Le sette parole di Shahbaz Bhatti in croce

(fonte: Sandro Magister Blog)Domenica 6 marzo l’ha ricordato il papa all’Angelus. E la sera stessa ha celebrato la messa per Shahbaz Bhatti, ministro pakistano delle minoranze ucciso da estremisti islamici, il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, che lo conobbe di persona.

Ecco alcuni passaggi dell’omelia, pubblicata integralmente da “L’Osservatore Romano“.

Gesù vuole che il “dire” sia accompagnato dal “fare”: “Non chiunque mi dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio”. Se ci accontentassimo di essere cristiani solo sociologicamente, o peggio, cristiani la cui vita fosse in contraddizione con ciò che diciamo di Gesù, allora correremmo il rischio di sentirci dire un giorno: “Via da me, non vi conosco”. Oggi abbiamo davanti a noi la vita luminosa di Shahbaz Bhatti. Aveva scelto Cristo come salvatore, la Chiesa come madre, ogni essere umano come fratello. Fu coerente fino alla fine. La sua vita fu e rimarrà per sempre una vita immolata, un sacrificio offerto a Dio. Come desiderava, lo troviamo ai piedi della croce di Gesù: “Non voglio posizioni di potere, voglio solo un posto ai piedi di Gesù, voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo!”.

Queste sue parole sono così forti che converrebbe tacere. Ma lasciamoci prendere per mano dal nostro amico Shahbaz Bhatti. Seguiamolo fino alla croce di Gesù. Da lì, dice ai suoi aguzzini: “Fino al mio ultimo respiro continuerò a servire Gesù in questa povera umanità sofferente: i cristiani, i bisognosi, i poveri”. Poi, con lui, alziamo lo sguardo verso il Crocifisso. È là che comprendiamo la profondità della perdizione dell’uomo, il mistero di iniquità, di cui parlava Paolo, il potere del male. Ma in Gesù crocifisso, scopriamo anche un po’ dell’immensità dell’amore divino che redime. La croce ci rivela il volto misericordioso di Cristo, che ci apre sempre il cammino della speranza. Sant’Agostino ha immaginato un dialogo tra Gesù e il Buon Ladrone. Sant’Agostino gli chiede: “Come hai fatto per capire il dramma del Calvario? Hai studiato le Scritture tra i tuoi latrocini? Come hai fatto a capire le profezie e confessare la tua fede in Cristo in modo così luminoso, proprio quando i suoi discepoli lo stavano abbandonando?”. E poi Agostino presta al Buon Ladrone questa risposta: “No, non ho studiato le Scritture, non ho meditato le profezie, ma Gesù mi ha guardato e nel suo sguardo ho capito tutto!”.

Poiché, da bambino e da uomo, Shahbaz ha fatto sì che Gesù incrociasse il suo sguardo e aprisse il suo cuore, egli non ha più avuto alcuna paura, anzi ha avuto il coraggio di servire i suoi fratelli cristiani e non cristiani, il proprio paese, di offrire i suoi servizi alla Chiesa, a rischio della propria vita. Dobbiamo rendere grazie a Dio per aver messo sulla nostra strada quest’autentico “martire”, cioè “testimone” della fede cristiana. […]

Se Gesù ha detto: “Nessuno mi toglie la mia vita, ma sono io che la offro”, Shahbaz Bhatti ha potuto dire: “Non ho più parole da dire, dedico la mia vita a Gesù!”. Non esiste un cristianesimo senza la croce. Il messaggio evangelico disturberà sempre. Ma l’amore dei cristiani per tutti sarà sempre luce, consolazione e solidarietà in mezzo alla violenza. […]

Mi vengono alla mente immagini commoventi delle due eucaristie che ho celebrato a Islamabad e a Lahore, nel mese di novembre scorso. La domenica 28 novembre, il ministro Bhatti venne a salutarmi all’aeroporto di Lahore e mi disse: “So che mi uccideranno. Offro la mia vita per Cristo e per il dialogo interreligioso”.

A tutti nostri fratelli e sorelle cattolici del Pakistan giunga il nostro messaggio di comunione nella fede, la speranza e la carità. Spesso si sentono soli, senza protezione. Aspettano molto dalla comunità internazionale. Stamane il Santo Padre li ha raccomandati alla preghiera di tutta la Chiesa. […]

Possa Dio farci capire meglio cosa vuol dire “dare la propria vita per i fratelli”. In fondo, il peccato, il mistero del male che sembra dominare la scena del mondo, ha forse molto semplicemente la funzione di dare a Dio la gioia di perdonare, e ci sprona a essere, sulle strade della vita dove Gesù ci precede, araldi della sua presenza, convinti che da lui “riceviamo adesso la riconciliazione”, per essere a nostra volta riconciliatori degli uomini con Dio per mezzo della croce.

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