I castighi di Dio

Considerando le polemiche sorte nelle ultime settimane a riguardo della tematica dei «castighi di Dio», innescate, senza volerlo, dal Professor Roberto de Mattei, il quale in una trasmissione su Radio Maria ha esposto ciò che la Chiesa ha sempre detto e le Sacre Scritture hanno sempre rivelato, padre Raniero Cantalamessa O.F.M., predicatore della Casa Pontificia, nella sua predica del Venerdì Santo (22 aprile), tenuta nella Basilica di San Pietro, ha riproposto l’argomento, affermando:

«Terremoti, uragani e altre sciagure che colpiscono insieme colpevoli e innocenti non sono mai un castigo di Dio. Dire il contrario, significa offendere Dio e gli uomini. Sono però un ammonimento: in questo caso, l’ammonimento a non illuderci che basteranno la scienza e la tecnica a salvarci. Se non sapremo imporci dei limiti, possono diventare proprio esse, lo stiamo vedendo, la minaccia più grave di tutte».

Padre Cantalamessa pare dare al termine castigo un’accezione molto più restrittiva ed in linea con il comune linguaggio parlato, rispetto a quanto facciano le Sacre Scritture e la Tradizione della Chiesa. Per il predicatore della Casa Pontificia castigo ha il senso di retribuzione puntuale per una colpa personale commessa. Nelle fonti della Rivelazione, invece, il medesimo lemma acquisisce un valore più ampio e, soprattutto, una connotazione anche medicinale: il castigo è, al tempo stesso, vendetta di Dio e strumento di redenzione e salvezza per l’uomo, perché, se accettato, permette ai peccatori l’esconto, almeno parziale, dei propri peccati ed ai giusti la santificazione propria e, in virtù della comunione dei santi, l’aumento del tesoro spirituale della Chiesa.

Il profeta Sofonia

Le Scritture, Antico e Nuovo Testamento, però, parlano chiaro a questo proposito. Chi ci dice che i rivolgimenti della natura e le catastrofi, così come drammi e tragedie di più piccole proporzioni, per la cerchia più stretta di persone che coinvolgono, non siano castighi del Signore?
Mistero rimane individuare quali siano, ma non che non esistano i castighi. Il termine castigo fa paura. Più paura, invece, dovrebbe fare il peccato, la vera causa di tutti i mali, che quei castighi può provocare.
Questa tematica rientra nella disciplina della teodicea (giustizia di Dio), una branca della teologia che studia il rapporto tra la giustizia di Dio e la presenza nel mondo del male. Il termine teodicea fu coniato dal filosofo tedesco Gottfried Wilhelm Leibniz (1646-1716) nell’opera Essais de Théodicée sur la bonté de Dieu, la liberté de l’homme et l’origine du mal (Saggi di teodicea sulla bontà di Dio, la libertà dell’uomo e l’origine del male), opera redatta nel 1705, ma pubblicata per la prima volta ad Amsterdam nel 1710. Il suo significato etimologico deriva dai lemmi greci théos (dio) e da díke (giustizia), ovvero dottrina della giustizia di Dio.
Leibniz, tuttavia, utilizzava il termine teodicea come significato generale per indicare la dottrina sulla «giustificazione di Dio per il male presente nel creato». Il filosofo tedesco intraprese questi saggi dopo la lettura critica del Dictionnaire historique et critique (Dizionario storico e critico) del filosofo francese Pierre Bayle (1647-1706), pubblicato a Rotterdam nel 1697 e che giunse, nella sua trattazione, a conseguenze atee.
Il profeta Sofonia parla di castighi e lo fa in maniera esplicita, lo fa non per spaventare, ma per avvertire dei pericoli a cui l’iniquità umana può condurre se dimentica il timore di Dio, uno dei sette doni dello Spirito Santo, che pare sia, a partire dal pastorale Concilio Vaticano II, andato “fuori moda” e passato nel cosiddetto «dimenticatoio»:

«Giorno d’ira quel giorno,
giorno di angoscia e di afflizione,
giorno di rovina e di sterminio,
giorno di tenebre e di caligine, giorno di nubi e di oscurità,
giorno di quelli di tromba e d’allarme
sulle fortezze
e sulle torri d’angolo.
Metterò gli uomini in angoscia
e cammineranno come ciechi,
perché han peccato contro il Signore […].
Neppure il loro argento, neppure il loro oro
potranno salvarli».

