Due proposte di legge presentate dall’opposizione di centro-sinistra (A.C. 2802 e A.C. 2807) sul contrasto alle discriminazioni fondate su “omofobia” e “transfobia” (proposte consistenti in pratica nell’aggravamento dei reati commessi per motivi di avversione verso omosessuali e transessuali) sono state rigettate dalla Commissione giustizia della Camera dei deputati, nelle sedute del 18 e del 19 maggio 2011.
I gruppi in Commissione di Lega, Pdl e Udc hanno in questo caso votato contro tali proposte ma, soprattutto gli ultimi due partiti, non hanno nel 2009 contrastato con la stessa decisione un più o meno analogo testo, approvato dalla stessa Commissione parlamentare (A.C. 1658-1882-A) e successivamente respinto dall’Assemblea solo a seguito dell’approvazione di una questione pregiudiziale presentata dall’Udc, per motivi di costituzionalità (seduta del 13 ottobre 2009).
Il 19 maggio è stato bocciato un testo, sempre presentato dalla relatrice, on. Anna Paola Concia (Pd), «unica omosessuale dichiarata del Parlamento» (F. Schianchi, Legge omofobia. Il Pdl boccia il testo, Carfagna non ci sta, in “La Stampa”, 19 maggio 2011), ed appoggiato come il primo da tutte le opposizioni, oltre che esplicitamente da un ministro (Mara Carfagna) e da un presidente di Commissione parlamentare (Alessandra Mussolini) della maggioranza, nel quale anche disabili ed anziani erano stati “associati” nella maggiore tutela penale prevista, a fianco degli omosessuali. Nessuna protesta pubblica è stata riportata dalla stampa circa la macroscopica dimenticanza dimostrata prima dai proponenti, e la offensiva strumentalità evidenziata dopo, nei confronti di persone anziane e costrette da handicap che, non scegliendo certo la loro condizione di debolezza, dovrebbero comunque essere più e meglio di omo- e transessuali meritevoli di attenzione da parte del legislatore.
A seguito delle due bocciature, l’on. Concia si è dimessa, così esprimendo il suo disappunto circa il fatto che, in questo caso, avrebbe determinato l’esito infelice dell’offensiva omosessualista: «gli italiani di fatto rispettano pochi precetti della dottrina cattolica, specie in tema di sessualità, vita di coppia, fedeltà. Possibile che si ricordino di essere fedeli solo quando si tratta di omosessualità?» (“Il Fatto Quotidiano”, 20 maggio 2011). Purtroppo, non si tratta di “fedeltà”, ma di mero opportunismo politico volto a catturare i voti conservatori alla vigilia dei ballottaggi alle amministrative, dato non solo il precedente del 2009, ma anche il fatto che l’unico partito della maggioranza, oltre a quello del sottosegretario Giovanardi (i Popolari e Liberali nel Popolo della Libertà), dimostratosi «fermamente contrario» (“La Repubblica”, 20 maggio 2011) al provvedimento è stato la Lega Nord.
Quindi, in mano al nuovo relatore, il capogruppo in Commissione Giustizia on. Enrico Costa (Pdl), il ddl tornerà in discussione nell’aula della Camera il 23 maggio con il rischio «che, con il voto segreto, la maggioranza vada sotto. Per questo tutto è rinviato a dopo le amministrative» (“La Repubblica”, cit.).
Oltre al logico motivo, per fortuna evidenziato da almeno un deputato (non cattolico) del Pdl, l’on. Giorgio Clelio Stracquadanio, per cui il ddl “anti-omofobia” contribuirebbe a diffondere «l’utilizzo del diritto penale per aprire “pertugi” nell’ordinamento giuridico, al fine di creare e codificare figure artificiose che vanno contro il diritto naturale” (intervista a cura di A. Ambrosioni, in “Secolo d’Italia”, 20 maggio 2011), a militare contro la stessa opportunità della nuova discussione in aula possono essere portati almeno due ulteriori argomentazioni di ordine giuridico-politico. La prima consiste nella mancanza di percezione popolare circa la tutela penale dal c.d. problema dell’“omofobia”. Gli italiani, come dimostrano costantemente i sondaggi, vorrebbero che le Camere si preoccupassero della lunghezza dei processi penali e della scarsa certezza della pena che impongono, piuttosto che di adeguare il sistema normativo ed amministrativo all’anomica e multirazziale società del XXI secolo.
Il secondo motivo, riguarda l’inutilità dell’intervento proposto con il ddl, dato che l’articolo 61 del codice penale, fra le ben 11 «circostanze aggravanti comuni» già previste, ne contempla una, relativa all’«aver agito per motivi abietti o futili», che ricopre una corretta interpretazione del fatto sociale giustamente da riprovare, cioè la violenza esercitata verso gli omosessuali. Infatti, come rilevato dall’on. Giovanardi, «picchiare una coppia perché composta da due gay che si tengono per mano o si baciano è sicuramente un motivo abietto e futile» (intervista a cura di C. Pasolini, in “La Repubblica”, 19 maggio 2011).