Omosessualismo: cambiare la “cultura sportiva”?

(di Francesca Ruggero) Il commissario tecnico della nazionale di calcio italiana, Cesare Prandelli, invita i calciatori a dichiarare la loro omosessualità. Lo fa nella prefazione al libro Il campione innamorato. Giochi proibiti dello sport, scritto da Alessandro Cecchi Paone e Flavio Pagano, che intendono spiegare «il mondo privato e segreto dei grandi campioni del presente e del passato, chiarendo lo stretto legame che esiste fra felicità (o infelicità) sentimentale e sessuale e successo (o insuccesso) sportivo».

«L’omofobia è razzismo ‒ afferma Prandelli ‒ è indispensabile fare un passo ulteriore per tutelare tutti gli aspetti dell’autodeterminazione degli individui, sportivi compresi. Nel mondo del calcio e dello sport, resiste ancora il tabù dell’omosessualità, mentre ognuno deve vivere liberamente se stesso, i propri desideri e i propri sentimenti. Dobbiamo tutti impegnarci per una cultura dello sport che rispetti l’individuo in ogni manifestazione della sua verità e della sua libertà».

Le dichiarazioni del CT della nazionale hanno trovato vasto consenso ed entusiasmo nelle comunità e associazioni di transgender e omosessuali, ma anche in quei politici che non perdono occasione di accattivarsi le simpatie delle lobby dei gay. «L’intervento di Prandelli ‒ ha dichiarato ad esempio la deputata di Futuro e Libertà, Flavia Perina ‒ fa onore alla Nazionale e al mondo dello sport nel suo complesso. Nel 2009 la Federcalcio tedesca ha promosso una grande campagna nazionale contro l’omofobia. In questi giorni la Football Association britannica sta facendo lo stesso, con la campagna “So What?” (Embé?). È incoraggiante che anche in Italia qualcosa si muova: in una grande questione culturale come questa le parole dello sport, con la sua immensa carica di popolarità e attenzione, sono più importanti di quelle della politica e forse possono indurla a fare quel “passo ulteriore” di cui parla Prandelli».

Perina coglie uno dei punti di questa questione: la grande carica di popolarità dello sport aiuta certamente ad amplificare ancora di più quella cultura sempre più diffusa che eleva l’anomalia omosessuale rispetto ai principi dell’ordine naturale a paradigma della nostra modernità. C’è un dilagare di propaganda dell’omosessualità, nella pubblicità, nei film, nei libri, nell’informazione. Dovunque.

Prende il sopravvento il concetto che se non si è omosessuali, non si è alla moda. Scienziati come Veronesi prefigurano un futuro bisessuale per la nostra umanità. Perfino uomini di Chiesa, si sbilanciano. Scrive il Cardinal Martini nel suo ultimo libro, Credere e conoscere: «Io ritengo che la famiglia vada difesa perchè è veramente quella che sostiene la società in maniera stabile e permanente e per il ruolo fondamentale che esercita nell’educazione dei figli. Però non è male che, in luogo di rapporti omosessuali occasionali, che due persone abbiano una certa stabilità e quindi in questo senso lo Stato potrebbe anche favorirli».

L’altro giorno, abbiamo letto di un Parroco di una Cattedrale del Sud che in un’intervista diceva che la Chiesa deve trattare gli omosessuali con più «tenerezza». Come se qualcuno gli avesse permesso di saltare a piè pari il contenuto della dottrina cattolica. Il numero 2357 del Catechismo della Chiesa Cattolica, dice: «Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che “gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati”».

Si educa, quindi alla perversione e alla depravazione e nonostante questo viene anche richiesto un passo ulteriore, che non si comprende bene quale debba essere. Forse quello di abbandonare definitivamente la volontà di Dio che ci ha creati maschi e femmine e divenire tutti omosessuali. Così, finalmente, sarebbe garantito il futuro. Forse nell’inferno…
(Francesca Ruggero)

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