Giovani sempre più spericolati: mancano famiglia ed educazione

Giovani sempre più spericolati: mancano famiglia ed educazione
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Recentemente, è giunta l’ennesima preoccupante notizia: a Fabrica di Roma, dei giovani hanno intrapreso una sfida spericolata che prevede il lanciarsi contro le macchine in corsa. Questi ragazzi stanno mettendo a repentaglio il bene naturale più grande di ogni uomo, la vita, con una leggerezza che lascia sconcertati. L’amministrazione comunale è immediatamente intervenuta per ammonire le famiglie dei ragazzi. Il sindaco, Claudio Ricci, ha spiegato che si tratta di «un campanello di allarme che va preso in considerazione dai genitori di questi ragazzi. Nulla a che vedere con eventuali denunce o intenzione di colpevolizzare qualcuno, abbiamo solo voluto mettere in guardia chi deve controllare queste manchevolezze o errori che possono provare dei guai anche seri. Gli interventi del padre o della madre sono più salutari di uno delle istituzioni; sono loro che devono intuire i segnali deboli e intervenire con i figli. Il nostro è un paese abbastanza tranquillo e deve restare tale e per questo abbiamo scelto la strada di avvertire le famiglie». Il Comune di Fabrica di Roma ha rincarato la dose parlando, in un post, di «anormale quotidianità, maleducazione e pericolosità» (tondi nostri).

Ma questo non è l’unico fenomeno ormai in voga purtroppo. Si sono ormai diffuse a macchia d’olio delle sfide via social in cui i giovani sono letteralmente spinti al suicidio. Nel sito di Save the Children, si riscontra una descrizione delle c.d. “challenge estreme” ovvero «sfide per compiere atti di “coraggio”: BlackOut Challenge e Hanging Challenge, ad esempio, sono nomi di presunte sfide in cui si prevede che “il partecipante” stringa una cintura attorno al collo e resista il più possibile».

Il piccolo Archie Battersbee, ucciso dal sistema sanitario inglese nell’agosto del 2022, è stato una delle presunte vittime di queste assurde sfide.

Ma Save the Children continua affermando che «di challenges estreme si parla da molto (ricordiamo tutti il fenomeno Blue Whale) e con esse si intende una pratica che può suggestionare ragazzi e ragazze ed indurli progressivamente a compiere atti di autolesionismo, azioni pericolose (sporgersi da palazzi, cornicioni, finestre ecc.), selfie pericolosi, sino ad arrivare ad atti che comportano il suicidio».

In tutto ciò, molteplici sono le belle parole spese per dire che, semplicemente, basterebbe aiutare i ragazzi “a valutare correttamente i rischi”, o per analisi psicologiche che intaccano a malapena la superficie del problema, ma senza un effettivo intento risolutivo.

A fronte di queste notizie e dei successivi commenti viene da porsi una serie di domande: ma è possibile “avvertire le famiglie‘” quando queste cadono letteralmente a pezzi? Vero che gli interventi del padre o della madre sono più salutari di quello delle istituzioni, ma come sono possibili se paternità e maternità sono stati vilipesi a ogni piè sospinto? E, infine, come si può parlare di “maleducazione” laddove si è preteso di sopprimere il fine primario della famiglia, ovvero la procreazione ed educazione della prole? In poche parole, venuta meno l’istituzione familiare, distrutta con zelante impegno dai nemici della famiglia e della Chiesa, prima custode di tale istituzione naturale, a cosa ci si può aggrappare? È necessario ritornare alla famiglia e alla sua opera educativa. Tuttavia, bisogna tenere in debito conto che quest’ultima cambierà sostanzialmente a seconda che si consideri l’uomo come “naturalmente santo” oppure come ferito dal peccato originale e dunque inclinato più facilmente al male che al bene. Su questo, di grande ammonimento è l’enciclica del Pontefice Pio XI, Divini Illius Magistri, del 31 dicembre 1929, uno dei documenti di riferimento del XX secolo sull’educazione cristiana e sui pericoli che la minacciano.

Ricorda il Pontefice chi è il soggetto dell’educazione, ovvero «l’uomo tutto quanto, spirito congiunto al corpo in unità di natura in tutte le sue facoltà, naturali e soprannaturali, quale ce lo fanno conoscere la retta ragione e la Rivelazione: pertanto, l’uomo decaduto dallo stato originario, ma redento da Cristo e reintegrato nella condizione soprannaturale di figlio adottivo di Dio, benché non nei privilegi preternaturali della immortalità del corpo e della integrità o equilibrio delle sue inclinazioni. Restano quindi nella natura umana gli effetti del peccato originale, particolarmente l’indebolimento della volontà e le tendenze disordinate» (Insegnamenti Pontifici, Ed. Paoline, 1958, vol. 3, p. 242).

Per tale motivo, «sono da correggere le inclinazioni disordinate, da promuovere e ordinare le buone, fin dalla più tenera infanzia, e soprattutto si deve illuminare l’intelletto e fortificare la volontà con le verità soprannaturali, e i mezzi della grazia, senza i quali non si può né dominare le perverse inclinazioni, né raggiungere la debita perfezione educativa della Chiesa, perfettamente e compiutamente dotata da Cristo della dottrina divina e dei Sacramenti, mezzi efficaci della grazia».

Pertanto, sono falsi ed erronei quei metodi educativi che si fondano sul naturalismo pedagogico, fondato sulle sole forze della natura umana e sulla dimenticanza del peccato originale. Tali sistemi, «si appellano ad una pretesa autonomia e libertà sconfinata del fanciullo e sminuiscono o anche sopprimono l’autorità e l’opera dell’educatore, attribuendo al fanciullo un primato esclusivo d’iniziativa ed una attività indipendente da qualsiasi legge superiore naturale e divina, nell’opera della sua educazione» (p. 243).

Ci si affanna a ricercare un “codice morale universale dell’educazione”, come se «non esistesse né il Decalogo, né la legge evangelica, e neanche la legge di natura, scolpita da Dio nel cuore dell’uomo, promulgata dalla retta ragione, codificata, con rivelazione positiva, da Dio stesso nel Decalogo», ritenendo “superata” l’educazione cristiana. Ma, avverte Pio XI, i sostenitori di tale pedagogia, miseramente si illudono, «nella pretensione di liberare il fanciullo, mentre lo rendono piuttosto schiavo del suo cieco orgoglio e delle sue disordinate passioni, poiché queste, per logica conseguenza di quei falsi sistemi, vengono ad essere giustificate quali legittime esigenze della natura sedicente autonoma» (p. 244). Ecco chi stiamo crescendo: giovani schiavi di passioni disordinate che arrivano a “giocare” con la loro stessa vita. Giovani senza più radici perché privi di famiglia o con una famiglia totalmente incapace di assolvere al proprio ruolo educativo. Ben vengano gli appelli volti agli interventi familiari, ma a patto di denunciare gli errori che hanno demolito l’istituzione familiare (visto che l’intervento presuppone sempre un ente che intervenga) e di ristabilire la verità che la Chiesa ha sempre insegnato per il sommo bene delle anime.

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