Il Papa non dimentica la Shoah e riporta ebrei e musulmani alla ragione

I rapporti con ebrei e musulmani è uno dei temi caldi del viaggio del Papa in Terra santa. Tutti sono lì a pesare le parole con cui Benedetto XVI parlerà dei rapporti interreligiosi. L’impegno è gravoso: come proporre il dialogo tra le tre religioni monoteistiche senza tuttavia metterle tutte sullo stesso piano e senza negare l’unicità della propria fede? Dalla lettura dei primi discorsi del papa si ha l’impressione che la strada da lui scelta sia quella che si rifà a Regensburg: ciò che è contrario alla ragione non viene dal vero Dio.

 

Benedetto XVI pensa che non tutte le religioni garantiscano allo stesso modo i doveri e i diritti umani, che la ragione riconosce essere radicati nella comune umanità. Secondo lui ci sono due criteri per discernere tra le religioni circa la loro capacità di favorire il bene comune. Il primo è l’incondizionatezza della persona umana, il suo essere fine e mai mezzo. Il secondo è la ragionevolezza della fede. E’ migliore la religione che non dà precetti contrari a quanto la ragione umana dice essere vero e buono. Questa è anche la strada seguita da Benedetto XVI nei suoi discorsi in Giordania in questa fase iniziale del viaggio. Egli continuamente propone il dialogo, però poi richiama la persona, i diritti umani fondamentali, l’uguaglianza tra uomo e donna, le esigenze della coscienza e della ragione e quindi fornisce un criterio di discernimento: le religioni devono “appoggiare posizioni realmente ragionevoli”, come ha detto ai giornalisti durante il viaggio in aereo. Questi richiami non denunciano direttamente niente, ma indirettamente sono come una cartina al tornasole per valutare tante situazioni specialmente nel variegato mondo islamico che, come si sa, non è solo la Giordania. E’ una specie di “tribunale della ragione” cui le religioni si dovrebbero sottoporre proprio per dialogare tra loro. Non è niente di nuovo, intendiamoci, dato che San Tommaso diceva che “quando discutiamo con musulmani e pagani, che non riconoscono l’autorità di una Sacra Scrittura, grazie alla quale possono essere convinti, è necessario ricorrere alla ragione naturale, alla quale tutti sono costretti ad assentire”.

Parlando nella moschea al-Hussein di Amman, Benedetto XVI ha detto che tutte le religioni venerano l’Onnipotente, però anche tutte devono essere sempre “coerenti nel dare testimonianza di tutto ciò che è giusto e buono, sempre memori della comune origine e dignità di ogni persona umana” e non devono mai ricorrere in nome di Dio alla “violenza e all’esclusione”. In questo modo ha fornito, su base razionale, criteri inequivocabili perché le religioni possano giudicare se stesse, a partire da un principio teologico che le accomuna: quello della creazione. “Quali credenti nell’unico Dio, sappiamo che la ragione umana in se stessa è un dono di Dio e quando accetta di essere purificata dalla fede non è per nulla indebolita”. Questo, però, contiene un grande potenziale critico nei confronti delle religioni. Non tutte le religioni e non sempre accettano questa sfida. Per accettarla, la fede religiosa in questione deve intendere se stessa come razionale e non come irrazionale e perciò in grado di rendere la ragione umana maggiormente se stessa piuttosto che negarla. Quando le religioni agiscono contro la ragionevolezza – continua Benedetto XVI – danno adito alle critiche che le considera “fattori di divisione nel nostro mondo” e vorrebbero quindi espellerle dall’ambito pubblico, in quanto pericolose. In questo caso, però, si corre un altro pericolo, quello degli “eccessi di un ego ingovernabile, che tende ad assolutizzare il finito e ad eclissare l’infinito”. Fondamentalismo religioso e laicismo antireligioso si alimentano a vicenda.

Anche a Gerusalemme, nel discorso nel palazzo presidenziale di oggi 11 maggio, Benedetto XVI si attenuto agli stessi criteri, nonostante il diverso contesto. Egli, ricordando che i nomi delle vittime della Shoah non devono mai «perire» e «le loro sofferenze» non devono «essere mai negate, sminuite o dimenticate», ha parlato anche dei “fini autentici di una società, che sempre tutelano la dignità umana” e che sono “indivisibili, universali e interdipendenti”. Non si possono realizzare quando cadono preda “di interessi particolari o di politiche frammentarie”. Le culture e le religioni stesse possono essere particolari e frammentarie, se non rispecchiano queste esigenze umane rivelate dalla ragione.  

Come si vede, dietro le sincere e doverose parole di dialogo, Benedetto XVI non manca di precisare, fornendo il criterio della “ragionevolezza” come guida al dialogo interreligioso. Le sue parole non sono indirizzate a nessuno in via diretta, però indirettamente denunciano tante situazioni realmente presenti, come quando ad Amman ha affermato: “La religione viene sfigurata quando viene costretta a servire l’ignoranza e il pregiudizio, il disprezzo, la violenza e l’abuso”. In questo contesto ha assunto un grande significato il richiamo alla “sapienza etica” condensata nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948, pronunciata benedendo la prima pietra dell’università cattolica di Madaba.

 

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