Meditazione per il Sabato Santo

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Dal nono Capitolo della profezia di Zaccaria:

Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina.
Farà sparire i carri da Efraim e i cavalli da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti, il suo dominio sarà da mare a mare e dal fiume fino ai confini della terra.
Quanto a te, per il sangue dell’alleanza con te, estrarrò i tuoi prigionieri dal pozzo senz’acqua.
Ritornate alla cittadella, prigionieri della speranza! Ve l’annunzio fin da oggi: vi ripagherò due volte.

Queste parole misteriose tratte dal profeta (Zaccaria) sembrano evocare gli eventi dell’ultima settimana della vita terrena di Nostro Signore. Anzitutto, c’è un riferimento molto chiaro alla Sua entrata in Gerusalemme (avvenuta) la domenica della Palme: umile, cavalca un asino. Poi possiamo vedere un riferimento al giudizio che ebbe luogo il Venerdì Santo, il giudizio con cui il principe di questo mondo fu scacciato dal cuore degli uomini per il potere della Croce, e il regno di Cristo fu stabilito sulla terra, da mare a mare. Infine, come ci insegna la tradizione della Chiesa, abbiamo una profezia della discesa di Cristo negli inferi, descritti come il pozzo senz’acqua.

Come sapete, la discesa di Cristo negli inferi è uno degli articoli della nostra fede. Professiamo la nostra fede in questo mistero ogni volta che diciamo il Credo degli Apostoli. Diciamo descendit ad inferos, discese negli inferi. Gesù Cristo, la seconda Persona della Santissima Trinità, discese negli inferi con la Sua santa Anima. Non vi discese con il Suo Corpo: il Suo Corpo, fino al mattino di Pasqua, rimase nella tomba, che era stata donata da san Giuseppe di Arimatea. Fu l’Anima di Cristo, personalmente unita alla Sua divinità, che fece questo grande viaggio.


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La parola “inferi”, nella Scrittura e nel Credo apostolico, ha un significato più ampio di quello che ha oggi nel linguaggio comune. Nel linguaggio comune oggi, questa parola si riferisce ad un luogo di continua sofferenza, in cui i malvagi rimangono per loro scelta, esclusi per sempre dalla presenza di Dio. Nella Scrittura e nel Credo, la parola “inferi” indica qualunque stato dopo la morte, sia permanente che temporaneo, in cui le anime degli uomini non hanno la visione di Dio. Nell’Antico Testamento, gli inferi, in questo senso ampio, sono indicati col termine ‘Sheol’. In questo senso, le anime di tutti i giusti erano trattenute negli inferi prima della venuta di Cristo.

Quando dunque parliamo della discesa di Cristo negli inferi, possiamo pensare a tre diversi luoghi che sono parte degli inferi o Sheol in senso lato. Questi tre luoghi sono: l’inferno dei dannati, il Limbo dei Padri e il Purgatorio.

Cristo entrò in tutti questi luoghi? Secondo l’opinione più comune, non vi entrò nello stesso modo. Nel Limbo dei Padri andò in persona. Negli altri due andò con la Sua potenza. Non parlerò degli effetti che la discesa di Cristo ebbe sull’inferno dei dannati, salvo a dire che costernò i demoni, i quali videro che tutti i loro piani per attaccare Nostro Signore avevano finito col ritorcersi contro di loro e sconfiggerli. Quell’uomo forte e armato, cioè il demonio, il quale dominava con sicurezza il suo regno, scoprì che Uno più forte di lui l’aveva soggiogato. Non parlerò neppure degli effetti della discesa di Cristo in Purgatorio, salvo a dire che portò (alle anime lì trattenute) un messaggio di incoraggiamento. E, come dicono alcuni autori spirituali, possiamo supporre che Egli liberò dal Purgatorio quelle anime la cui fede nella Sua Passione, quando erano in vita, era stata così grande da meritare di essere liberate da Cristo in questo momento. Ma intendo parlare, piuttosto, di quella parte degli inferi in cui il Signore discese in persona, quella parte che chiamiamo il Limbo dei Padri.


