Distorsioni giuridiche in materia di procreazione assistita

procreazione assistita(di Patrizia Fermani) Pochi giorni fa la Commissione Affari Sociali della Camera ha discusso ed approvato a larga maggioranza un emendamento, presentato dal senatore Antonio Palagiano, responsabile nazionale per la Sanità dell’IdV, con il quale si vorrebbe abrogare il divieto – previsto dal comma 2 dell’art.9 della L.40/2004 –  per la donna che partorisce dopo aver fatto ricorso alla fecondazione assistita, di avvalersi  del diritto di non essere nominata nella dichiarazione di nascita, come è invece previsto per i casi di procreazione naturale.

Il promotore ha salutato l’accoglimento della propria proposta come una indiscutibile conquista sul piano del principio di uguaglianza e della parità dei diritti. Egli ha spiegato il senso dell’emendamento approvato con il seguente sillogismo:

“Se a tutte le donne è concessa la possibilità di disconoscere il proprio nascituro al momento del parto, deve essere così anche per le donne che ricorrono alla procreazione medicalmente assistita.”

E ancora, ha argomentato che “impedire la possibilità di non riconoscere il proprio figlio viola quanto sancito dalla normativa che disciplina l’eventuale volontà della madre di non essere nominata”, sicché l’emendamento proposto avrebbe come risultato quello di estendere la “tutela della libertà di scelta della donna”. Tali assunti, quantomeno avventurosi, sono poi stati ripresi pedissequamente dalla “grande” stampa con pensosa compunzione.

Ci proponiamo, allora, di analizzare queste affermazioni nella loro insensatezza terminologica, nell’erroneità dei presupposti concettuali, nell’estrema insidiosità delle relative prevedibili ricadute culturali.

Palagiano afferma che “tutte le donne possono disconoscere il proprio nascituro al momento del parto”.

Ora, il termine “disconoscere”, in un contesto tecnico giuridico, non può che richiamare un preciso istituto: il “disconoscimento di paternità”, con il quale il marito della donna che ha partorito dimostra di non essere il padre biologico del nato, superando la presunzione legale della propria paternità. Dunque, a rigor di logica e di legge, è possibile disconoscere solamente chi si ritiene essere figlio altrui, eventualità impensabile per la madre (se non nei termini della sostituzione di neonato), come ricorda il noto adagio mater semper certa…

Tuttavia, Palagiano, ignaro dell’assurdità logico-giuridica di parlare di un fantomatico “disconoscimento di maternità”, lo ritiene un sinonimo di mancato riconoscimento del figlio naturale, il che rafforza il sospetto che egli non si renda conto di utilizzare termini, che hanno un preciso e imprescindibile contenuto tecnico, quasi fossero parole del corrivo linguaggio comune.

Come se non bastasse, egli assimila, poi, il mancato riconoscimento del figlio alla facoltà di anonimato concessa alla madre dall’art.30 del Dpr 396/00.

Emerge, in questo, dalle parole di Palagiano una scarsissima comprensione del significato giuridico e sociale del diritto al riconoscimento e delle conseguenze del suo mancato esercizio, rispetto a quella che è la funzione ed il peso normativo della norma regolamentare sull’anonimato.

Le due normative, quella relativa al riconoscimento e quella attributiva del diritto di anonimato, operano su piani diversi, sebbene correlati: la prima implica l’attribuzione al figlio di uno specifico status giuridico con il relativo corredo di diritti e di doveri, condizionando un ventaglio di situazioni giuridiche soggettive (diritti successori, rapporti di parentela, obbligo di alimenti, diritto al nome, etc.) per la pluralità dei soggetti coinvolti. La seconda opera, invece, sul piano ben più circoscritto del diritto alla riservatezza della madre, nonché come strumento burocratico funzionale a rendere operativo, sul piano formale, il mancato riconoscimento.

L’emendamento Palagiano tradisce, dunque, una sovrapposizione concettuale tra la richiesta di anonimato da parte della madre ed il mancato riconoscimento del figlio (definito erroneamente disconoscimento), nascosta dietro il paravento della concreta complementarietà delle due situazioni.

