Politica internazionale: Russia, Bielorussia, Cina: stampa col bavaglio

(di Mauro Faverzani) Il lupo perde il pelo, ma non il vizio. Ed il comunismo anche. Avranno anche cambiato casacca, i Paesi dell’Est. Ma del vecchio regime sovietico conservano usi ed abusi. A partire dal bavaglio all’informazione. Ne ha dato notizia lo scorso 9 gennaio il quotidiano “Repubblica”: per stroncare sul nascere l’opposizione allo “zar” Putin, dai servizi segreti ai questurini, tutti stan cercando di render la vita difficile a “VKontakte”, l’equivalente russo di “Facebook”, un social network con 75 milioni di utenti.

Che ha una colpa: esser lo strumento utilizzato per i contatti dalle migliaia di oppositori e manifestanti in piazza nei giorni scorsi, nonché il veicolo su cui ancora oggi impazza il “politicamente scorretto”, compresi cori ed accuse di brogli elettorali. Quindi? Quindi “VKontakte” rischia la chiusura. Provato economicamente dai sempre più violenti attacchi degli hackers, che allontanano gli inserzionisti e minano la raccolta pubblicitaria; pressato dalle crescenti richieste della Polizia, che pretende di conoscere le identità segrete degli iscritti, il social network starebbe valutando di abbassare la saracinesca telematica.

Anzi, no. Non si sa. Sul web sarebbe apparso il testo di una conferenza-stampa, durante la quale l’inventore, fondatore e Presidente di “VKontakte”, Pavel Valer’evic Durov, un programmatore russo di 27 anni, dichiarerebbe di voler alzare bandiera bianca. Dal prossimo 15 marzo, così da consentire agli iscritti di salvare foto, testi e quant’altro. Allo stesso tempo, l’interessato ha smentito la notizia con uno stringatissimo e secco comunicato sulla sua pagina personale.

Che Durov sia messo a dura prova dalle continue incursioni nei suoi uffici di San Pietroburgo, è un fatto. Così come è un fatto l’invasione di un trojan virus, che nel 2009 ha reindirizzato gli utenti e rubato le password di circa 135 mila iscritti. Ma il clima di dubbio ed incertezza, da cui è avvolta l’eventuale ritirata, ed il fuggi-fuggi generale degli utenti conseguitone, rappresentano già una vittoria per il regime.

Anche nella vicina Cina, il Presidente e segretario generale del Pcc, Hu Jintao, secondo quanto riferito dall’agenzia “AsiaNews” lo scorso 2 gennaio, avrebbe annunciato una stretta su siti Internet, blog, giornali e tv, per frenare quei «poteri ostili», che a suo dire cercherebbero di «occidentalizzare e dividere» il Paese, nonché «le infiltrazioni culturali» del Cristianesimo, «quintessenza della cultura occidentale».

Ma se in Russia e Cina vige un clima di forte tensione, in Bielorussia impazza quello del terrore: per i giornalisti “sgraditi” la prospettiva è quella del carcere duro. Senza dimenticare come lì, nel 1995, sia stata reintrodotta anche la pena di morte. A denunciarlo a chiare lettere, è stata Natalija Radzina, cronista del portale indipendente “Charter ’97”, nel corso di una conferenza organizzata a Milano dall’associazione “AnnaViva”, dedicata ad Anna Politkovsaja, la giornalista russa ammazzata nel 2006.

Conferenza, di cui ha dato notizia sul n.6 “Tabloid”, il periodico dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia. Radzina ora è fuggita in Lituania, per sottrarsi alla morsa del regime del leader Aleksandr Lukashenko, definito dalla Casa Bianca «l’ultimo dittatore d’Europa», a capo di un Paese incluso dall’organizzazione americana Freedom House tra i dieci peggiori al mondo quanto a libertà di stampa.

