Mine vaganti. In Africa il preservativo, in Brasile l’aborto


E nel secondo caso il conflitto non è solo tra la Chiesa e lo stato, ma anche tra le gerarchie. Roma sconfessa un’arcidiocesi brasiliana, e questa risponde accusando il Vaticano di non conoscere i fatti e di mettere in forse la dottrina. I documenti dello scontro

di Sandro Magister

ROMA, 23 marzo 2009 – Sui media d’Europa e d’America, il viaggio di Benedetto XVI in Camerun e in Angola, che si conclude oggi, è stato largamente oscurato dalle polemiche scoppiate per una frase da lui detta in partenza, sull’aereo che lo portava a Yaoundé, in risposta alla domanda di un giornalista:

“Non si può risolvere il flagello dell’AIDS con la distribuzione di preservativi: al contrario, il rischio è di aumentare il problema”.

Contemporaneamente, una seconda polemica è deflagrata a partire da un altro paese del sud del mondo, il Brasile, a motivo dell’aborto di una giovanissima.

Contraccettivi ed aborto sono due questioni tra le più controverse nel rapporto tra Chiesa e modernità. Sui contraccettivi la Chiesa cattolica si è pronunciata in particolare con l’enciclica “Humanae vitae” di Paolo VI. Sull’aborto con l’enciclica “Evangelium vitae” di Giovanni Paolo II.

Sulla prima questione, la polemica dei giorni scorsi è stata ingigantita soprattutto dalle stizzite reazioni alle parole del papa dei governi di Francia, Germania, Belgio, Spagna, della Commissione Europea, di dirigenti dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e del Fondo Monetario Internazionale.

Nel caso dell’aborto della fanciulla brasiliana, invece, alla polemica tra stato e Chiesa si è sovrapposto un conflitto dentro la stessa gerarchia cattolica, ai livelli più alti.

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A proposito dell’AIDS, l’accusa che è stata lanciata per l’ennesima volta contro la Chiesa è stata quella di favorirne la diffusione, vietando il preservativo.

I fatti dicono però che in Africa quasi un terzo delle iniziative di contrasto al dilagare dell’AIDS sono opera di cattolici. I preservativi sono oggetto di diffusione massiccia da parte di governi, enti internazionali ed ONG, e non risulta che i cattolici ne ostacolino la distribuzione e l’uso, specie tra coniugi uno dei quali sia portatore di contagio. Ma ogni operatore avveduto sa che essi non bastano, come prova la diffusione dell’AIDS nei paesi ricchi del nord dove i preservativi sono a disposizione di tutti. Il giudizio della Chiesa, confermato dall’esperienza sul campo, è che da soli i preservativi non frenano la promiscuità sessuale, vera causa del dilagare del flagello, anzi talora la incoraggiano accendendo una ingannevole sicurezza.

Di conseguenza la Chiesa cattolica, sul fronte dell’AIDS, si prodiga soprattutto in due modi, che Benedetto XVI ha ricordato nella risposta che ha dato esca alla polemica: con una “umanizzazione della sessualità”, incoraggiandone l’esercizio solo entro l’amore coniugale fedele, e con la cura dei malati. Le indagini provano che dove all’uso del preservativo si antepongono una guida al controllo della sessualità e cure adeguate e gratuite, i risultati sono confortanti.

Nell’incontrare a Yaoundé degli operatori contro l’AIDS e poi dei malati sottoposti a cura, Benedetto XVI ha paragonato l’azione della Chiesa a quella del Cireneo, il contadino africano che aiutò Gesù a portare la croce.

Questa immagine di prossimità al sofferente porta dritto al secondo conflitto scoppiato nei giorni scorsi, sull’aborto di una fanciulla.

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“Dalla parte della bambina brasiliana”: così ha titolato “L’Osservatore Romano” del 15 marzo una nota di prima pagina firmata dall’arcivescovo Rino Fisichella, presidente della pontificia accademia per la vita, oltre che rettore della Pontificia Università Lateranense.

Per il ruolo dell’autore, per la collocazione e più ancora per i contenuti, sicuramente l’articolo era tra quelli controllati e autorizzati dalla segreteria di stato vaticana.

L’articolo partiva dal caso di una bambina brasiliana in età fertile già a nove anni, violentata più volte dal giovane patrigno, rimasta incinta di due gemelli e poi fatta abortire al quarto mese di gestazione.

