POLITICA: le lobby? “Necessarie” per l’Europa. Ecco come funzionano

Gli elettori lo hanno premiato, rieleggendolo. Alain Lamassoure, eurodeputato del Ppe, è stato l’unico a parlare con chiarezza e a dire alla stampa francese che a Bruxelles «il sistema delle lobby è assolutamente necessario», non solo in quanto «fonte d’informazioni» per gli stessi parlamentari, bensì anche per far quadrato su alcuni temi.


Ad esempio, per ottenere un finanziamento sul progetto Galileo, ritenuto strategico, Popolari e Socialisti francesi non hanno esitato a far fronte comune. Tra le lobby, elenca quella sull’ambiente e quella animalista.

Tra gli strumenti preferiti per esercitare pressioni, pare che quello delle mail sia il più attivo: «migliaia di mails in una mattina» bastano per «bloccare i computer» dei deputati dell’Unione. È il sistema, cui ricorrono con costanza curdi, tibetani, tamil e adepti del Falun Gong cinese, per far sentire la loro voce. Il che si traduce spesso in prese di posizione politica su temi peraltro spesso alieni alla competenza del Parlamento Europeo. Non cita altre lobby, anche più pericolose, purtroppo troppe volte viste in azione, quali quella gay, quella anticattolica, quella intenta a stravolgere tutto quanto abbia a che vedere col diritto familiare o con la libertà educativa, e via dicendo…

Certo, secondo l’on. Lamassoure, «l’ultima parola spetta sempre alla politica»: però, precisa d’esser prossimo a depositare un emendamento, già approvato, «per impedire» la presenza delle lobby nei pressi degli «uffici dei deputati e nell’emiciclo ove seggono, ed evitare ch’esse li disturbino prima del voto». Già, perché il settimanale francese “L’Express” ha addirittura messo a punto un vero e proprio “manuale del piccolo lobbysta”, che prevede quattro tappe con un timing ben preciso: la prima passa dalla Commissione Europea, la sola ad aver l’iniziativa delle leggi. «Tutto comincia con la pubblicazione di un libro verde su di un tema», ha spiegato Cécile Billaux, ex-lobbysta divenuta a sua volta funzionaria europea.

Per i gruppi d’interesse, è questo il momento giusto per entrare in gioco e far sentire la propria voce, individuando chi sia disposto a farsi carico dei dossier sull’argomento, a discuterli in sede di consultazioni e con la corte di esperti indipendenti, scelti dall’Unione. Lavoro che può richiedere anche diversi anni prima di giungere a completamento. Una volta che la Commissione Europea ha predisposto un testo, lo trasmette al Parlamento ed al Consiglio dell’Ue: scatta la seconda fase, che vede le lobby impegnate nel convincere i gruppi parlamentari o i singoli deputati di riferimento a presentare emendamenti “favorevoli” alla direttiva in esame.

«I lobbysti sono prima di tutto degli esperti in comunicazioni – spiega ancora Cécile Billaux – cercano di convincere i parlamentari che i loro argomenti hanno una risonanza importante presso l’opinione pubblica, così da giustificare la necessità di tradurli in legge». Anche questo passaggio può richiedere altri mesi di attesa. La terza tappa è quella del Consiglio dell’Unione, dove il ruolo delle lobby è più limitato, lasciando pur tuttavia loro aperta la possibilità di un contatto diretto e personale coi rappresentanti diplomatici dei paesi membri, direttamente interessati all’argomento in questione. La quarta tappa prevede, infine, l’applicazione del testo, col consenso del Parlamento e del Consiglio dell’Unione.

Nel caso tale consenso mancasse, il documento torna al Parlamento in seconda lettura, ciò che può durare al massimo altri 45 giorni prima dell’entrata in vigore definitiva. Sebbene qui il margine di manovra sia ridotto, le lobby possono ancora mobilitarsi, specie coinvolgendo professionisti e gruppi d’interesse. Alla fine, tra l’ideazione di un intervento e la sua effettiva messa in opera, possono mediamente trascorrere dai 3 ai 4 anni. Un tempo tutto sommato ragionevole, per spacciare gli interessi di alcuni come interessi “di molti”…

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