Rivoluzione e tradizione: l’Università d’estate della Fondazione Lepanto

Rivoluzione e Tradizione: questo il tema generale della V Università d’estate promossa dalla Fondazione Lepanto dal 26 al 29 Luglio scorsi a Subiaco, luogo caro a S. Benedetto, padre del monachesimo occidentale e di quella civiltà cristiana che non è un sogno utopico essendosi già storicamente concretizzata nel cd. medioevo cristiano e alla cui restaurazione è finalizzato l’impegno culturale ed apologetico della Fondazione.

Non mero esercizio intellettuale ma, come ha ricordato introducendo i lavori il direttore scientifico Prof. Giovanni Turco, «una vera necessità per la vita spirituale che, per essere autentica, deve avere per fondamento il dogma, la Verità della Fede» perché, come insegna S. Tommaso, «non si può amare ciò che non si conosce». Il vero sapiente è colui che conosce e dispone l’ordine e, «come illuminare è più che risplendere, così trasmettere, comunicare quanto si è contemplato è più che contemplare soltanto».

Nella prima relazione il Prof. Roberto de Mattei, introducendo la prima parte del percorso formativo incentrato su alcune forme e tappe del processo rivoluzionario, ha presentato in termini essenziali la dicotomia rivoluzione-controrivoluzione quale declinazione delle dicotomie teologico/filosofiche del bene-male e vero-falso. «La rivoluzione suppone il primato del divenire, la controrivoluzione il primato dell’essere». La rivoluzione è permanente, si nutre del compromesso ma, per il suo dinamismo che la porta continuamente a stravolgersi, nel suo attuarsi va incontro al suo stesso fallimento. Essa deve sempre essere studiata sotto l’aspetto sia storico che filosofico. La controrivoluzione, secondo una definizione di Joseph De Maistre, «non è una rivoluzione di segno contrario, ma il contrario della rivoluzione» ed è finalizzata alla restaurazione dell’ordine distrutto dalla rivoluzione.

Il dott. Rodolfo de Mattei ha presentato le ultime frontiere della quarta rivoluzione (culminata nel Sessantotto) che ha colpito l’ordine sociale sul piano dei costumi: gender, omosessualismo, transumanesimo. Snaturamento dell’atto sessuale con la separazione della finalità procreativa da quella unitiva e distruzione della famiglia e dell’autorità, sono le premesse dello stravolgimento dell’essenza dell’uomo. «La negazione relativistica di una legge naturale oggettiva che precede l’uomo conduce alla fine del concetto di normalità come ideale di vero, bello e giusto e adeguamento dell’intelletto alla realtà»: non è più l’essere ad illuminare il pensiero, bensì il pensiero a determinare l’essere.

Don Marino Neri ha affrontato il tema della rivoluzione nella Liturgia che, culminata nel protestantesimo, affonda le sue radici nell’antropocentrismo dell’umanesimo rinascimentale, nell’archeologismo (la storia corrompe la purezza delle origini per cui occorre spogliarsi degli elementi esteriori che vi si sono sovrapposti nel tempo, applicata in questo caso al culto religioso) e nelle teorie di Wyckliffe e Hus cui Lutero si ispirerà, per poi svilupparsi col giansenismo, modernismo, progressismo. Lutero sapeva che «per cambiare la Chiesa, fondata sull’Eucarestia, bisognava distruggere la Messa come rinnovazione del Sacrificio di Cristo», e che una liturgia falsificata impoverisce lo spirito. Minimalismo liturgico, primato della convivialità dell’assemblea, partecipazione attiva dei fedeli, altare ad populum, Comunione in mano, ecc.: il passo per la perdita della fede nella Presenza Reale, è breve. La Messa Tridentina è baluardo contro queste idee. Col Novus Ordo Missae, come denunciato dai Card. Bacci e Ottaviani, pur non affermandosi come verità da credere errori formali o eresie, si assiste ad «un impressionante allontanamento dalla Messa Cattolica», ad un «rito depotenziato, privato della chiara manifestazione della Verità».

