KOSOVO: una indipendenza ad alto rischio

La recente proclamazione dell’indipendenza del Kosovo ha provocato reazioni immediate a Belgrado e a Mosca. La Serbia ha richiamato il suo ambasciatore a Washington e minaccia sanzioni contro le province separatiste.





La recente proclamazione dell’indipendenza del Kosovo ha provocato reazioni immediate a Belgrado e a Mosca. La Serbia ha richiamato il suo ambasciatore a Washington e minaccia sanzioni contro le province separatiste. Ha inoltre denunciato Fatmir Sejdiu, Hashim Thaci e Jakup Krasniqi per «atto criminale grave contro l’ordine costituzionale e la sicurezza della Serbia», secondo quanto riportato dal ministero degli Interni serbo. Anche la Russia promette di non restare inattiva, ma le misure che deciderà di prendere non sono ancora chiare. La Romania, Cipro e la Spagna, e qualche altro Paese dell’Unione Europea, hanno ugualmente condannato la secessione illegale del Kosovo.

Al contrario, la Francia, la Gran Bretagna, l’Italia e la Germania, e altri 13 altri Paesi dell’Unione Europea, senza dimenticare la Turchia e l’Albania, così come i 57 Paesi della Organizzazione della Conferenza islamica, hanno pubblicamente ed ufficialmente sostenuto il Kosovo. Gli Stati Uniti hanno già riconosciuto l’indipendenza di questa provincia.

L’Unione Europea, che non ha la facoltà di riconoscere gli Stati, ha comunque sostenuto l’indipendenza del Kosovo sin dall’ultimo conflitto. Bisogna ricordare che nel 1999 la Serbia, bombardata dagli Stati Uniti, dalla Francia e dall’Italia, ritirò le sue forze dal Kosovo dopo un tentativo di restaurare l’ordine in questa regione e di proteggere la minoranza serba dalla maggioranza musulmana. L’OTAN, avendo forgiato per l’occasione il concetto di “ingerenza umanitaria”, intervenne allora nella più totale illegalità. Dopo la disfatta serba, il Kosovo è passato sotto il controllo delle Nazioni Unite. A dieci anni di distanza da quegli eventi, l’indipendenza del Kosovo ci viene presentata come una logica conseguenza di quegli eventi.

In contrasto con il principio di sovranità nazionale, alcune grandi potenze sostengono la secessione di una provincia storicamente appartenente alla Serbia da secoli. Si noterà che la Serbia si appresta a candidarsi per entrare a far parte dell’Unione Europea la quale si è felicitata della disfatta dei nazionalisti serbi e ha perseguito, per tutta la durata dei negoziati, la “missione civile” in vista dell’indipendenza del Kosovo. Così è un Paese sconfitto, diminuito moralmente e territorialmente, quello che forse entrerà nell’Unione.

La recente dichiarazione della Unione Europea che avverte che l’indipendenza del Kosovo non deve servire da precedente per altri tentativi secessionisti, sottolinea la completa incoerenza di questa posizione. L’Unione Europea non sembra sostenere l’indipendenza delle regioni separatiste per principio, ma per dei criteri puramente soggettivi se non sentimentali.

In effetti, i corsi e i baschi, come tutte le popolazioni vittime dello spostamento arbitrario delle frontiere, apprenderanno da questi fatti che la loro indipendenza e il loro irridentismo potranno essere sostenuti per delle ragioni soggettive ed estranee alla loro causa. Allo stesso modo la Francia e la Spagna, o tutti gli altri Paesi alle prese con una minoranza separatista, non devono attendersi alcuna lealtà da parte dell’Unione Europea e degli Stati stranieri.

In realtà, se il Kosovo debba o non debba diventare indipendente dovrebbe essere questione di politica interna serba. In alcuni casi gli Stati stranieri non possono intervenire. Il sostegno internazionale all’indipendenza del Kosovo appare come un precedente grave e illegale di ingerenza arbitraria negli affari interni di uno Stato.

Il fatto che la Serbia sia un piccolo Stato, indebolito dalla guerra e che domanda di entrare a far parte dell’Unione Europea mette in luce tutta l’ignominia di sostenere l’indipendenza del Kosovo. Ormai la minoranza serba in Kosovo può temere il peggio.

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