ISLAM: il no della Svizzera ai minareti

La Svizzera è un paese di circa 7,5 milioni di abitanti con una presenza musulmana attesta tra i 350 e 400mila residenti provenienti in maggioranza dai Balcani. La comunità islamica ha a disposizione circa 150 luoghi di preghiera e centri culturali, quattro moschee con minareto (ma senza muezzin).

Nel luglio 2007 è stata lanciata in Svizzera, da ambienti dell’Unione democratica di centro (partito di maggioranza relativa) e dell’Unione democratica federale (piccolo partito conservatore della destra protestante), un’iniziativa popolare per l’inserimento nella costituzione federale di un nuovo capoverso dell’articolo 72, del tenore seguente: L’edificazione di minareti è vietata. L’iniziativa, corredata di circa 115 mila firme, è stata inoltrata l’8 luglio 2008. Bocciata sia dal Consiglio nazionale (Camera dei deputati) che dal Consiglio degli Stati (Senato), è stata contrastata anche dal Consiglio federale (Governo), dalla grande maggioranza dei partiti (salvo l’Udc, l’Udf e la Lega dei Ticinesi), dalle Chiese (vedi la presa di posizione dei vescovi svizzeri a inizio settembre), da organizzazioni padronali, sindacali, economiche, associazioni di ogni genere, da un fronte compatto di mass-media (radio, televisioni, giornali).

Fissato il voto per il 29 novembre, la campagna è stata particolarmente accesa, con manifesti dei fautori proibiti in alcune città (riproducevano una donna con burqua e minareti che spuntavano dalla croce svizzera), scambi violenti di accuse, prefigurazione di rischi vari (prospettate gravi reazioni estere, perdita di posti di lavoro, crollo del turismo, possibilità di attentati di ritorsione in Svizzera o contro svizzeri).

Il voto si è svolto il 29 novembre con una partecipazione del 53,4%, percentuale piuttosto elevata rispetto ad altre consultazioni referendarie la cui media è del 40%.
I “Sì” all’iniziativa di modifica della Costituzione sono stati 1.534.054 (57,5%) contro 1.135.108 “No” (42,5%). Essendo necessaria per il successo dell’iniziativa anche la maggioranza dei cantoni, constatiamo che 17 cantoni e 5 semi-cantoni hanno espresso il loro “Sì”, 3 cantoni e un semicantone il loro “No”. Tra i favorevoli in testa Appenzello interno con il 71,4%, poi Glarona (68,8%), Ticino (68,1%), Svitto (66,3%), San Gallo (65,9%). Tra i contrari, chiaro solo il voto di Ginevra (59,7% di “No”); seguono Vaud (53,1%), Basilea-città (51,6%), Neuchatel (50,8%).

La Svizzera tedesca ha appoggiato l’iniziativa senza eccezioni (Berna ha dato un 60,7% di “Sì”, anche Zurigo un 51,8% di “Sì”). La Svizzera francese si è divisa: se Ginevra, Vaud e Neuchatel hanno rifiutato l’iniziativa, il Giura, Friburgo e Vallese (gli ultimi due bilingui) l’hanno appoggiata. La Svizzera italiana (canton Ticino e valli del Grigioni italiano) ha votato massicciamente per l’iniziativa, anche nei maggiori comuni come Lugano, Bellinzona, Locarno, Mendrisio, Giubiasco, Chiasso. Pure dai Grigioni trilingue è venuto un chiaro “Sì” all’iniziativa (58,6%). Tutti i cantoni storicamente cattolici hanno dunque detto “Sì” all’iniziativa. Anche la maggioranza dei cantoni storicamente protestanti ha votato nello stesso modo: in ogni caso si noterà che i pochi cantoni contrari sono tutti di radice protestante. Da ricordare che i cattolici in Svizzera sono attorno al 41%, i protestanti al 35%.

Al risultato non sono mancate vivaci reazioni: dal rammarico dei vescovi svizzeri alle dichiarazioni del teologo Hans Küng che parla di «incomprensibile approvazione di un’iniziativa che non cozza solo contro la libertà di religione, ma anche contro l’apprezzata tolleranza svizzera» (“Tages Anzeiger”); dall’alto commissario dell’Onu per i diritti umani, Navi Pillay, alla Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza e alla presidenza dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa; dal ministro degli esteri francese al presidente della Camera dei deputati italiana; dal Consiglio superiore degli ulema marocchini alla Conferenza episcopale tedesca.

Il presidente turco Abdullah Gül ha detto: «Vergogna per la Svizzera. Questa questione deve essere tenuta seriamente sotto controllo». Anche il primo ministro turco Tayyip Erdogan si è espresso: «È nostro dovere ricordare agli svizzeri di fare marcia indietro senza il minimo indugio sull’errore che hanno fatto».

Dal Vaticano una sostanziale cautela, pur con il giudizio negativo dell’arcivescovo Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio per i Migranti e gli itineranti («Sono sulla stessa linea dei vescovi svizzeri»). Ad esempio il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso ha dichiarato sibillinamente: «Quando si costruisce una chiesa in un Paese a maggioranza islamica o una moschea in un Paese a maggioranza cristiana, la preoccupazione di chi costruisce l’edificio di culto deve essere di armonizzare la costruzione nel paesaggio urbanistico e nel contesto culturale della società».

Intanto da “Asia News”, che ospita un interessante commento di Samir Khalil Samir, apprendiamo che inchieste empiriche fatte dopo il voto svizzero in vari Paesi europei hanno dato lo stesso risultato: in Francia, Olanda, Belgio, Italia, Spagna, Germania, Austria il popolo avrebbe appoggiato massicciamente l’iniziativa anti-minareti. Ma non accadrà poiché i governi, spaventatissimi dal voto svizzero, faranno di tutto per impedire (laddove sarebbe teoricamente possibile) un pronunciamento dell’elettorato su una questione tanto spinosa e altrettanto importante per l’identità nazionale.

Quello svizzero è stato un voto coraggioso, perché i cittadini hanno saputo assumersi una responsabilità storica di indubbio rilievo, contro le indicazioni di quasi tutto l’arco politico-economico-ecclesiale e le minacce di catastrofi. È stato un voto lungimirante, poiché gli svizzeri hanno saputo pensare al futuro e a un dialogo vero con l’islam, portato avanti con la schiena diritta e non da possibili dhimmi, già pronti al cedimento in nome di un pernicioso buonismo.

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