STATI UNITI: la situazione internazionale nell’era di Obama

Quale sarà nei prossimi anni il ruolo degli Stati Uniti sulla scena internazionale? È questa la domanda che sorge spontanea dopo i risultati elettorali del 4 novembre, che hanno visto la netta prevalenza del candidato democratico Barack Obama sul rivale repubblicano John McCain. La risposta a tale domanda non può prescindere da una riflessione sulla situazione economica internazionale, dopo che, proprio a partire dagli Stati Uniti, è esplosa la prima grave crisi finanziaria del XXI secolo.

La cosiddetta “era Bush” ha coinciso con il lungo periodo trascorso da Alan Greenspan al governo della Federal Reserve (FED), la Banca centrale degli Stati Uniti. Esiste una analogia tra la strategia finanziaria di Greenspan, teorizzata nel suo libro di memorie “L’era della turbolenza” (tr. it. Sperling & Kupfer, Milano 2007) e la dottrina militare di Donald Rumsfeld, il Segretario statunitense alla Difesa a cui Bush affidò la direzione della campagna militare in Iraq.

Sia Greenspan che Rumsfeld sono convinti che l’epoca in cui viviamo è un’era di caos e che il successo, politico, economico o militare, non vada cercato attraverso una ferrea programmazione e imposizione di regole, ma piuttosto attraverso il flessibile adattamento alle circostanze, nella convinzione che il gioco spontaneo degli eventi abbia nella storia una funzione autoregolatrice.

La concezione strategica di Rumsfeld, fondata sul concetto dello “shock and awe” (colpisci e sbigottisci) e sulla sofisticata utilizzazione delle tecnologie informatiche, si è rivelata perdente in Iraq.

La strategia di Greenspan ha conosciuto un successo più duraturo, ma anche il suo modello economico si è rivelato inadeguato ad affrontare la crisi finanziaria. Ciò deriva dalle premesse teoriche che stanno a monte delle “teorie del caos”, a cui, in diversa misura, si sono ispirati i due esponenti del neo-conservatorismo americano.

L’universo, fin dalla sua creazione, è un cosmo ordinato. Il caos, come il vuoto, rifugge alla natura umana, perché l’uomo e la società hanno bisogno di regole, chiare e ferme, a cui uniformare la propria condotta. Priva di regole, la società sprofonda nel vortice dell’autodissoluzione. La fonte delle regole non è naturalmente lo Stato, ma la legge naturale e morale iscritta nel cuore di ogni uomo.

Oggi gli anarchici di sinistra e di destra negano l’esistenza di regole e di limiti, attribuendo alla libertà dell’uomo o alle forze spontanee della natura, la capacità di stabilire l’equilibrio sociale. Sul fronte opposto, i dirigisti vogliono “regolare” il mercato, attraverso l’inasprimento delle tasse e la ridistribuzione delle ricchezze.

C’è però una differenza fondamentale tra i vecchi e i nuovi keynesiani come Barack Obama. I primi volevano raggiungere i loro obiettivi attraverso il rafforzamento dello Stato, i secondi vogliono delegare larga parte del potere agli organismi internazionali, con l’argomento che nessuno Stato è oggi in grado, da solo, di fronteggiare le emergenze politiche ed economiche. Ne deriva l’indebolimento degli Stati nazionali e, nel caso americano, dell’egemonia americana, che sarà prevedibilmente sostituita da un nuovo equilibrio mondiale “multipolare”.

Sulla scena internazionale, guidata da ristretti gruppi internazionali di potere, si rafforzeranno la Russia, l’India, la Cina e i Paesi islamici, mentre gli Stati Uniti e l’Europa imboccheranno un progressivo declino.

L’era di Obama che si apre sarà un’epoca in cui la turbolenza si trasformerà in tempesta. Resta l’incognita dell’opinione pubblica, che rimane conservatrice negli Stati Uniti non meno che in Europa.

Obama non ha vinto per le sue idee progressiste, ma per l’insoddisfazione degli elettori nei confronti della recente politica di George W. Bush. Il nuovo presidente americano non potrà non tenerne conto.

Donazione Corrispondenza romana