POLITICA INTERNA: la vittoria di Berlusconi, la disfatta della Sinistra

Il risultato più eclatante delle elezioni del 13 aprile non è stato la netta vittoria di Silvio Berlusconi (46,8% alla Camera e 47,3% al Senato), ma la bruciante sconfitta della Sinistra, spazzata via dal Parlamento italiano.





Il risultato più eclatante delle elezioni del 13 aprile non è stato la netta vittoria di Silvio Berlusconi (46,8% alla Camera e 47,3% al Senato), ma la bruciante sconfitta della Sinistra, spazzata via dal Parlamento italiano.
«Nessuno, francamente, si aspettava una batosta così grande, storica» ha scritto, all’indomani delle elezioni, il direttore del quotidiano comunista “Liberazione”, Piero Sansonetti. «L’Italia si trova per la prima volta dopo la Costituente ad avere un Parlamento della Repubblica privo di una delegazione della Sinistra».

Nelle elezioni politiche del 2006 Rifondazione Comunista, i Comunisti Italiani e i Verdi, nella coalizione dell’Unione, avevano ottenuto il 10,2 % dei voti (72 seggi) alla Camera e l’11,5 % (38 seggi) al Senato. Dopo le elezioni del 2008, Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Verdi e Sinistra Democratica non possono contare nemmeno su un singolo deputato.

Tra gli esclusi l’ex Presidente della Camera Fausto Bertinotti, l’ex Ministro Fabio Mussi, il Segretario del Prc Franco Giordano, il leader dei verdi Alfonso Pecoraro Scanio, il transessuale Wladimir Luxuria, il “no-global” Frencesco Caruso, il Presidente onorario dell’Arcigay Franco Grillini. L’ipotesi di leggi alla Zapatero in Italia viene accantonata, anche perché oltre alla Sinistra comunista viene cancellato il Partito Socialista neo-laicista di Enrico Boselli. Scompare così dalla scena parlamentare, dopo 116 anni, il più vecchio partito italiano, il Partito Socialista di Turati e di Treves, poi di Nenni e Craxi e oggi di Boselli, dimissionario dopo la débacle, come altri leader della Sinistra. «Da oggi – scrive Gabriele Polo su “Il Manifesto” del 15 aprile – la Sinistra è un soggetto extraparlamentare».

Ma anche l’esito del Partito Democratico di Walter Veltroni è fallimentare: il risultato del 33,3% dei voti alla Camera e del 33,7 % al Senato è di poco superiore a quello dell’Unione del 2006, quando DS e Margherita si presentarono insieme, per la Camera dei Deputati, ottenendo il 31,3 % dei voti. «Per il Pd – scrive Massimo Franco – la sconfitta è netta quanto la vittoria berlusconiana. Walter Veltroni ha svuotato l’estrema Sinistra; ma non è riuscito a sottrarre consensi al Centro, mancando la scommessa di conquistare i voti moderati» (“Corriere della Sera”, 15 aprile 2008).

Veltroni ha fagocitato i voti della Sinistra più radicale, ma non ha sfondato, come sperava, al Centro, perdendo anzi molti dei suoi voti moderati proprio in quella direzione. Il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini (sopravvissuto al ciclone con il 5,6% alla Camera e il 5,7% al Senato) ha affermato alla televisione di aver drenato un quaranta per cento dei suoi voti alla Sinistra. Il che significa che buona parte dei suoi elettori hanno invece votato per il Popolo della Libertà, mentre molti elettori di Forza Italia e di Alleanza Nazionale hanno a loro volta scelto la Lega, che per ottenere il suo clamoroso ha però attinto anche al bacino della Sinistra. Il risultato generale è quello di uno slittamento a destra dell’opinione pubblica italiana e del crollo dei sogni della Sinistra di “riformare l’Italia”.

Veltroni, scrive Massimo Giannini su “la Repubblica”, «ha vinto la campagna elettorale ma ha perso le elezioni». Il leader del Pd sperava in un quasi pareggio al Senato che gli avrebbe consentito un’intesa con Berlusconi sulla legge elettorale, nuove elezioni, e forse una rivincita in tempi brevi. L’ampia maggioranza a Palazzo Madama assicura invece al Centro Destra cinque lunghi anni di governo. Berlusconi vince per la terza volta in quattordici anni, ma soprattutto ha vinto con una maggioranza più stabile e coesa.§

Per meglio comprendere il significato della scomparsa dei comunisti, dei socialisti e dei verdi, vale la pena ricordare che nelle elezioni politiche del 1976, la Sinistra, comprendente allora il Partito Comunista Italiano (34,37 %), il Partito Socialista (9,65%) e Democrazia Proletaria (1,51%) contava il 45 % dei voti alla Camera e il 44,6 al Senato.

Quel parlamento, esattamente trent’anni or sono, varò la famigerata legge abortista 194, firmata da un Presidente del Consiglio (Andreotti) e da un Presidente della Repubblica (Leone) democristiani. La ferita dell’aborto è ancora aperta e sanguinante. Giuliano Ferrara ha avuto il grande merito di avere risollevato questo tema, pur avendo compiuto l’errore, che egli stesso ha ammesso, di avere presentato una lista elettorale che, senza l’apparentamento con il Pdl, ha ottenuto un risultato disastroso.

«Gli italiani – ha aggiunto Ferrara – hanno dichiarato che non si fa partito sull’aborto. Ma la pillola Ru486, il testamento biologico, i protocolli applicativi della legge 194 e le linee guida della legge 40 sulla fecondazione artificiale saranno tra i primi temi con cui il governo dovrà misurarsi e su cui, in parlamento, un cospicuo corpo trasversale darà battaglia. Insomma, i temi etici possono essere tenuti fuori dalla campagna elettorale, ma non dall’attività del governo e del parlamento. Intorno alla vita maltrattata non si fa politica elettorale nel modo da noi scelto, ma si dovranno prendere decisioni dure e difficili. Speriamo buone decisioni e buone leggi» (“Il Foglio”,15 aprile 2008)

Dal nuovo governo di Centro Destra ci attendiamo non solo l’abolizione del bollo o dell’Ici, ma anche un’inversione netta di tendenza sui grandi problemi etici, un freno alla deriva culturale e morale, un rilancio delle radici e dell’identità cristiana della nostra nazione.

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