Partito della nazione o della dittatura italiana?

PD(di Danilo Quinto) Gianfranco Fini ne rivendica giustamente il copyright. Era stato lui il primo a parlare di Partito della Nazione. Erano i tempi di Alleanza Nazionale. Un progetto naufragato, che ora Renzi, spietato com’è, fa resuscitare, nel tentativo di conquistare l’elettorato che ancora non gli “appartiene”.

Non ha forse detto alla convention di Firenze: «La Leopolda del 2011 mi ha fatto capire che questo Paese era scalabile, so che questo termine creerà polemiche, ma lo dico: per anni ci hanno raccontato che l’Italia era un paese chiuso, eppure giorno dopo giorno ci rendevamo conto che si potevano cambiare le cose sul serio?» «Scalabile» sta forse per “conquistabile”? Renzi si inquieterebbe molto solo che lo si pensasse. La sua proposta – mascherata e reiterata in maniera sapiente e ossessiva – è quella di rendere il Paese finalmente “riformabile”, partendo da quell’intuizione, insieme geniale e demagogica, della “rottamazione” del passato. «Siamo partiti dal fatto che in Italia ci sono persone che impediscono ai giovani di andare avanti», dice e aggiunge: «Piaccia o non piaccia ai gufi, a noi è dato il compito di restituire all’Italia la possibilità di un futuro».

Sul futuro, aveva già dato una risposta il “Financial Times”, all’inizio del mese di ottobre: «È arrivato il momento di valutare le conseguenze di un eventuale fallimento dell’Italia», aveva scritto in suo editoriale, sottolineando che «Renzi aveva promesso riforme radicali, ma non le ha ancora realizzate e anche se riuscisse a farle adottare, non sarebbero sufficienti.» Secondo il prestigioso quotidiano economico londinese, «Renzi deve riformare la giustizia, abbassare le tasse al livello della media europea e migliorare l’efficienza della pubblica amministrazione. In altre parole: deve modificare il suo sistema politico. E potrebbe non bastare».

Raccontano le cronache che il Presidente del Consiglio si era molto adirato e siccome non è affatto stupido, probabilmente ha pensato che per “riformare” l’Italia – salvo comprendere come, perché attraverso l’azione di governo condotta fin qui neanche lo si intuisce – non gli è più sufficiente avere l’appoggio pieno della tecnocrazia e del sistema di potere europeo e una maggioranza traballante e rischiosa al Senato. Occorre quella assoluta.

La strategia è abbastanza chiara: dialogare, sedurre e conquistare amabilmente tutti. Già il “Patto del Nazareno” gli ha garantito che i suoi “nemici” naturali non esistessero più. Ma non basta. Il declino dei partiti, il crollo delle ideologie, la friabilità dell’elettorato, divenuto fortemente manipolabile e suggestionabile, gli consente di creare un partito “nuovo”, nato a “sinistra”, che ha già inglobato parte dell’estremismo vendoliano e il “centro” – dissolto dopo l’“esperienza” Monti – e ora punta ad assorbire anche la “destra”.

I contenuti? Uno vale l’altro. Di “destra” o di “sinistra”, poco importa. Qui non si tratta di attuare un programma dichiarato, ma di modificarlo e di adattarlo a seconda delle evenienze e delle opportunità. Anzi, di mutarlo in continuazione, per renderlo sempre più duttile all’“impresa”, garantita oltretutto dal fatto che non è stata decisa attraverso libere elezioni. Si ondeggia per “riformare”, ma non si sa in quale direzione.

Come ha scritto Marcello Veneziani sul “Il Giornale”, il progetto è «buono per tutti». Perché in realtà si dice «Tutti per dire Io, trattandosi di una protesi corale del Leader della nazione, il sullodato Matteo, Asso Pigliatutto». Rimane la “frangia” della Cgil e della Fiom – quella della manifestazione di Roma, per intenderci – ma può essere considerata funzionale al disegno complessivo, perché la cosiddetta minoranza del Partito Democratico, non ha alcun interesse, a provocare una scissione. E poi, il 100% dei consensi sarebbe troppo! Anche per uno come Renzi e per il “suo” partito. (Danilo Quinto)

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