Il marxismo si fonda sul giacobinismo: nella teoria della volontà generale ci sono già le premesse del totalitarismo. Il Prof. Umberto Galeazzi ha dimostrato come non esista un marxismo senza quell’ateismo che pone la negazione di Dio come condizione prometeica per la liberazione dell’uomo e che è costitutivo del pensiero di Marx: sostituzione della politica alla religione come condizione per la costruzione della società socialista, irrilevanza dell’uomo come singolo a vantaggio del genere umano (contraddicendo il suo stesso supposto Hegeliano della pretesa dell’uomo di essere o diventare supremo), primato della prassi (è la rivoluzione del proletariato che salva l’uomo, non Dio) e autocreazionismo dell’uomo attraverso il lavoro. Del Noce rileva come l’umanesimo ateo di Marx si fondi sul fraintendimento di Hegel per cui «quante più cose l’uomo trasferisce in Dio, tanto meno egli le tiene per sé stesso», mentre è Dio che volontariamente gli dà l’essere. L’utopia marxista è la creazione di un paradiso in terra, una società perfetta proprio in quanto atea e per realizzarla il rivoluzionario, non solo può, ma deve usare qualsiasi mezzo: questa è la sola morale del comunista che prende il posto di Dio nella sua coscienza. «La dissoluzione dell’etica deriva dunque costitutivamente dal marxismo».

Seguendo una prospettiva gnostica e razionalistica il sapere diviene pretesa di potere su ciò che è prerogativa di Dio come la vita e la morte. Il nesso tra rivoluzione e fine vita (morte cerebrale, idea di vita “non degna di essere diffusa”, DAT, eutanasia) è il tema affrontato dal Prof. Matteo D’Amico. La rivoluzione ha una natura metafisica, in ultimo è sempre un attacco a Dio. «La morte è l’evento metafisico della separazione dell’anima immortale dal corpo, l’istante nel quale si decide il suo destino per l’eternità pertanto distruggerla significa negare all’uomo una vita spirituale». E’ un vero atto di santificazione equiparabile al martirio accettare e offrire a Dio l’agonia, il modo e il momento della propria morte: per questo può aiutare il pensiero che persino per Gesù c’è stato un ultimo battito del cuore! La Chiesa ha sempre parlato di «stato di morte intermedia» e di prolungata perdita di coscienza e cessazione del battito e del respiro come norma della morte. Tuttavia negli ultimi anni in campo bioetico si assiste a una certa debolezza sia dal punto di vista dell’affermazione dei principi, che sul piano del linguaggio sceso a quello stesso della rivoluzione.

Il Prof. Guido Vignelli ha messo in guardia dalle «false alternative interne alla rivoluzione e da essa stessa prodotte» secondo il dinamismo tipico del «pendolo». Una prima falsa alternativa è far dialettizzare due falsi estremi: la rivoluzione è nella stessa oscillazione tra questi poli opposti che le sono funzionali ad avere almeno due alternative nel caso fosse identificata in una certa posizione. False alternative sono anche la contrapposizione tra due termini che sarebbero uniti sia pur secondo un ordine gerarchico e la sintesi (ontologicamente impossibile) di diversi errori. «La vera alternativa alla rivoluzione non sta nelle fasi anteriori della rivoluzione stessa, ma nella ricerca di una stabilità, del centro che è l’ordine cioè la retta disposizione delle cose al fine, che è quel posto nel quale ciascuno è chiamato a stare».

