per volere di Dio, l’autore delinea il modo in cui l’uomo che soffre può rendere la propria sofferenza meritoria oppure soffrire in pura perdita e senza profitto. Infatti, afferma padre Rouvier, la misericordia paterna di Dio «che sa una volta di più trarre il bene dal male – cosa invero solo propria di Dio – volle che la sofferenza, benché sotto il punto di vista soprannaturale non sia per sé né espiatoria, né meritoria, lo potesse diventare in forza del suo divino volere»(p. 34). Pertanto, «Dio, spinto dal peccato a castigarci, col far precedere alla morte la sofferenza, ha fatto sì, per sua misericordia, che la pena inflittaci sulla terra diventasse una sorgente possibile di meriti, uno strumento eventuale di riparazione, di riabilitazione e, per conseguenza, un mezzo di salute eterna». Essa può essere vissuta perciò in modo meritorio oppure senza alcun profitto, al punto che la sofferenza «ha in sé tanto di che provare ed arricchire chi è già buono, e purificare e salvare chi, non essendolo più, vuole ridiventarlo. Mentre il peccatore che la respinge e le si rivolta, aumenta la propria colpa e accresce i motivi per cui un giorno sarà condannato» (p. 37).

Dopo aver parlato, nel settimo capitolo, del perché è fondamentale nella sofferenza intensificare la preghiera invece che diminuirla, padre Rouvier dedica due ampi capitoli ad esplorare i divini “perché” della sofferenza. Non è vero, come dichiara la filosofia contemporanea, che non v’è soluzione al problema del male fisico. A buona ragione l’autore evidenzia che «tolta di mezzo la fiaccola rivelatrice della fede, è veramente per noi impossibile capire la sofferenza. Solo la fede, infatti, può dissipare le tenebre soffocanti nel quale il dolore ci costringe ed essa sola è capace di dare una risposta a certi perché, i quali tormentano l’anima nostra» (p. 58). Le parole di questo sacerdote, corroborate dalla sua esperienza di profonda sofferenza, costituiscono senz’altro una luce nelle tenebre che la cultura contemporanea ha ingenerato sull’argomento.

Nel decimo e undicesimo capitolo l’autore descrive le caratteristiche della santa rassegnazione, la quale però non esige una insensibilità, attingendo a piene mani dagli esempi dei santi nella storia della Chiesa. Commovente è, a tal proposito, il racconto del prorompente pianto di Sant’Agostino alla morte della madre, Santa Monica.

Padre Rouvier dedica quindi il dodicesimo e tredicesimo capitolo alla raccomandazione, per chi soffre, di conformarsi alla volontà di Dio, specificando che, però, tale conformità non vuol dire assenza del desiderio di essere consolati e sollevati nella sofferenza. Anche qui, vengono addotti molti esempi di vite dei santi: da San Francesco di Assisi fino a santa Teresa d’Avila, ci si potrebbe stupire di come, pur nella totale conformità a Dio, abbiano domandato per se stessi una mitigazione delle proprie sofferenze. In effetti, osserva l’autore, «se le sublimi virtù di questi grandi eletti di Dio ci fanno vedere che già fin da questa terra essi erano fratelli dei Beati del paradiso, quei piccoli particolari della loro vita provano pure che in certi momenti – non fosse altro che nelle sofferenze – erano anche essi, come noi, soggetti alla debolezza umana, e per conseguenza uomini, cioè, fratelli nostri» (p. 135).

Gli ultimi due capitoli sono dedicati, rispettivamente, alla confidenza filiale in Dio quando si è nella sofferenza e al modello da seguire quando soffriamo: Gesù Cristo, il vir dolorum. Infatti, ricorda mirabilmente padre Rouvier, non solo Dio ha reso la sofferenza meritoria ed espiatrice, ma «volle andare più in là. Egli stesso, per aiutarci più efficacemente nella prova, per lasciarci sotto gli occhi un modello imperituro, quando fossimo alle prese con la sofferenza, si è degnato di partecipare alla sofferenza e in certo modo rivestirsene. Volle, in una parola, soffrire» (p. 144). Non resta dunque che augurare ai lettori una buona e santa lettura, certi degli innumerevoli frutti spirituali che essa gioverà all’anima di chi vi si accosterà.

Iscriviti a CR

Iscriviti per ricevere tutte le notizie

Ti invieremo la nostra newsletter settimanale completamente GRATUITA.