Eppure, l’equivoco non ha un rilievo meramente nominalistico, ed anzi porta con sé rilevanti conseguenze sul piano interpretativo: infatti, la facoltà di non riconoscere il figlio è concessa dalla legge per motivi di opportunità (ad esempio per evitare l’emergere di una relazione adulterina, per scongiurare l’aborto ovvero l’infanticidio), e dunque in una prospettiva di bilanciamento degli interessi in gioco, e non certamente in ossequio alla sola libertà di autodeterminazione della donna a fronte dell’avvenuta nascita.

Pertanto, interpretare la norma regolamentare sull’anonimato come assorbente rispetto al tema del riconoscimento, oltre a comportare un capovolgimento della gerarchia delle fonti, finisce per offrire una lettura arbitraria e gonfiata del diritto della donna a non essere nominata, che si trasforma, nell’immaginario del proponente, in una sorta di potere di disposizione nei confronti del figlio naturale.

E’ questo enorme fraintendimento a squilibrare la comprensione del sistema dei valori in gioco, offuscando anche le ragioni sottese alla normativa speciale prevista in caso di FIVET.

Infatti, il nostro aspirante legislatore sembra non essersi minimamente accorto che l’art.8 della legge 40/04  prevede che i figli nati con FIVET da coppie di conviventi non coniugati assumono alla nascita, automaticamente, lo status di figli riconosciuti, senza necessità di un ulteriore atto di riconoscimento. Pertanto, il successivo divieto per la madre di chiedere l’anonimato, che si vorrebbe abrogare, discende coerentemente dalla irrevocabilità del riconoscimento (art.256 c.c.)  già acquisito dal figlio ope legis.

Sul piano del merito, del resto, le diposizioni di cui sopra rispecchiano la volontà del legislatore di valorizzare al massimo la comune volontà dei genitori, espressa per iscritto al momento della richiesta di fecondazione assistita, e di garantire, allo stesso tempo, la maggior tutela possibile del nascituro.

Dunque, considerare il divieto di anonimato una disposizione “discriminatoria” o “punitiva” e chiederne, perciò, l’abrogazione denota solamente una clamorosa mistificazione del quadro normativo di riferimento ed il malcelato intento politico di allargare le già indebolite maglie della legge 40. Ma al di là di questo obiettivo, paradossi linguistici, errori e la forse non casuale ignoranza dei testi legislativi, risultano, alla fine, funzionali alla proclamazione senza mezzi termini di un diritto della madre a non volere il figlio che ha partorito. Una sorta di rimedio tardivo al mancato aborto, che attraverso la constatazione dello stato di abbandono, faccia scattare il regime di adottabilità. Cosicché l’adozione diventi non tanto il rimedio per l’abbandono quanto la sua giustificazione.

Ancora una volta la volontà ovvero l’interesse individuale è inteso come l’ unico criterio che deve dominare ogni rapporto umano, foss’anche quello primordiale tra la madre e un figlio, nei confronti del quale si deve poter esercitare lo jus poenitendi come si dà, all’occorrenza, quando viene restituita una merce non gradita. E questo principio di civiltà grazie anche al terzo comandamento della Costituzione, non deve soffrire eccezioni vere o presunte che siano.

E’ certamente preoccupante che un tale emendamento, col corredo delle argomentazioni proposte dall’autore, sia stato condiviso a larga maggioranza dai vari rappresentanti politici riuniti in Commissione. Stupisce meno, purtroppo, che parole senza copertura aurea di pensiero e senza controllo di verosimiglianza siano state fatte proprie da tanto giornalismo buono, sedotto come sempre dall’irrinunciabile mito della libertà di scelta. Questi sacerdoti e sacerdotesse del Tempio della Scelta compongono così il sottofondo, il leitmotiv, sul quale si va già modulando per inerzia quel “pensiero comune” che andrà via via a formare una cultura più evoluta e infine un diverso ordinamento, consono finalmente ad un nuovo luminoso volksgeist.

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