Quando, il 19 dicembre del 2010, Lukashenko venne rieletto per la quarta volta, a Minsk migliaia di cittadini scesero in piazza, per denunciare i brogli elettorali, ma furono tutti ridotti al silenzio dall’intervento della Polizia in assetto antisommossa: centinaia gli arresti. Tra questi, tutti gli oppositori, i candidati alle Presidenziali ed i giornalisti.

La maggior parte di loro fu trasferita nella sede del famigerato Kgb, il servizio segreto che, in Bielorussia, mantiene ancora questo sinistro nome. Qui, denuncia Radzina, «sono stati torturati, picchiati, umiliati e costretti a spogliarsi durante le perquisizioni ed a stare nudi al freddo. Quel giorno molti intellettuali del mio Paese sono finiti in carcere, un avvenimento paragonabile solo alla terribile notte del 1938, in cui Stalin fece fucilare tutti gli scrittori ed i poeti bielorussi».

Naturalmente, dietro le sbarre finì anche la cronista Radzina, accusata di aver organizzato i disordini: «In cella dormivo sul pavimento, su assi di legno, potevo andare in bagno ogni quattro ore solamente scortata, c’era un unico rubinetto con acqua fredda. Ero completamente isolata, non potevo comunicare con la mia famiglia.

Ho subito interrogatori notturni e continue intimidazioni, dicevano che sarei rimasta lì dentro per altri cinque anni solamente perché sono una giornalista. Mi dicevano anche che, una volta fuori, non avrei potuto avere figli a causa delle malattie e delle infezioni contratte in prigione». Ma, nonostante anzi proprio per tutto questo, «quando in carcere sono riuscita a non denunciare i miei amici e colleghi – ha affermato – ho capito che ero più forte di loro. Ho capito che avevo vinto io».

Fu rilasciata dopo un mese e mezzo assieme ad altri oppositori, grazie alle pressioni esercitate dall’Unione Europea, che minacciò sanzioni economiche contro la Bielorussia, le cui casse sono già allo stremo. Ma il Kgb trattenne il suo passaporto in attesa del processo-farsa, ragion per cui Radzina fuggì di notte e senza documenti prima in Russia, poi in Lituania: «L’ho fatto non per paura – dice – ma per continuare a lavorare». Secondo “Tabloid”, oggi «in Bielorussia le voci contrarie al regime non possono lavorare, i media sono ridotti a portavoce del Presidente ed il dissenso soppresso».

Dalla Lituania, Radzina continua a lanciare i propri strali contro un potere, che, a suo avviso, non sarebbe destinato a durare a lungo: «Le forze governative cercano di oscurare i giornalisti indipendenti anche con metodi brutali – ha dichiarato –. La redazione di “Charter ’97” è stata perquisita cinque volte prima delle ultime elezioni. La polizia è stata anche a casa mia. Il fondatore del sito è stato trovato impiccato nella sua Dacia. Siamo convinti che sia stato ucciso, perché sul suo corpo erano visibili segni di violenza».

L’Unione Europea ha comunque assunto provvedimenti economici e isolato Lukashenko, condannandone le violazioni dei diritti umani: «Solamente il governo italiano mantiene rapporti amichevoli con Lukashenko – denuncia Radzina –. La visita di Berlusconi in Bielorussia nel 2009 ha di fatto interrotto il suo isolamento politico, che durava da 15 anni, legittimando così la sua dittatura. L’Italia si oppone all’applicazione delle sanzioni, unica arma contro un tiranno, che capisce solamente il linguaggio della forza».

La ragione? Il business, contro cui i diritti umani possono anche passare in secondo piano… «Lo dimostrano alcune importanti commesse che aziende italiane hanno rimediato in Bielorussia, compresa una fornitura di armi», afferma la giornalista. Esattamente ciò che fa anche il resto del mondo con la Cina. Ma per quanto tempo questi disumani equilibrismi potranno reggere, costringendo un’umanità che soffre al silenzio? (Mauro Faverzani)

Donazione Corrispondenza romana