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Nostro Signore andò in persona nel Limbo dei Padri, chiamato anche “seno di Abramo”. L’Anima di Nostro Signore, che aveva raccomandato al Padre Suo prima di morire, si separò dal Suo Corpo e discese nel Limbo. Chi Lo attendeva laggiù? Tutti coloro che, dall’inizio del mondo, erano vissuti sulla terra nell’amicizia di Dio ed erano morti nella fede e nell’attesa del Redentore venturo. Essi erano già stati purificati dei loro peccati per la loro fede in quel Redentore e per il loro amore per Lui. Perché, allora, queste anime erano trattenute nel Limbo? Perché il peso del peccato originale gravava ancora sulla natura umana, come una catena. Solo Cristo poteva spezzare questa catena e liberare queste anime giuste.

Chi si trovava in questo luogo? Vi erano Adamo ed Eva. Abele, Noè e il misterioso Melchidesech, Abramo, Isacco e Giacobbe, Mosè ed Aronne, Samuele e Davide e gli altri due giusti re di Giuda, Ezechia e Giosia; Eliseo, Isaia, Geremia, Ezechiele e tutti i Profeti; certamente anche le anime di Giuda Maccabeo e dei suoi coraggiosi fratelli, nonché di quei martiri che si erano rifiutati di abbandonare la Legge di Mosè, come il vecchio Eleazaro, o quella madre che morì con i suoi sette figli; le anime di Deborah, che era stata come una madre in Israele, di Ester e di Giuditta, che salvarono il loro popolo dalla distruzione; di Tobia e di suo figlio; di Giobbe; della santa profetessa Anna e del santo vecchio Simeone, che avevano visto il Salvatore presentato al Tempio; l’anima di san Giovanni Battista, il più grande tra i figli di donna, per la sua missione profetica. E oltre a tutti costoro, che sono solo alcuni dei Santi menzionati nell’Antico Testamento, ci deve essere stata una gran moltitudine che nessuno poteva numerare, proveniente non solo da Israele, ma da tutte le nazioni della terra, poiché a Dio non mancarono testimoni neppure tra i gentili.

Che cosa possiamo dire del loro stato prima dell’arrivo del loro Re? È impossibile per noi immaginarlo, limitati come siamo all’esperienza del mondo visibile. Ma possiamo dire che era un luogo di immensa speranza, un luogo di attesa. Lì le anime vivevano ancora nella fede e non nella visione, come erano vissute sulla terra. Infatti, sulla terra, la loro fede era stata il mezzo con cui avevano vinto il mondo. Io so che il mio Redentore vive, aveva detto il profeta Giobbe. E il terzo dei sette fratelli martirizzati dal re Antioco aveva steso le mani verso il perverso re dicendo: Da Dio ho queste membra e, per le Sue Leggi, le disprezzo, ma da Lui spero di riaverle di nuovo (2Mac 7,11). Se la fede nel Redentore era così vivida quando erano ancora nel Corpo, quanto più doveva esserlo dopo la morte. Esse credevano con tutta la forza del loro spirito che Egli le avrebbe un giorno liberate e che avrebbero esultato per lo splendore della Sua presenza.


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Il Limbo dei Padri non era un luogo di infelicità e di lamento. Il nome che Nostro Signore dà a questo luogo, “seno di Abramo”, indica che era un luogo di riposo, di consolazione, come un bambino che riposa ed è consolato sul seno di sua madre. Le anime nel Limbo sapevano di essere salve e, a differenza di quelle in Purgatorio, non erano punite per alcun peccato commesso sulla terra.

Parimenti, sarebbe strano dire che questo luogo era un luogo di gaudio; ancor meno possiamo dire che fosse un luogo di felicità. Possono gli amici dello sposo esultare se lo sposo non è ancora venuto? Ci sono due tipi di dolore, dice san Tommaso: uno proviene dalla punizione dei nostri peccati, e l’altro deriva dal fatto che ciò che attendiamo tarda a venire. Il saggio dice: Un’attesa troppo prolungata fa male al cuore (Prv 13,12). Eppure, la speranza è in se stessa una causa di gioia, poiché sperare di possedere qualcosa è certamente meglio di non sperare affatto. Pertanto, se c’era una speranza dolorosa nel Limbo dei Padri, c’era anche gioia, non una gioia perfetta, ma l’inizio di essa. Abramo esultò nella speranza di vedere il Mio giorno; lo vide e se ne rallegrò. Un grande commentatore della Sacra Scrittura ci dice che fu nel Limbo che Abramo vide il giorno di Cristo; dal suo luogo di attesa, vide che il Redentore si era incarnato in una Vergine e che il giorno della redenzione del genere umano era vicino.

