Il testo che riportiamo è l’ultima parte dell’articolo 2 del capitolo IV del volume II (La singolare missione di Maria SS.) dell’opera La Madonna secondo la fede e la teologia (Libreria editrice F. Ferrari, Roma 1953) del noto mariologo padre Gabriele Roschini osm (1900-1977), religioso dell’Ordine dei Serviti.
2) Cooperazione di Maria SS. al compimento della redenzione ossia al sacrificio della croce
Tutte le azioni della vita del Verbo Incarnato, dal primo all’ultimo istante, ossia fino alla morte, furono ordinate alla redenzione del genere umano e quindi furono causa della nostra salvezza. Non lo furono però – per libera disposizione di Dio – senza la morte ossia senza il sacrificio della Croce.
Un esempio analogo: tutte e singole le parole della consacrazione pronunziate dal Sacerdote sopra le specie eucaristiche influiscono nella transustanziazione del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Cristo; ciò nonostante, la transustanziazione non si effettua se non quando il Sacerdote ha pronunziato l’ultima parola della formula. Così, tutte e singole le azioni del Verbo Incarnato hanno influito nell’opera della nostra salvezza; ciò nonostante, questa nostra salvezza non si è effettuata, ossia non ha avuto l’ultimo suo complemento se non con l’ultima azione della vita di Cristo, ossia, con la sua morte di croce. Essa è il compimento necessario, voluto da Dio per la nostra riconciliazione con Lui.
È bene notare però che la morte di Croce, ossia quest’ultimo, definitivo atto della nostra redenzione, è una conseguenza logica, necessaria del primo atto della medesima, ossia, dell’Incarnazione redentiva. In quel «primo mistero» – disse con frase lapidaria il Santo di Montfort – «Gesù operò tutti i misteri della sua vita, seguiti più tardi, avendo fin da allora accettato di compierli» (Trattato, n. 248).
Orbene, la Vergine SS., come aveva cooperato all’inizio della nostra redenzione, ossia all’ingresso della Vittima, in quanto vittima, nel mondo, così cooperò al compimento, alla consumazione della medesima, ossia al sacrificio della croce, all’immolazione della Vittima. Una tale cooperazione all’immolazione era – si noti bene – un corollario necessario di quel consenso da lei dato all’Incarnazione redentiva e quindi alla nostra redenzione. Il dado era già tratto: Ella non poteva più ritirarsi. Il suo consenso, infatti, si estendeva fino al sacrificio della croce, poiché il Verbo, come abbiamo già dimostrato, non volle compiere il suo ingresso nel mondo per sacrificarsi, e quindi non volle sacrificarsi per la nostra redenzione, senza aver prima richiesto ed ottenuto il libero consenso di Maria. Volle, perciò, che da questo consenso fosse dipeso, nell’ordine dell’esecuzione, il suo stesso sacrificio.
Pronunziando il suo Fiat, gravido delle sorti del mondo, la Vergine SS. – come rilevò S. Bernardino da Siena – non fece altro che «acconsentire al Crocifisso, ossia alla crocifissione del Figlio, al prezzo della sovrabbondante soddisfazione di tutti i peccati, al merito, all’impetrazione e alla mediazione della riparazione di tutti gli eletti…» (De consensu Virgin., serm. 8, a. 1, IV, 102). Disse bene il P. Faber: «Betlemme, Nazaret ed il Calvario emanarono dal consenso di Maria» (Il piede della Croce, p. 463, Marietti, 1922).
Questa cooperazione, ossia attiva partecipazione della Vergine SS. al sacrificio della Croce, all’immolazione della Vittima Redentrice, viene rilevata con sobrietà ma con sorprendente efficacia dal Vangelo di S. Giovanni. Ecco il testo: «Stava presso la croce di Gesù la sua madre… Gesù adunque guardando la madre e il discepolo prediletto, che stava là, dice alla Madre: – Donna, ecco il tuo figlio. – Poi dice al discepolo: – Ecco la madre tua – E da allora il discepolo la prese con sé» (Giov. XIX, 25-27).
Pensiamole, pesiamole, imprimiamole profondamente nel cuore queste luminose parole!…
«Stava presso la croce di Gesù la madre sua». Si notino bene due cose: la presenza della madre e il modo con cui Ella è presente.
- Si noti, innanzitutto, la presenza. Perché mai è lì presente Maria, la Madre?… Forse per poter prestare qualche cura materna al Figliolo morente?… No! La plebaglia che circonda la croce non gliel’avrebbe permesso. E poi, quale cura si può prestare ad un crocifisso?… Forse è lì per alleviargli, con la sua presenza teneramente materna, il tormento, lo spasimo della crocifissione?… Tutt’altro! Con la sua presenza, Ella non fa che aumentare, involontariamente, con le sue pene indescrivibili, le indescrivibili pene del Figlio. Perché, allora, stava lì sul Calvario?… Perché quello, in quel momento che dominava i secoli, era il suo posto. Perché Ella doveva compiervi una parte essenziale, impreteribile. Ella doveva testimoniare con la sua presenza che, come l’aveva dato generosamente alla vita per la nostra salvezza, lo dava ora, non meno generosamente, alla morte per il medesimo scopo.