Se la rivoluzione ne è la negazione, la Tradizione, anima della controrivoluzione e oggetto della seconda parte del percorso formativo, «suppone l’immutabilità della natura umana» (Padre Calmel) e ne è l’attuazione perfettiva. L’intervento di P. Serafino M. Lanzetta ha riguardato in particolare la «Tradizione in senso sia soggettivo (atto del trasmettere il depositum Fidei) che oggettivo (contenuto)» come regula fidei. Tra le due fonti della Rivelazione la Tradizione divina e apostolica (insegnamento di Cristo e predicazione orale degli apostoli) ha un primato sulla Scrittura, cronologico, ontologico (non tutto quello che ha detto e fatto Gesù è stato scritto) e gnoseologico (criterio per distinguere gli scritti realmente ispirati). «In teologia la regola è il principio che funge da norma di fede per definire la vera dottrina». Citando Padri della Chiesa (S. Ireneo da Lione, Tertulliano e Origene) e teologi (Mons. Gherardini, Card. Franzelin e Billot) è stato chiarito anche il rapporto tra Tradizione-Scrittura e Magistero ecclesiastico: «il Magistero è regola regolata, la Tradizione è regola regolante, norma sia prossima che remota del Magistero». Il Magistero è sottomesso alla Tradizione e ne entra a far parte solo in quanto afferma in modo infallibile Verità di Fede e non quando afferisce al semplice munus docendi della Chiesa. «Nella Dei Verbum non traspare più con chiarezza il principio, già sancito dal Concilio di Trento, dell’insufficienza materiale della Scrittura rispetto al complesso della Fede Cattolica e della Parola di Dio», lasciando intendere che la Scrittura contiene in sé l’intera Rivelazione e che la Tradizione non sia costitutiva della Fede, bensì mero strumento interpretativo della Scrittura.

Il Prof. Andrea Sandri ha invece affrontato il tema della tradizione dal punto di vista giuridico del diritto comune, cioè del diritto romano applicato nel medioevo (fino alle soglie della modernità e nonostante la modernità) e fondato sul ius quia iustum: è diritto ciò che è giusto e non ciò che è comandato dalla legge che, come dimostra la storia, può anche sbagliarsi. «Nemica del diritto comune è la moderna pretesa di sovranità degli ordinamenti giuridici nel determinare cosa è giusto e bene e cosa no, fondata sull’idea Hobbesiana che identifica la legge con la volontà arbitraria autofondante del legislatore».

Nell’ultima relazione il Prof. Giovanni Turco, dopo averne confutato alcune false idee, ha spiegato come la vera tradizione nel senso etico-assiologico sia un determinato vero che ha valore in sé. La tradizione è fondata sulla realtà, sull’ordine delle cose, è concetto normativo, presuppone ciò che è naturale e lo perfeziona sul piano metafisico e ha come finalità l’ordine del bene. E’ «virtù, rettitudine sociale, retta coscienza pubblica del bene e del male, ciò che non cambia, che è permanente, è verticale che attraversa l’orizzontale e orizzontale che rinvia al verticale». Sul piano giuridico-politico esiste «una costituzione tradizionale della società come patrimonio di leggi fondamentali che traggono la loro legittimità dalla giustizia e non dall’essere imposte da un potere qualsiasi». Il contrario della tradizione non è il progresso che può essere autentico nella misura in cui è figlio della tradizione e si fonda su essa, bensì la moda, la dissoluzione, la barbarie, l’abbruttimento. Ognuno di noi è erede di un tesoro da accogliere e trasmettere: le nostre nonne, pur avendo studiato poco, avevano uno spirito sapienziale che gli veniva dall’aver accolto un ricco patrimonio di tradizione religiosa. Privandosene l’uomo rimane, in ultimo, orfano della paternità di Dio.

Nel saluto conclusivo il Prof. Roberto de Mattei ha sottolineato come i giorni di Subiaco, giorni di studio, preghiera e amicizia, siano stati una grazia, un dono della Provvidenza. La Fondazione Lepanto vuole essere una scuola di pensiero cattolico, ma ancor più una famiglia spirituale di persone consapevoli della necessità della militanza, della responsabilità della Verità e del dovere di custodire, difendere e trasmettere la vera Tradizione per ricostruire ciò che la Rivoluzione e la modernità hanno distrutto.

Infatti l’Università d’estate non si è limitata ad una serie di interessanti conferenze ma ha compreso dei momenti di preghiera, ritmati dalle Sante Messe e dalla recita del Rosario, e dei momenti ricreativi con le visite al Sacro Speco e alla biblioteca di Santa Scolastica, una serata di canti contro-rivoluzionari e la proiezione del film il “Il dialogo della Carmelitane” sul martirio delle vergini di Compiègne (1794). (Vito Muschitiello)

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