Il suo caso, scriveva Fisichella, “ha guadagnato le pagine dei giornali solo perché l’arcivescovo di Olinda e Recife si è affrettato a dichiarare la scomunica per i medici che l’hanno aiutata a interrompere la gravidanza”. Quando invece, “prima di pensare alla scomunica”, la fanciulla “doveva essere in primo luogo difesa, abbracciata, accarezzata” con quella “umanità di cui noi uomini di Chiesa dovremmo essere esperti annunciatori e maestri”. Ma “così non è stato”.

L’attacco all’arcivescovo di Olinda e Recife – la diocesi che fu di Helder Camara – non poteva essere più duro.

In effetti, le dichiarazioni dell’arcivescovo sulla scomunica degli operatori del duplice aborto avevano occasionato l’inasprirsi del conflitto già in corso da tempo in Brasile tra la Chiesa e il governo, la prima impegnata in una grande campagna in difesa della vita nascente, il secondo orientato a liberalizzare l’aborto più di quanto già sia.

Da Roma, il cardinale Giovanni Battista Re, prefetto della congregazione vaticana per i vescovi, in un’intervista a “La Stampa” aveva preso le difese dell’arcivescovo di Olinda e Recife.

Altrettanto aveva fatto, in Brasile, la conferenza episcopale, con una nota diffusa il 13 marzo e con dichiarazioni del suo presidente, l’arcivescovo Geraldo Lyrio Rocha, e del suo segretario, Dimas Lara.

Anche il nuovo arcivescovo di Rio de Janeiro, Orani João Tempesta, si era espresso nello stesso senso, rimarcando tra l’altro che la madre della fanciulla aveva testimoniato che “l’unico luogo in cui non si era sentita maltrattata ma rispettata era stato l’ufficio della Caritas”.

Persino dalla Francia era giunto un autorevole sostegno all’operato della Chiesa brasiliana. Il vescovo di Tolone, Dominique Rey, in visita in quel paese, aveva dichiarato d’aver visto con i suoi occhi “le molteplici testimonianze di misericordia vissute dalle comunità cristiane che avevano avvicinato e accompagnato la fanciulla e sua madre”.

La Santa Sede si è però mossa diversamente. Pubblicando l’articolo di Fisichella su “L’Osservatore Romano” ha mostrato di anteporre alla difesa della Chiesa brasiliana e della sua campagna “pro vita” l’obiettivo di appianare il dissidio con l’opinione laica, il presidente Luiz Inácio Lula da Silva e il suo governo.

Col risultato di portare il conflitto tutto all’interno della gerarchia. Per di più aprendo una controversia sul giudizio da dare all’aborto in casi come quello in oggetto.

L’articolo di Fisichella, infatti, così proseguiva:

“A causa della giovanissima età e delle condizioni di salute precarie, la vita [della fanciulla] era in serio pericolo per la gravidanza in atto. Come agire in questi casi? Decisione ardua per il medico e per la stessa legge morale. Scelte come questa […] si ripetono quotidianamente […] e la coscienza del medico si ritrova sola con se stessa nell’atto di dovere decidere cosa sia meglio fare”.

Nel finale dell’articolo Fisichella plaudiva a coloro che alla fanciulla “hanno permesso di vivere”.

È vero che, in un altro passaggio, il presidente della pontifica accademia per la vita ribadiva che “l’aborto provocato è sempre stato condannato dalla legge morale come un atto intrinsecamente cattivo e questo insegnamento permane immutato ai nostri giorni”.

Ma i dubbi prima affacciati restavano. E davano l’impronta all’intero articolo. Dubbi visibilmente in contrasto con la solidità granitica di questo passaggio del paragrafo 62 dell’enciclica di Giovanni Paolo II “Evangelium vitae”:

“Nessuna circostanza, nessuna finalità, nessuna legge al mondo potrà mai rendere lecito un atto che è intrinsecamente illecito, perché contrario alla legge di Dio, scritta nel cuore di ogni uomo, riconoscibile dalla ragione stessa, e proclamata dalla Chiesa”.

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All’articolo di Fisichella su “L’Osservatore Romano” l’arcidiocesi di Olinda e Recife ha replicato il 16 marzo con delle “Chiarificazioni” ufficiali, pubblicate con grande evidenza sulla home page del suo sito web.