- Si noti, in secondo luogo, il modo con cui la Madre è presente sul Calvario, dinanzi all’altare del mondo. Ella non è lì svenuta, in preda a parossismi, oppure abbandonata tra le braccia delle pie donne, no! Sta ritta in piedi: stabat! Sta lì, in quell’atteggiamento stesso che prende il sacerdote dinanzi all’altare, nell’atto di offrire il sacrifizio. Questo atteggiamento sublime, unico nella storia dell’umano dolore, getta un vivo raggio di luce sui sentimenti che tumultavano in quelle tremende tre ore nel cuore di Maria. Ci svela, soprattutto, una volontà ferma, risoluta, pienamente conforme alla volontà dell’eterno Padre, il quale – come scrisse S. Paolo – «non risparmiò neppure il suo Figliolo, ma lo diede per noi» (Rom. 8, 32).
La presenza della Vergine sul Calvario e il modo con cui è presente, vengono sufficientemente spiegati dalle susseguenti parole del testo giovanneo: «La madre di lui». Quella donna che stava lì, in atteggiamento sacerdotale, è la madre della Vittima del genere umano. E come tale Ella non può essere assente, non può tenere un contegno diverso. È un punto, questo, che è troppo trascurato dagli scrittori e che merita quindi di esser messo in grande rilievo.
In quella Vittima v’era qualcosa di suo. Quel sangue preziosissimo che stava per effondersi sul mondo e per lavarlo dai suoi delitti, era sgorgato, come da purissima fonte, dal suo cuore verginale.
Su quella Vittima di valore infinito, la Vergine SS. aveva diritti di Madre. Iddio, infatti, costituendo la Vergine SS. Madre del Redentore in quanto tale, le conferiva liberamente e le riconosceva su questo Redentore quei diritti reali che ogni vera madre possiede sui figli da essa generati. Costituendo, quindi, come prezzo della Redenzione l’Incarnazione e la morte del Redentore com’Egli l’ha voluto e l’ha dato, ossia, vero Figlio di Maria, Iddio ricollegava la nostra salvezza alla immolazione di una vittima sulla quale due, Gesù e Maria, avevano dei diritti reali, indissolubilmente congiunti; rinunziando liberamente (fin dal primo istante della Incarnazione redentrice) a questi diritti (ossia alla vita umana del Figlio) come Gesù rinunziò ai propri (ossia alla propria sua vita umana), Maria interveniva nella costituzione perfetta della vittima del sacrificio redentivo, mettendovi del suo e cooperando così realmente all’acquisto del merito redentivo. L’unità della Vittima fa l’unità del sacrificio e quindi del merito redentivo. I due atti di rinunzia (quello di Gesù e quello di Maria) sono indubbiamente distinti, perché personali; ma vengono intimamente e indissolubilmente uniti in due modi, vale a dire:
- per mezzo del medesimo decreto divino che li esige – per un piano sapientissimo stabilito ab aeterno –;
- per mezzo del medesimo fine a cui sono ordinati, ossia alla gloria di Dio attraverso la redenzione del mondo.
La maternità divina, considerata in concreto, ossia, come storicamente è avvenuta, diventa così il mezzo prescelto ed attuato da Dio per unire Gesù e la Vergine SS. in un principio totale di salvezza del genere umano. Essa diventa così il segno più certo, più luminoso e più autentico col quale ci viene rivelata l’associazione di Cristo e di Maria nell’opera della nostra salvezza.
Una autorevolissima conferma a queste nostre immediate deduzioni la troviamo nelle parole di Benedetto XV: «[La Vergine SS.] talmente patì e quasi morì insieme col Figlio che pativa e moriva; talmente abdicò ai diritti materni verso il Figlio per la salvezza degli uomini, e immolò il Figlio, per quanto le spettava, onde placare la giustizia divina, da potersi dire con ragione che essa ha redento con Cristo il genere umano».