Come non riconoscere, in queste parole, il Dies irae che la Tradizione attribuisce a Tommaso da Celano (1200–1265), il biografo di san Francesco d’Assisi? Si tratta di una sequenza in lingua latina. È sicuramente fra le più belle composizioni poetiche dell’età medievale.
Il Dies irae è una delle parti più note del requiem e quindi del rito per la messa esequiale, che il Novus Ordo ha eliminato.
Qui vi si descrive il giorno del giudizio, l’ultima tromba che raccoglie le anime davanti al trono di Dio, dove i buoni saranno salvati e i cattivi condannati al fuoco eterno, così come disse Gesù:
«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. […]. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna» (Mt 25, 31-33; 46). Questo è il castigo eterno, scelto dall’uomo, che nella sua superbia e nel suo tragico orgoglio si vuole emancipare dal suo Creatore.
Esistono, però, anche i castighi nel tempo, che possono essere lievi o pesanti, a seconda delle circostanze. Anche il buon padre e la buona madre di famiglia possono castigare il proprio figlio per il suo bene. Questo vale anche per il Padre celeste che tutto compie per il bene delle sue creature, delle quali non ha una visione ristretta, incastonata soltanto nel tempo e nello spazio, ma va oltre, guardando alla totalità dell’esistenza di una persona: il sempre a cui ciascuno è destinato. A volte il prezzo da pagare per quel sempre può essere alto, altissimo, ma il cattolico ha la somma grazia di sapere a quali eterne gioie il Signore riserva i suoi figli, che a Lui e alle sue leggi (nelle quali sta custodita la vera libertà dell’uomo) non si ribellano.
Sofonia avverte, adunando gli umili, come continua a fare Dio, che gli uomini vorrebbero estromettere dalla storia, ma in realtà possono farlo soltanto con il pensiero, senza possibilità di riuscita effettiva:

«Radunatevi, raccoglietevi,
o gente spudorata,
prima di essere travolti
come pula che scompare in un giorno;
prima che piombi su di voi
la collera furiosa del Signore.
Cercate il Signore
voi tutti, umili della terra,
che eseguite i suoi ordini;
cercate la giustizia,
cercate l’umiltà,
per trovarvi al riparo
nel giorno dell’ira del Signore».

Il Messale Romano

Nel Messale Romano, nella sezione dedicata alle orazioni e precisamente «in tempo di terremoto» leggiamo testualmente:
Orazione
«O Dio onnipotente ed eterno il cui sguardo fa tremare la terra, perdona chi è nel timore, sii benigno con chi supplica; affinché, avendo paventato il tuo sdegno che scuote i cardini della terra, continuamente sperimentiamo la tua clemenza che ne ripara le rovine. Per nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figliuolo».
Secreta
«O Dio che hai formato e reso consistente la terra, accetta le offerte e le preghiere del tuo popolo; rimuovi completamente la minaccia del terremoto, muta la tua terrificante collera in rimedio per la salvezza degli uomini, affinché coloro che dalla terra vennero e ad essa ritorneranno, gioiscano al pensiero di poter divenire cittadini del cielo con una vita santa. Per nostro Signore».
Dopocomunione
«Difendi, o Signore, noi che abbiamo ricevuto il santo sacramento e per celeste grazia rassoda la terra che, a motivo dei nostri peccati, abbiamo visto sussultare, affinché i cuori degli uomini comprendano che tali flagelli vengono dal tuo sdegno e cessano per la tua misericordia. Per nostro Signore Gesù Cristo».
Nel sentire comune, quando accade qualcosa di estremamente negativo nella vita di una persona, è normale sentir dire: «ma che colpa ho commesso per ricevere un dolore simile?». È chiaro che nella natura di ognuno, quando essa non viene soffocata dalle strutture contrarie alla coscienza della presenza di Dio nella storia di ogni individuo e nella storia universale, è istintuale il pensiero di aver commesso qualcosa di grave per provocare l’ira del Signore.