Credo che l’attesa e la speranza nel Limbo dei Padri siano cresciute man mano che il giorno della loro liberazione si avvicinava. Le anime là trattenute erano amiche di Dio, e molte di esse, durante la loro vita terrena, erano state da Lui favorite con (speciali) rivelazioni. Perché le avrebbe Dio ignorate dopo morte, ora che erano libere anche da quelle piccole mancanze che nessuno può totalmente evitare mentre vive nella carne? Il luogo fu chiamato “seno di Abramo” per la grandezza della fede di questo grande patriarca. Ma se Abramo vide che il Redentore era ora sulla terra, perché non avrebbe dovuto rendere nota questa grande verità alle altre anime che attendevano con lui, alcune delle quali attendevano da più tempo di lui? Esse, inoltre, conoscevano la profezia di Daniele, secondo cui Cristo sarebbe entrato in Gerusalemme dopo sette settimane di anni dalla ricostruzione delle mura della città; ma, ancor più, Daniele stesso attendava lì, nel Limbo!

Pensate a una grande folla che veglia la notte in un luogo deserto, che attende con ansia i primi raggi del sole non appena appaiono all’orizzonte; solo che questa fu una notte durata circa quattromila anni o più. Se i semplici animali sulla terra sanno per istinto quando la notte sta per finire, quanto più questi amici di Dio devono aver conosciuto per istinto dello Spirito Santo che la loro attesa stava per terminare. E anche san Giovanni Battista, quando la sua anima scese nel Limbo dopo il suo martirio, avrà detto loro tutto ciò che egli aveva visto ed udito. Non è a caso che l’Evangelista dice del Battista che venne per rendere testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo di lui.

Come possiamo immaginare l’ingresso del Figlio di Dio in questo luogo? Mi vengono in mente alcune parole di un Salmo: ha infranto le porte di bronzo e ha spezzato le barre di ferro (Sal 106,16). Certamente gli Angeli annunciarono che Egli stava per arrivare, che Egli era arrivato. Egli entrò. Le anime vedono un’Anima, ma come non ne avevano mai vista una prima di allora. È l’Anima di Dio che essi vedono, l’Anima del Logos. Non è andato lì come un prigioniero, neppure come un “prigioniero di speranza”, come sono loro, prigionieri per il peccato di Adamo. Egli non ha contratto quel peccato, poiché è nato dalla Vergine.

Le anime si affrettano ad adorare il Re. Egli è il loro Re non solo perché le ha create, ma anche perché le ha redente con la Sua Passione. Perciò Egli ha diritto di essere da loro onorato. Egli si era umiliato profondamente, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di Croce. Per questo Dio L’ha esaltato e Gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei Cieli, sulla terra e sotto terra.

Che cosa è andato a fare Gesù (nel Limbo)? Nel linguaggio teologico diciamo che Egli è andato “ad applicare la virtù della Sua Passione” a ciascuna anima. Per noi ciò avviene nel Battesimo: nel Battesimo il Signore applica a ciascuno di noi tutta la virtù della Sua Passione. Ecco perché, se un bambino muore dopo il battesimo, la sua anima non discende tra i morti ma va in Cielo. Ma queste anime nel Limbo dei Padri non erano state battezzate, poiché erano vissute prima che questo sacramento fosse istituito. E così, come Egli applicherà la virtù della Sua Passione ai vivi attraverso i sacramenti, tutti i giorni fino alla fine dei tempi, così ora, con la sua discesa nel Limbo, applica la virtù della Sua Passione ai morti. (Ciò facendo) li rende membra del Suo Corpo. A Nicodemo Cristo aveva detto una volta: nessuno è salito in Cielo, se non Colui che è disceso dal Cielo. Sant’Agostino spiega questo passo dicendo che se noi ascendiamo in Cielo, ciò può avvenire solo se siamo membra di Cristo, e dunque è il Cristo totale, capo e membra, che ascende. Parimenti, come fu Cristo che discese negli inferi, così è Cristo che ascende dagli inferi, ma ora con le anime giuste (che formano) il Suo Corpo mistico.