Da parte di Roma nessun cenno di ricevuta. Neppure quando, il 21 marzo, è intervenuto nuovamente sulla vicenda il direttore della sala stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi.

Padre Lombardi era quel giorno a Luanda, al seguito del viaggio di Benedetto XVI in Camerun e in Angola.

Il giorno precedente, parlando al corpo diplomatico e facendo riferimento all’articolo 14 del Protocollo di Maputo sulla “salute materna e riproduttiva”, il papa aveva polemicamente esclamato:

“Quanto amara è l’ironia di coloro che promuovono l’aborto tra le cure della salute materna! Quanto sconcertante la tesi di coloro secondo i quali la soppressione della vita sarebbe una questione di salute riproduttiva!”.

Padre Lombardi, incontrando i giornalisti, ha escluso qualsiasi collegamento tra le parole del papa e la vicenda della fanciulla brasiliana. E ha così proseguito:

“In proposito valgono le considerazioni di monsignor Rino Fisichella, che su ‘L’Osservatore Romano’ ha lamentato la scomunica dichiarata con troppa fretta dall’arcivescovo di Recife. Nessun caso limite deve oscurare il vero senso del discorso del Santo Padre, che si riferiva a una cosa estremamente diversa. […] Il papa non ha parlato assolutamente di aborto terapeutico e non ha detto che deve essere sempre rifiutato”.

Ha sorpreso che, a distanza di quasi una settimana dalla diffusione delle “Chiarificazioni” dell’arcidiocesi brasiliana, il portavoce ufficiale della Santa Sede abbia mostrato di ignorarle del tutto, sia nella opposta ricostruzione dei fatti, sia nelle obiezioni di carattere dottrinale e morale.

Ecco qui di seguito, integrale, il documento dell’arcidiocesi brasiliana:

Chiarificazioni dell’arcidiocesi di Olinda e Recife

Riguardo all’articolo “Dalla parte della bambina brasiliana”, pubblicato su “L’Osservatore Romano” il giorno 15 marzo, noi sottoscritti dichiariamo:

1. Il fatto dello stupro non è avvenuto a Recife, come dice l’articolo, ma nella città di Alagoinha, diocesi di Pesqueira. Mentre l’aborto è stato praticato a Recife.

2. Tutti noi – a cominciare dal parroco di Alagoinha, che è tra i firmatari – siamo stati vicini alla fanciulla incinta e alla sua famiglia con grande carità e affetto. Il parroco, mettendo in opera la sua sollecitudine pastorale, raggiunto dalla notizia quand’era a casa, si recò immediatamente a casa della famiglia, dove incontrò la fanciulla per darle sostegno e accompagnamento, posta la grave e difficile situazione nella quale la fanciulla si era trovata. Questa attitudine è stata mantenuta in tutti i giorni successivi, ad Alagoinha come a Recife, dove si è avuto il triste finale dell’aborto di due innocenti. Pertanto, fu evidente e inequivocabile che nessuno pensò in primo luogo alla “scomunica”. Abbiamo fatto ricorso a tutti i mezzi a nostra disposizione per evitare l’aborto e salvare le tre vite. Il parroco affiancò di persona il Consiglio tutelare della città in tutte le iniziative finalizzate al bene della fanciulla e dei suoi figli. Sia nell’ospedale che nelle visite quotidiane diede prova di un affetto e di un’attenzione che fecero capire, tanto alla fanciulla come a sua madre, che entrambe non erano sole, ma che la Chiesa, lì rappresentata dal parroco del luogo, assicurava loro l’assistenza necessaria e la certezza che tutto si sarebbe fatto per il bene della fanciulla e per salvare i suoi due figli.

3. Dopo che la fanciulla fu trasferita in un ospedale della città di Recife, abbiamo fatto ricorso a tutti i mezzi legali per evitare l’aborto. In nessun momento la Chiesa fu assente dall’ospedale. Il parroco della fanciulla si recava in ospedale ogni giorno, partendo dalla sua città che dista 230 chilometri da Recife, senza risparmiare alcuno sforzo, affinché tanto la fanciulla come sua madre sentissero la presenza di Gesù, il Buon Pastore che va incontro alle pecorelle che hanno più bisogno del suo aiuto. In questo modo la vicenda fu trattata con tutta l’attenzione dovuta da parte della Chiesa e non “sbrigativamente” come dice l’articolo.