Tobia

Ascoltiamo che cosa afferma Tobia a riguardo delle colpe proprie e dei padri:
«Tu sei giusto, Signore, e giuste sono tutte le tue opere. Ogni tua via è misericordia e verità. Tu sei il giudice del mondo. Ora, Signore, ricordati di me e guardami. Non punirmi per i miei peccati e per gli errori miei e dei miei padri. Violando i tuoi comandi, abbiamo peccato davanti a te. Tu hai lasciato che ci spogliassero dei beni; ci hai abbandonati alla prigionia, alla morte e ad essere la favola, lo scherno, il disprezzo di tutte le genti, tra le quali ci hai dispersi. Ora, nel trattarmi secondo le colpe mie e dei miei padri, veri sono tutti i tuoi giudizi, perché non abbiamo osservato i tuoi decreti, camminando davanti a te nella verità. Agisci pure ora come meglio ti piace; dà ordine che venga presa la mia vita, in modo che io sia tolto dalla terra e divenga terra, poiché per me è preferibile la morte alla vita. I rimproveri che mi tocca sentire destano in me grande dolore. Signore, comanda che sia tolto da questa prova; fa’ che io parta verso l’eterno soggiorno; Signore, non distogliere da me il volto. Per me infatti è meglio morire che vedermi davanti questa grande angoscia…» (Tb 3,2-6).
Tutta la Bibbia è pervasa da questa certezza: le colpe dei padri ricadono sui figli, per più generazioni. Forse la colpa di Adamo ed Eva non è caduta, terribilmente, su noi tutti, destinati, invece, alla felicità?
Spesso accade nelle grandi dinastie una sorta di “maledizione”, dunque di castigo, che va a rompere le benedizioni di Dio su quella data schiatta. Qualche esempio: Casa Savoia, famiglia Kennedy, famiglia Agnelli, famiglia Ranieri di Monaco, famiglia Onassis…
Nel dicembre del 1854, mentre in Parlamento era in discussione la legge Rattazzi per la soppressione degli Ordini religiosi e l’incameramento dei loro beni da parte dello Stato, don Giovanni Bosco (1815-1888) fece un sogno che rivelò poi a Vittorio Emanuele II (1820-1878), inviandogli una lettera, nella quale lo informava di aver sognato un bambino che gli affidava un messaggio: «Una grande notizia! Annuncia: gran funerale a corte». Alcuni giorni dopo il santo inviò un’altra lettera, comunicando un altro sogno, dove era comparso nuovamente il bambino, il quale affermava: «Annunzia: non gran funerale a corte, ma grandi funerali a corte», perciò don Bosco invitò espressamente il Re ad allontanare i castighi di Dio, cosa possibile solo impedendo a qualunque costo l’approvazione di quella legge. Ma il Re non prestò ascolto. Il 5 gennaio l855, mentre il disegno di legge era presentato ad uno dei rami del Parlamento, si diffuse la notizia di un’improvvisa malattia di Maria Teresa (1801-1855), madre del sovrano, che sette giorni dopo morì a 54 anni. Il 16 vennero celebrati i funerali e, subito dopo la funzione, la moglie di Vittorio Emanuele II, Maria Adelaide (1822-1855), che aveva partorito da appena otto giorni, subì un improvviso e gravissimo attacco di metro-gastroenterite. Proprio quel giorno il Re ricevette un’altra lettera di don Bosco, dove era scritto: «Persona illuminata ab alto [cioè dall’alto] ha detto: “Apri l’occhio: è già morto uno”. Se la legge passa, accadranno gravi disgrazie nella tua famiglia. Questo non è che il preludio dei mali. Erunt mala super mala in domo tua [saranno mali su mali in casa tua]. Se non recedi, aprirai un abisso che non potrai scandagliare». La regina Maria Adelaide morì quattro giorni dopo, il 20 gennaio l855, a soli 33 anni. Il fratello del Re, Ferdinando (1822-1855), duca di Genova, morì l’11 febbraio, anch’egli a 33 anni.
Don Bosco pubblicò anche un opuscolo, dove ammoniva Vittorio Emanuele II, scrivendo fra l’altro: «La famiglia di chi ruba a Dio è tribolata e non giunge alla quarta generazione». Tuttavia la legge Rattazzi venne approvata dalla Camera il 2 marzo 1855 per poi passare al Senato. Il 17 marzo morì il piccolo Vittorio Emanuele Leopoldo, l’ultimogenito del Re, nato l’8 gennaio dello stesso anno. Vittorio Emanuele II morirà a 58 anni di malaria, contratta a Roma. Il suo primo successore, Umberto I (1844- 1900), morirà a 56 anni, assassinato dall’anarchico Gaetano Bresci (1869-1901). Il secondo successore, Vittorio Emanuele III (1869-1947), morirà in esilio, ad Alessandria d’Egitto; il terzo, Umberto II (1904-1983), perirà anch’egli in esilio a Cascais, in Portogallo (Cfr. V. Messori, Pensare la storia, Sugarco, Milano 2006, pp. 272-273).