La Vergine SS., dunque, stando presso la croce come Madre della Vittima, e rinunziando ai diritti materni (o meglio, confermando pubblicamente, con la sua stessa presenza, quella rinunzia che aveva già fatto nell’atto stesso di accettarli il giorno dell’Annunciazione) per l’eterna salvezza del genere umano, immolava, per quanto a lei spettava (quantum ad se pertinebat) il suo stesso Figliolo. Conseguentemente diventava vera Corredentrice del genere umano, vittima insieme alla Vittima divina. Poteva, quindi, scrivere con piena ragione il Santo da Montfort, che: «Dio Figlio, novello Adamo, glorificò la propria indipendenza e maestà nel dipendere da quest’amabile Vergine nella sua concezione, nella sua nascita, nella sua presentazione al tempio, nella sua vita nascosta di trent’anni, anzi nella stessa sua morte, alla quale la volle presente, avendo stabilito di fare con lei un medesimo sacrificio e essere immolato col di Lei consenso all’Eterno Padre, come già Isacco col consenso di Abramo alla volontà di Dio. Da lei fu allattato, nutrito, mantenuto, allevato e sacrificato per noi. O ammirabile e incomprensibile dipendenza di un Dio, che lo Spirito Santo, per mostrarcene il pregio e la gloria infinita, non poté passare sotto silenzio nel Vangelo, quantunque ci abbia celato quasi tutte le cose ammirabili operate da questa incarnata Sapienza nella sua vita nascosta!» (Trattato, n. 18).
Tutto ciò che abbiamo esposto ci sembra implicitamente contenuto nelle parole giovannee: «Stava presso la croce di Gesù la madre di Lui». Ma non basta. L’Evangelista prosegue: «Gesù adunque guardando la Madre e il discepolo prediletto, che stava là, dice alla Madre: Donna, ecco il tuo figlio. Poi dice al discepolo: Ecco la Madre tua».
Abbiamo qui – secondo l’insegnamento del magistero ecclesiastico – la proclamazione della maternità spirituale di Maria, e conseguentemente la proclamazione della cooperazione immediata della Vergine SS. all’opera del nostro riscatto. Ed infatti, si ha identità, nella natura, tra la maternità spirituale e la corredenzione. L’una e l’altra convengono in questo dato essenziale (per l’una e per l’altra): nel primo conferimento della vita soprannaturale, ossia, nel primo acquisto della grazia. Nello stesso istante, quindi, in cui si compiva la redenzione degli uomini, si compiva anche la loro rigenerazione (in atto primo) alla vita soprannaturale della grazia, perduta col peccato, nell’Eden, da Adamo e da Eva e riacquistata sul Calvario con la Redenzione e Corredenzione, dal nuovo Adamo e dalla nuova Eva.
Se la redenzione e la rigenerazione soprannaturale si identificano, si identificano anche la cooperazione alla Redenzione e la cooperazione alla rigenerazione soprannaturale degli uomini. Proclamando l’una (ossia la maternità spirituale, vera cooperazione alla rigenerazione soprannaturale dell’uomo), Gesù proclamava anche l’altra (ossia la corredenzione, vera cooperazione alla Redenzione). Opportunamente poi questa solenne proclamazione avveniva nel momento stesso in cui stava per avere il suo compimento la Redenzione e la conseguente rigenerazione soprannaturale dell’umanità! Dio volle e dispose che noi fossimo rigenerati, ossia, redenti, non soltanto «ex voluntate Patris» ma anche «ex voluntate Matris».
L’opera della nostra redenzione si è svolta tra due fiat (di cui però il secondo è conseguenza necessaria del primo) pronunziati dal Redentore e dalla Corredentrice. Il primo fiat è stato da loro pronunziato simultaneamente a Nazaret, nell’istante stesso dell’Incarnazione; il secondo, logica conseguenza del primo, è stato da loro pronunziato sul Golgota, nell’ultimo istante della vita del Redentore.
La Vergine Santissima con Gesù morto sul seno – il gruppo della Pietà – è il simbolo più espressivo dell’ufficio di Corredentrice. Il Redentore posto in stato di vittima sul suo seno è suo, è il Figlio suo! Ella, la Madre, Gli ha dato quel sangue che Egli ha versato come prezzo del nostro riscatto.
Il fiat del Calvario è un’eco perfetta del fiat di Nazaret.
- Il primo, il fiat di Nazaret, fece scendere Iddio nel suo purissimo seno, Iddio destinato a morire per la salute del mondo;
- il secondo, il fiat del Calvario, glielo pone nuovamente sul seno, ma già immolato per la salute del mondo.
Il primo fiat diede Dio agli uomini peccatori, perduti; il secondo fiat dà gli uomini a Dio, ma purificati, ma salvi, ma riconciliati con Lui. A Nazaret Maria riceve il prezzo da pagarsi per il nostro riscatto; sul Calvario Ella lo mostra al mondo come già versato.
Con tutto ciò che abbiamo detto, ci sembra di aver dimostrato sufficientemente come la Scrittura del Vecchio e del Nuovo Testamento, rettamente interpretata, proclami la Vergine Santissima quale Corredentrice del genere umano nel senso più stretto di questa parola. E la Scrittura non è altro che la voce di Dio.