4. Non siamo d’accordo con l’affermazione che “la decisione è ardua… per la stessa legge morale”. La nostra santa Chiesa non cessa di proclamare che la legge morale è chiarissima: mai è lecito sopprimere la vita di un innocente per salvare un’altra vita. I fatti oggettivi sono questi: vi sono medici che dichiarano esplicitamente di aver praticato e voler continuare a praticare aborti, mentre ve ne sono altri che dichiarano con altrettanta fermezza che un aborto non lo praticheranno mai. Questa è la dichiarazione scritta e firmata di un medico cattolico brasiliano: “Come medico ostetrico da 50 anni, formato alla facoltà nazionale di medicina  della Università del Brasile, e come ex primario della clinica ostetrica dell’ospedale di Andarai, nel quale ho operato per 35 anni fino al mio pensionamento, per dedicarmi al diaconato, e avendo praticato 4524 parti, molti in età minorile, mai ho avuto la necessità di ricorrere all’aborto per ‘salvare vite’, al pari di tutti i miei colleghi retti ed onesti nella loro professione, fedeli al giuramento di Ippocrate”.

5. È falsa l’affermazione che il fatto fu divulgato nei giornali solo perché l’arcivescovo di Olinda e Recife si affrettò a dichiarare la scomunica. Basta osservare che il caso divenne di dominio pubblico ad Alagoinha mercoledì 25 febbraio, l’arcivescovo fece le sue dichiarazioni alla stampa il 3 marzo e l’aborto fu effettuato il 4 marzo. Era impensabile che la stampa brasiliana, di fronte a un fatto di tale gravità, lo tenesse sotto silenzio per sei giorni. La realtà dei fatti è che la notizia della fanciulla – “Carmen” – incinta fu divulgata nei giorni precedenti l’attuazione dell’aborto. Solo allora, martedì 3 marzo, interrogato dai giornalisti, l’arcivescovo menzionò il canone 1398 [del codice di diritto canonico]. Siamo convinti che la divulgazione di questa pena medicinale, la scomunica, faccia bene a molti cattolici, per indurli ad evitare questo peccato gravissimo. Il silenzio della Chiesa sarebbe molto equivocato, soprattutto di fronte alla constatazione che nel mondo si compiono cinquanta milioni di aborti ogni anno e solo nel Brasile si sopprimono un milione di vite innocenti. Il silenzio può essere interpretato come connivenza o complicità. Se qualche medico avesse una “coscienza dubbiosa” prima di praticare un aborto (cosa che ci sembra estremamente improbabile), egli, se cattolico e tenuto ad osservare la legge di Dio, dovrebbe consultare un direttore spirituale.

6. In altre parole, l’articolo è un affronto diretto alla difesa della vita delle tre creature, fatta col massimo della forza dall’arcivescovo José Cardoso Sobrinho, e mostra che l’autore non possiede le basi e le informazioni necessarie per parlare della vicenda, a motivo della sua totale ignoranza dei particolari del fatto. L’ospedale che ha effettuato l’aborto sulla fanciulla è uno di quelli che compiono sistematicamente questa pratica nel nostro Stato, sotto il manto della “legalità”. I medici che hanno praticato l’aborto dei due gemelli hanno dichiarato e continuano a dichiarare sui media nazionali d’aver compiuto un atto che sono soliti compiere “con molto orgoglio”. Uno di essi ha aggiunto: “Già sono stato in passato scomunicato più volte”.

7. L’autore si è arrogato il diritto di parlare di ciò che non conosceva, senza fare lo sforzo di conversare previamente in modo fraterno ed evangelico con l’arcivescovo, e per questo atto imprudente sta causando una grande confusione tra i fedeli cattolici del Brasile. Invece di consultare il suo fratello nell’episcopato, ha preferito dar credito alla nostra stampa molto spesso anticlericale.