San Tommaso

San Tommaso d’Aquino (1225-1274) spiega nella Summa theologica (Suppl., q.15, a. 2, con il titolo «Se le sofferenze con le quali Dio ci punisce nella vita presente possono essere satisfattorie») il concetto di punizione:
«1. … niente può essere satisfattorio se non è meritorio. Ora, noi non meritiamo se non con quelle cose che dipendono da noi. Perciò siccome i flagelli con i quali Dio ci punisce non dipendono da noi, è chiaro che non possono essere satisfattori.
2. La soddisfazione è riservata ai buoni. Invece le sofferenze suddette colpiscono i cattivi, e sono essi che le meritano di più. Quindi non possono essere satisfattorie.
3. La soddisfazione è fatta per i peccati passati. Ma talora queste sofferenze sono inflitte a chi è senza peccati, com’è evidente nel caso di Giobbe. Dunque esse non sono satisfattorie.
In contrario: S. Paolo scrive:
“1. La tribolazione produce la pazienza, la pazienza poi la probazione”, cioè “la purificazione dai peccati” […]. Dunque le sofferenze espiano i peccati. E quindi sono satisfattorie.
2. S. Ambrogio afferma: “Anche se manca la sicurezza”, cioè la coscienza [certa] di peccato, “la pena è in grado di soddisfare”. Perciò codeste sofferenze sono satisfattorie.
Rispondo: la compensazione per l’offesa fatta può essere compiuta, sia dall’offensore che da un altro. Quando però è promossa da un altro essa ha più natura di vendetta che di soddisfazione: invece quando è compita da chi ha offeso ha anche l’aspetto di soddisfazione. Perciò se le sofferenze che Dio infligge per i peccati vengono fatte proprie in qualche modo da chi le subisce, allora acquistano valore satisfattorio. Ora, esse vengono fatte proprie da chi le subisce in quanto questi le accetta quale purificazione dai peccati, sopportandole con pazienza. Se invece uno vi si ribella assolutamente, allora non le fa sue. E quindi non hanno valore di soddisfazione, ma solo di vendetta».
Questa la logica, inconfutabile e non contraddittoria, a noi trasmessa dal Dottore Angelico, logica che ha una sua intrinseca capacità di placare la nostra inquietudine, proiettandoci ad orizzonti ben più ampi e splendenti. Abbeverarsi a queste fonti, tornare a leggere e introiettare queste certezze di Fede è l’antidoto migliore per interrompere quella pandemia di incertezza, di dubbio e di confusione che permea la cultura cristiana. I fedeli hanno bisogno di recarsi al pozzo della città di Sicàr, dove c’è ancora e sempre Gesù, pronto ad offrire l’acqua della vera vita. Un’acqua che al primo impatto sembra amara, mai poi si rivela dolcissima e santificante, come insegna il dottrinale Concilio di Trento. Leggiamo, infatti, alla voce «Le opere di santificazione»:
«Il concilio insegna che la magnificenza divina è così grande che non solamente le pene che noi stessi ci infliggiamo spontaneamente in esconto del peccato o che il sacerdote decide di imporci in proporzione agli errori commessi, ma ancora – e questa è la più grande prova d’amore! – le prove temporali inflitte da Dio, se noi le sopportiamo pazientemente, ci permettono di santificarci davanti al Padre per i meriti di Gesù Cristo».

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