Non possiamo immaginare in qual modo Gesù, quando discese nel Limbo, parlò realmente a ciascun’anima. Possiamo solo sapere per fede che lo fece. Cristo non si rivolse alle anime del Limbo in gruppo, come un leader sulla terra si rivolge, in un grande incontro, ai suoi seguaci. Egli è il buon Pastore che conosce le Sue pecore una per una e chiama ciascuna per nome. Egli parlò a ciascun’anima, lodò ciascuna per le azioni con le quali essa sulla terra aveva servito Lui e il Padre Suo. Egli parlò a ciascun’anima della beatitudine che L’attendeva nel Regno dei Cieli.

Egli parlò ai Suoi antenati. Nella Sua natura umana, Cristo aveva, più di ogni altro uomo, la virtù chiamata in latino pietas, che ci inclina a riverire gli antenati da cui discendiamo. Perciò, come uomo, Egli riverisce san Gioacchino e sant’Anna, Davide, Giacobbe, Isacco dal cui seme era discesa Maria, anche se questi stessi patriarchi Lo adoravano come loro Dio. Con quale grande ammirazione e gratitudine deve essersi rivolto ad Abramo, il quale avrebbe rinunciato al figlio che amava, quando Dio gli chiese quel sacrificio senza precedenti. Ma, soprattutto, che cosa possiamo dire del Suo incontro con san Giuseppe? Nell’Antico Testamento, nel libro della Genesi, un altro Giuseppe era stato liberato da una prigione terrena per opera di un re ed era stato elevato ad un posto di onore: era solo un’ombra di questo incontro, di questa liberazione, e dell’onore a cui questo Re avrebbe elevato lo Sposo di Maria.

A tutte quelle anime, sia quelle di cui conosciamo il nome sia quelle di cui non lo conosciamo, Cristo diede la visione beatifica. Possiamo dedurlo dalla promessa che fece a san Disma sulla Croce: oggi sarai con Me in Paradiso. Questo Paradiso non era il cielo, ancor meno il paradiso terrestre di Adamo ed Eva. Deve essere inteso, dice san Tommaso, come “un paradiso spirituale, in cui si dice che sono tutti coloro che godono della gloria divina”. Immaginate un uomo che è stato chiuso per molti mesi in una prigione spoglia, senza finestre, solo con una luce fioca; un giorno la porta (della prigione) si spalanca e vede un paesaggio la cui bellezza lo lascia senza fiato. È solo una pallida analogia dell’esperienza di queste anime quando la luce della gloria fu infusa nel loro intelletto e videro il loro Dio faccia a faccia.

Ma esse non lasciarono subito quel luogo di attesa. L’Anima di Nostro Signore discese nel Limbo subito dopo la Sua morte, nel pomeriggio del Venerdì Santo. Ma non si riunì al Suo Corpo fino all’alba del giorno di Pasqua. Quale fu la ragione di questo ritardo? Era necessario provare la verità della Resurrezione attendendo il terzo giorno per riprendere il Suo Corpo. Ma che cosa accadde nel Limbo in questo tempo? Possiamo solo fare delle ipotesi, poiché nulla ci è stato rivelato. Forse parlò a quelle anime della Sua vita terrena e delle Sue sofferenze; forse disse chi di loro era stata scelta per risorgere con Lui anche col corpo, e non solo con l’anima, dato che sappiamo da san Matteo che molti degli antichi Santi risorsero in questo tempo e furono visti in Gerusalemme. Ma qualunque siano state le cose dette e fatte, quando tutto fu pronto, Egli prese con Sé tutte quelle anime dal Limbo per non farvi più ritorno. Egli condusse schiava la schiavitù. Alzatevi, andiamo via di qui.
(Un religioso domenicano)

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