Recife, 16 marzo 2009

Edvaldo Bezerra da Silva
Vicario generale dell’arcidiocesi di Olinda e Recife

Cicero Ferreira de Paula
Cancelliere dell’arcidiocesi di Olinda e Recife

Moisés Ferreira de Lima
Rettore del seminario arcidiocesano

Márcio Miranda
Avvocato dell’arcidiocesi di Olinda e Recife

Edson Rodrigues
Parroco di Alagoinha, diocesi di Pesqueira

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L’articolo uscito su “L’Osservatore Romano” del 15 marzo 2009, oggetto della dichiarazione dell’arcidiocesi di Olinda e Recife:
 

Dalla parte della bambina brasiliana

di Rino Fisichella

Il dibattito su alcune questioni si fa spesso serrato e le differenti prospettive non sempre permettono di considerare quanto la posta in gioco sia veramente grande. È questo il momento in cui si deve guardare all’essenziale e, per un attimo, lasciare in disparte ciò che non tocca direttamente il problema. Il caso nella sua drammaticità è semplice. C’è una bambina di soli nove anni – la chiameremo Carmen – che dobbiamo guardare fisso negli occhi senza distrarre lo sguardo neppure un attimo, per farle capire quanto le si vuole bene. Carmen, a Recife, in Brasile, viene violentata ripetutamente dal giovane patrigno, rimane incinta di due gemellini e non avrà più una vita facile. La ferita è profonda perché la violenza del tutto gratuita l’ha distrutta dentro e difficilmente le permetterà in futuro di guardare agli altri con amore.

Carmen rappresenta una storia di quotidiana violenza e ha guadagnato le pagine dei giornali solo perché l’arcivescovo di Olinda e Recife si è affrettato a dichiarare la scomunica per i medici che l’hanno aiutata a interrompere la gravidanza. Una storia di violenza che, purtroppo, sarebbe passata inosservata, tanto si è abituati a subire ogni giorno fatti di una gravità ineguagliabile, se non fosse stato per lo scalpore e le reazioni suscitate dall’intervento del vescovo. La violenza su una donna, già grave di per sé, assume una valenza ancora più deprecabile quando a subirla è una bambina, con l’aggravante della povertà e del degrado sociale in cui vive. Non c’è linguaggio corrispondente per condannare tali episodi, e i sentimenti che ne derivano sono spesso una miscela di rabbia e di rancore che si assopiscono solo quando viene fatta realmente giustizia e la pena inflitta al delinquente di turno ha certezza di essere scontata.

Carmen doveva essere in primo luogo difesa, abbracciata, accarezzata con dolcezza per farle sentire che eravamo tutti con lei; tutti, senza distinzione alcuna. Prima di pensare alla scomunica era necessario e urgente salvaguardare la sua vita innocente e riportarla a un livello di umanità di cui noi uomini di Chiesa dovremmo essere esperti annunciatori e maestri. Così non è stato e, purtroppo, ne risente la credibilità del nostro insegnamento che appare agli occhi di tanti come insensibile, incomprensibile e privo di misericordia. È vero, Carmen portava dentro di sé altre vite innocenti come la sua, anche se frutto della violenza, e sono state soppresse; ciò, tuttavia, non basta per dare un giudizio che pesa come una mannaia.

Nel caso di Carmen si sono scontrate la vita e la morte. A causa della giovanissima età e delle condizioni di salute precarie la sua vita era in serio pericolo per la gravidanza in atto. Come agire in questi casi? Decisione ardua per il medico e per la stessa legge morale. Scelte come questa, anche se con una casistica differente, si ripetono quotidianamente nelle sale di rianimazione e la coscienza del medico si ritrova sola con se stessa nell’atto di dovere decidere cosa sia meglio fare. Nessuno, comunque, arriva a una decisione di questo genere con disinvoltura; è ingiusto e offensivo il solo pensarlo.

Il rispetto dovuto alla professionalità del medico è una regola che deve coinvolgere tutti e non può consentire di giungere a un giudizio negativo senza prima aver considerato il conflitto che si è creato nel suo intimo. Il medico porta con sé la sua storia e la sua esperienza; una scelta come quella di dover salvare una vita, sapendo che ne mette a serio rischio una seconda, non viene mai vissuta con facilità. Certo, alcuni si abituano alle situazioni così da non provare più neppure l’emozione; in questi casi, però, la scelta di essere medico viene degradata a solo mestiere vissuto senza entusiasmo e subito passivamente. Fare di tutta un’erba un fascio, tuttavia, oltre che scorretto sarebbe ingiusto.

