La spiritualità per la Quaresima di san Gabriele dell’Addolorata

La spiritualità per la Quaresima di san Gabriele dell’Addolorata
FONTE IMMAGINE: Wikimedia Commons (https://commons.wikimedia.org/) - Autore: Miyska
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«Voglio fare solo la volontà di Dio, non la mia. Possa essere sempre fatta l’adorabile, amabile, più perfetta volontà di Dio», così ripeteva san Gabriele dell’Addolorata, nato ad Assisi il 1° marzo 1838 e morto a l’Isola del Gran Sasso d’Italia il 27 febbraio 1862, del quale ricorre la sua festività il 27 febbraio, secondo il nuovo calendario, mentre il 28 febbraio detta quello tradizionale.

Il santo, al secolo Francesco Possenti, si fece passionista dopo che, durante la processione della «Santissima icone» (popolarmente chiamata) del duomo di Spoleto, il 22 agosto 1856 sentì la voce interiore della Madonna che lo invitava a lasciare la vita della sua famiglia per farsi religioso passionista. Il padre, Sante Possenti, gli fece forte resistenza, che però il figlio seppe vincere con le sue convincenti argomentazioni.

Francesco prese i voti nella congregazione della Passione di Gesù Cristo, che ha per emblema un cuore sul nero, bordato d’argento e sormontato da una croce patente d’argento e nel campo l’iscrizione: JESU XPI PASSIO; in punta i tre chiodi della crocifissione. Assunse il nome di Gabriele dell’Addolorata, in quanto molto devoto della Madonna Addolorata, fin da bambino, grazie ad una statuetta della Pietà che sua madre conservava in casa. Aveva detto il fondatore dei Passionisti, san Paolo della Croce (1694-1775): «Se io mi salvo, come spero, sarà grazie alla educazione ricevuta da mia madre» (parole pronunciate nella missione di Camerino, poi registrate nel processo di canonizzazione).

La spiritualità del santo umbro, scomparso a soli 24 anni, è molto indicata per il tempo di Quaresima che stiamo vivendo. Al termine del noviziato pronunciò il voto tipico dei passionisti: diffondere la devozione al Cristo Crocifisso e in seguito anche alla Vergine Addolorata. Il suo epistolario e le sue pagine di spiritualità riflettono la sua intensa relazione con Nostro Signore e la Vergine Maria. In particolare, nelle Risoluzioni descrive in dettaglio la via seguita per raggiungere l’unità con la Passione di Gesù Cristo e i dolori di Maria.

Meditare la Passione, compiere fioretti e rinunce, digiunare (anche di social, per esempio), dedicare del tempo alla preghiera, alla lettura del Vangelo, di libri della spiritualità tradizionale, di sante vite edificanti, sarebbe un buon aiuto per vivere più seriamente la Quaresima perché san Gabriele dell’Addolorata era convinto che: «la via del paradiso è stretta. Non illudetevi che per alcuni atti buoni, o per alcune preghiere, o per l’adempimento di qualche dovere cristiano vi siate assicurati del paradiso, no, la cosa non va così» (Lettera 31). La conversione è imprescindibile per chi vive la fede e vuole salvarsi.

La scorsa domenica, la seconda di Quaresima, don Alberto Secci, nella chiesa di santa Caterina a Vocogno, in Val Vigezzo (VB), ha detto nell’omelia: «Siamo a un quarto di questo cammino e allora deve suonare già il campanello di allarme… Cosa abbiamo iniziato a fare di questa Quaresima, è cambiato qualcosa nella nostra vita? O è tutto come prima? È un gioco liturgico spirituale o è qualcosa di reale. Bisogna correre ai ripari, bisogna domandare la Grazia, bisogna, sotto lo sguardo di Dio, raccogliere la volontà e soprattutto bisogna decidere con il cervello, con l’intelligenza. Non buttiamo via il tempo favorevole della Grazia. C’è Quaresima e Quaresima: c’è la Quaresima dei tempi di Cristianità che nessuno di noi ha mai conosciuto, perché nessuno è vissuto in quelle epoche dove le chiese erano gremite, dove si domandava perdono e in mezzo a questo popolo c’era il Re e c’erano i militari che chinavano il capo e domandavano perdono; c’era il potere del mondo che si inginocchiava: tu eri aiutato a fare Quaresima, dove tuo padre era per primo in ginocchio in chiesa e in casa per domandare pietà e misericordia. Beh quella era un tipo di Quaresima… ora c’è la Quaresima dei tempi dell’apostasia, cioè dell’abbandono della fede».  

