Maschio e femmina? Una differenza da superare

(di Federico Catani) Risale a circa due anni fa l’istituzione, in Svezia, dell’asilo statale Egalia, dove i bambini vengono, se così si può dire, privati della propria sessualità. In nome delle pari opportunità, infatti, i fanciulli dell’istituto scandinavo ricevono un’educazione tale per cui l’essere maschio o femmina viene messo tra parentesi, in quanto sarebbe pregiudizievole per un corretto e libero sviluppo della personalità e per la tutela del diritto all’uguaglianza e alla non discriminazione tra i sessi.

Il 15 novembre scorso, su “Repubblica” è stato ripreso un articolo di John Tagliabue, in cui il giornalista del “New York Times” esprime viva soddisfazione per questa inquietante iniziativa. «Nella piccola biblioteca della scuola – nota compiaciuto Tagliabue – sono presenti poche fiabe tradizionali, come Cenerentola o Biancaneve, con i loro rigidi stereotipi maschili e femminili, però ci sono molti racconti i cui protagonisti sono genitori single, figli adottivi o coppie dello stesso sesso». Inoltre, il pezzo prosegue spiegando che «le bambine non vengono spinte a giocare con cucine-giocattolo e i mattoncini del Lego non sono considerati giochi per maschi. Quando un alunno si fa male, gli insegnanti lo confortano come farebbero con le bambine. E tutti possono giocare con le bambole, alcune delle quali sono di colore».

In pratica si è davanti al trionfo del politicamente e sessualmente corretto e un quotidiano laicista, relativista e anticristiano come “Repubblica” non può che gongolare. Sono ben quaranta i piccoli iscritti ad Egalia e non è difficile provare una profonda pena per questi poveri bambini vittime dell’insensataggine dei propri genitori. Chi mai potrà quantificare i danni psicologici che subiranno?

Nell’articolo, Tagliabue nota con malcelato entusiasmo che «la Svezia è probabilmente altrettanto celebre per la sua mentalità egualitaria quanto lo è per i mobili Ikea». E noi aggiungiamo che le due realtà si fondono: non è un caso infatti, che gli spot pubblicitari di Ikea, di cui uno molto recente e trasmesso su tutte le televisioni, hanno più volte promosso l’omosessualità, facendola apparire come uno dei tanti comportamenti possibili. Non c’è da stupirsi quindi se per difendere l’uguaglianza e le pari opportunità uno Stato ritenuto avanzato e di esempio per tutti come la Svezia arrivi a consentire oscenità come l’asilo “desessualizzato”. In questa struttura, «evitiamo di usare parole come bambino o bambina. ‒ dice una maestra intervistata dal giornalista americano ‒ Preferiamo usare il nome, oppure diciamo andiamo, ragazzi!».

Insomma, con la scusa della non discriminazione, così solennemente sbandierata ai nostri giorni, si arriva a giustificare un’aberrazione vera e propria. Dalla Svezia, poi, l’invenzione si è diffusa in Danimarca, Islanda e Lituania. In quest’ultima nazione, un tempo cattolicissima, si è deciso di dare il via a un progetto, finanziato dall’Unione Europea, che prevede negli asili la lettura di testi che dovrebbero aiutare i bambini a comprendere il valore della cosiddetta “flessibilità sessuale”: si tratta per lo più di storie in cui si raccontano le avventure di maschi e femmine che si scambiano i ruoli. I toni enfatici usati da Tagliabue e fatti propri dal giornale di Ezio Mauro nel parlare dell’asilo svedese non possono essere tollerati.

L’ideologia del gender ormai prende sempre più piede e in Francia il presidente Hollande ha deciso di legalizzare i matrimoni omosessuali con possibilità di adozione. In Italia la questione delle unioni civili ritornerà nella imminente campagna elettorale. Certo, forse la vicenda di Egalia resta al momento un fatto isolato. Ma poiché nessuno sembra badare allo scandalo e anzi in uno dei più importanti quotidiani italiani se ne parla con soddisfazione, i motivi di preoccupazione sono tanti. (Federico Catani)

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