Carmen ha riproposto un caso morale tra i più delicati; trattarlo sbrigativamente non renderebbe giustizia né alla sua fragile persona né a quanti sono coinvolti a diverso titolo nella vicenda. Come ogni caso singolo e concreto, comunque, merita di essere analizzato nella sua peculiarità, senza generalizzazioni. La morale cattolica ha principi da cui non può prescindere, anche se lo volesse. La difesa della vita umana fin dal suo concepimento appartiene a uno di questi e si giustifica per la sacralità dell’esistenza. Ogni essere umano, infatti, fin dal primo istante porta impressa in sé l’immagine del Creatore, e per questo siamo convinti che debbano essergli riconosciuti la dignità e i diritti di ogni persona, primo fra tutti quello della sua intangibilità e inviolabilità.

L’aborto provocato è sempre stato condannato dalla legge morale come un atto intrinsecamente cattivo e questo insegnamento permane immutato ai nostri giorni fin dai primordi della Chiesa. Il concilio Vaticano II nella “Gaudium et spes” – documento di grande apertura e accortezza in riferimento al mondo contemporaneo – usa in maniera inaspettata parole inequivocabili e durissime contro l’aborto diretto. La stessa collaborazione formale costituisce una colpa grave che, quando è realizzata, porta automaticamente al di fuori della comunità cristiana. Tecnicamente, il codice di diritto canonico usa l’espressione “latae sententiae” per indicare che la scomunica si attua appunto nel momento stesso in cui il fatto avviene.

Non c’era bisogno, riteniamo, di tanta urgenza e pubblicità nel dichiarare un fatto che si attua in maniera automatica. Ciò di cui si sente maggiormente il bisogno in questo momento è il segno di una testimonianza di vicinanza con chi soffre, un atto di misericordia che, pur mantenendo fermo il principio, è capace di guardare oltre la sfera giuridica per raggiungere ciò che il diritto stesso prevede come scopo della sua esistenza: il bene e la salvezza di quanti credono nell’amore del Padre e di quanti accolgono il vangelo di Cristo come i bambini, che Gesù chiamava accanto a sé e stringeva tra le sue braccia dicendo che il regno dei cieli appartiene a chi è come loro.

Carmen, stiamo dalla tua parte. Condividiamo con te la sofferenza che hai provato, vorremmo fare di tutto per restituirti la dignità di cui sei stata privata e l’amore di cui avrai ancora più bisogno. Sono altri che meritano la scomunica e il nostro perdono, non quanti ti hanno permesso di vivere e ti aiuteranno a recuperare la speranza e la fiducia. Nonostante la presenza del male e la cattiveria di molti.

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Il sito web del giornale della Santa Sede:

> L’Osservatore Romano

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Il testo originale, in portoghese, della dichiarazione dell’arcidiocesi di Olinda e Recife:

> Esclaricimentos sobre o artigo publicado no “L’Osservatore Romano”…

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Il commento del vescovo di Frejus-Tolone, Dominique Rey:

> À propos de l’affaire de la petite fille brésilienne

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Per una valutazione sul rischio di vita di bambine gravide e sulla liceità morale dell’aborto in questi casi, una nota di Renzo Puccetti, medico e segretario dell’associazione “Scienza & Vita” di Pisa e Livorno, in “Zenit” del 22 marzo 2009:

> Valutazione bioetica del caso della bambina brasiliana

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Tutti i discorsi e le omelie del viaggio in Africa di Benedetto XVI, nel sito del Vaticano:

> Viaggio apostolico in Camerun e Angola, 17-23 marzo 2009

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Sull’Africa, l’AIDS e altri nodi polemici, una nota di Pietro De Marco ne “l’Occidentale”:

> Il piacere di aggredire il papa senza capirne il messaggio

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Sulla Chiesa cattolica e l’AIDS, in www.chiesa:

> Preservativo sì o no: “La Civiltà Cattolica” sbarra la strada (22.5.2006)

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Per altre notizie e commenti vedi il blog SETTIMO CIELO che Sandro Magister cura per i lettori italiani. Ultimi titoli:

Bagnasco su Eluana: “Più la gente è sembrata farsi cauta, pensosa…”

Sacro romano disordine. Un’istantanea della curia vaticana

In Camerun Benedetto XVI dialoga con l’islam. A modo suo

 

link: http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1337637

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