Chi vive oggi la Fede, la Verità portata da Cristo, che si fece crocifiggere per i nostri peccati? Per spiegare i tempi di questa tragica apostasia, don Alberto ha preso le pagine illuminanti dello scrittore fiorentino Domenico Giuliotti, che nel 1920 pubblicò un capolavoro, L’ora di Barabba: «Il mondo ha perduto lo slancio verso il soprannaturale. L’aria è ferma e torbida. Gli uccelli volano in basso. Il gozzo inzavorrato abbatte lo spirito. Il mondo è una terra di morti imbalsamati e fra di essi vagolano i trampolanti profeti dell’antireligione a predicare che Dio è trasmigrato negli uomini morendo. Il Sacro è scomparso perché il profano è adorato. L’umanità è divenuta adulta, finalmente, così che superflui sono gli anchilosati parametri che distinguevano il bene dal male, tutte cianfrusaglie da mettere in soffitta. Nella misura umana si è istinto ogni comandamento di Dio».

Se l’uomo è dio i comandamenti spariscono, ha ancora detto don Alberto, e l’uomo«sente di non avere più bisogno di una regola morale ora che essa si è riassorbita nell’istinto». Che cosa ci dicono tutti ormai? «Fai quello che vuoi, ed osano anche usare sant’Agostino in modo blasfemo: “Ama e fai ciò che vuoi”», mentre il santo Vescovo rimanda al concetto di Carità di San Paolo, ovvero l’Amore che si deve a Dio, Amore Infinito. La carità (amore) verso il prossimo discende unicamente dall’Amore verso il Creatore. «Dilige et quod vis fac», ama e fa’ quello che vuoi. Sant’Agostino si esprime così nel contesto dell’esposizione della prima lettera di san Giovanni, dove amare, come nell’insegnamento del Signore, significa tenere la propria volontà conformata a quella di Dio: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama» (Gv 14, 21), dunque non c’è amore per il Signore se non c’è l’osservanza dei suoi comandamenti.

La Quaresima va vissuta compiendo la volontà di Dio e non la nostra, sull’esempio di san Gabriele dell’Addolorata, che orgogliosamente portava sulla sua veste, ribadiamolo, il cuore bianco sormontato dalla croce, con la scritta JESU XPI PASSIO (Passione di Gesù Cristo), che ricorda a tutti il mandato di san Paolo della Croce: «Ci dedichiamo a fare memoria delle sofferenze di Gesù e a promuovere, nei cuori della gente, una vera spiritualità della passione».

Oggi molti pastori ci fanno credere che la fede è un gioco, che le benedizioni possono essere fatte a chi vive in peccato mortale, che i divorziati possono convivere con altri in grazia di Dio, che tutte le religioni portano alla salvezza, che i vizi sono semplicemente delle fragilità che saranno perdonate dalla misericordia divina anche senza pentimento, che vivere la fede di sempre è un errore, che assistere alle Sante Messe in Vetus Ordo è un assurdo, che pregare la Pachamama è come pregare Maria Santissima, che l’ideologia ambientalista e la laica (massonica) fratellanza universale sono più sane del catechismo di san Pio X…

Ma la fede non è affatto uno scherzo, è una realtà che richiede intelligenza, conoscenza, sguardo soprannaturale. Diceva san Gabriele dell’Addolorata: «Vi prego e vi scongiuro a non riguardare tanto i guadagni terreni quanto quelli dell’anima, poiché “che cosa giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde la usa anima?”. Una sola è la cosa di cui c’è bisogno» (Lettera 22). L’unica ragione per cui Cristo ha sparso il suo sangue nella flagellazione, sulla strada del Monte Calvario e sulla Croce è stata per redimere i peccati di ciascun uomo convertito. La conversione non è un optional per il fedele, ma l’atto indispensabile per cambiare vita, rinascere (Gv 3, 3-10), grazie al Sacrificio di Cristo e ai sacramenti, nello Spirito Santo, secondo i comandamenti e le beatitudini. Tutto il resto è inganno. Le mode di pensiero, di usi e costumi mondani cambiano, le leggi dell’Onnipotente Eterno mai: «Dio dall’uomo ottiene sempre il suo fine: o l’uomo l’onora nella sua misericordia salvandosi, o l’onora nella sua giustizia dannandosi; a noi sta lo scegliere; da qui non si scappa» (Lettera 31).

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