La scomparsa di Carlo Martini “il cardinale del dialogo”

(di Cristina Siccardi) Il cardinale Carlo Maria Martini, uno dei maggiori esponenti del cosiddetto «Spirito del Concilio», definito «il Cardinale del dialogo», si è spento a 85 anni, nell’istituto Aloisianum dei Gesuiti a Gallarate (Varese) il 31 agosto scorso. La notizia è circolata in tutto il mondo: il “New York Times” ‎lo ha ricordato come uno dei candidati dell’ala progressista più probabili all’elezione pontificia nel conclave del 2005 (voce più giornalistica che realistica), mentre il “Washington Post” lo ha dipinto come espressione del liberalismo della Chiesa e la francese AFP come un interprete dell’apertura «alle istanze moderne».

Nato a Torino il 15 febbraio 1927, entrato nella Compagnia di Gesù nel 1944, frequentò l’Istituto Sociale di Torino e ricevette l’ordine sacro il 13 luglio 1952. Conseguì il dottorato in teologia presso la Pontificia Università Gregoriana nel 1958 con una tesi dal titolo Il problema storico della Risurrezione negli studi recenti, una tesi che traccia già il suo orientamento: la presa di distanza dalla Tradizione, non più ritenuta sufficiente a fondare la certezza del fedele, ma necessitante della comprova della moderna scienza, in questo caso storiografica.

Prosegue gli studi in Sacra Scrittura presso il Pontificio Istituto Biblico, dove nel 1962 gli viene assegnata la cattedra di critica testuale e il 29 settembre 1969 ne diventa il rettore. Nel 1978  viene nominato rettore della Pontificia Università Gregoriana. Sulla cattedra di sant’Ambrogio sale il 10 febbraio 1980 e nel novembre dello stesso anno dà vita alle «Scuole della Parola», che seguono in maniera inequivocabile la nuovissima pastorale maturata dopo il Concilio Vaticano II.

Il 2 febbraio 1983 è creato cardinale e tre anni dopo è presidente del Consiglio delle Conferenze dei Vescovi d’Europa, carica che manterrà fino al 1993. Nel 1987 avvia l’iniziativa, poi conclusa nel 2002, della «Cattedra dei non credenti», al fine di fare “incontrare” cristiani, non credenti e tutti quelli che il cardinale definisce «pensanti», senza distinzioni di credo. Sicuramente fra coloro che hanno tessuto i maggiori elogi funebri a colui che si pose come autorevole maestro della Chiesa, ci sono i «fratelli lontani», emblematico a questo riguardo ciò che ha scritto Il manifesto: «La Chiesa che si appresta a celebrare i 50 anni dall’inizio del Concilio Vaticano II dovrà ora fare a meno anche di lui. Martini non aveva partecipato al Concilio, ma tutta la sua vita è stata intrecciata alla straordinaria novità con cui la Chiesa del Novecento aveva saputo ripensare se stessa, la fede e il mondo; di questa novità egli è stato il più lucido e coraggioso interprete nell’episcopato italiano, e a una delle conversioni più decisive della Chiesa conciliare».

Nel 1987 l’arcivescovo aveva detto: «Ciascuno di noi ha in sé un credente e un non credente, che si interrogano a vicenda», mai i pastori che lo avevano preceduto a Milano avevano utilizzato un fraseggiare simile. Martini fu sicuramente un novatore, ascrivibile cioè nell’alveo di coloro che desideravano distanziare la Chiesa dai solchi tracciati da sant’Ambrogio (339-340-397), da san Carlo Borromeo (1538-1584),  dal beato Ildefonso Schuster  (1880-1954).

Secondo questo pastore ‒ che voleva incontrare il mondo e piegare gli insegnamenti di Cristo alle esigenze contingenti ‒ la Chiesa, che non conosce tempo, che non conosce ruga, era «indietro di 200 anni», come ha dichiarato nella sua ultima intervista rilasciata al “Corriere della Sera” l’8 agosto u.s.: «Padre Karl Rahner usava volentieri l’immagine della brace che si nasconde sotto la cenere. Io vedo nella Chiesa di oggi così tanta cenere sopra la brace che spesso mi assale un senso di impotenza. Come si può liberare la brace dalla cenere in modo da far rinvigorire la fiamma dell’amore? (…). Io consiglio al Papa e ai vescovi di cercare dodici persone fuori dalle righe per i posti direzionali. Uomini che siano vicini ai più poveri e che siano circondati da giovani e che sperimentino cose nuove».

L’affermazione «Militia est vita hominis super terram» è un’eco che si diffonde per tutto l’Antico e Nuovo Testamento, perché la religione cattolica non è una religione di buoni sentimenti, ma di conquista delle virtù e dei premi ad esse connessi; una religione della «buona battaglia», per usare l’esatta espressione di san Paolo, quella che difende l’integrità della propria anima e l’integrità della Fede. La paura della Chiesa, non è, come sosteneva il cardinale Martini, quella di buttarsi fra le braccia del mondo, bensì quella di continuare a riaffermare, con Cristo e i suoi Apostoli, le verità scomode e sofferte. Verità vincenti, perché divinamente rivelate. (Cristina Siccardi)

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