CULTURA: “Ebraismo virtuale” di Ariel Toaff

In un libro complesso, interessante e a più tratti discutibile (Ariel Toaff, Ebraismo virtuale, Rizzoli, 2008, 142 pagine, 12 euro) lo storico del Cristianesimo Giovanni Filoramo ironizzava giustamente sui paradossi del decostruttivismo epistemologico quale esito estremo ma necessario della “deriva relativistica”: in base ad esso «negli Stati Uniti il politically correct ha portato in non poche università e dipartimenti di studi religiosi ad esigere che soltanto studiosi afro-brasiliani siano legittimati ad insegnare le religioni afro-brasiliane e così via!».

Tutto ciò per favorire l’annullamento in radice di ogni possibile discriminazione o pregiudizio negativo verso l’oggetto di studio trattato. Ma questo è un modo elegante e assai alla moda per negare di traverso l’oggettività della ricerca scientifica la quale può, e deve perché può, cercare la verità, che è una ed unica per tutti i ricercatori e al di là dei loro individuali punti di partenza.

Che questo pregiudizio al contrario sia valso in modo difficilmente superabile per l’Ebraismo appare fin troppo evidente: gli unici a poterne parlare apertamente, e dunque anche criticamente, sono stati fino a ieri, e ancora sono in buona parte oggi, i figli di Israele.

Il saggio in questione non fa eccezione, essendo l’autore il figlio dell’ex Gran Rabbino di Roma Elio Toaff, l’eccezione semmai si trova nel contenuto che ci pare interessante a più di un titolo. Dopo aver fatto parlare mezzo mondo di sé grazie al saggio storico di grande pregio scientifico intitolato Pasque di sangue (2007) (cfr. “Corrispondenza Romana”, n. 980/05 del 17 febbraio 2007) poi però censurato dalla comunità scientifica e quindi rivisto dall’autore (che ebbe perfino minacce di morte), Ariel Toaff in cinque brevi capitoletti descrive il grave rischio in gran parte già avvenuto di creare ex nihilo un “Ebraismo virtuale” sostituendo un mito agiografico alla storia reale del popolo ebraico, storia secondo l’autore fatta non solo di persecuzioni subite ma anche ricambiate, non solo di eroi senza macchia e senza paura (di cui ormai conosciamo quasi tutto grazie alla storia ‘ufficiale’) ma anche di pseudo messia e maghi, fanatici e criminali.

Nota l’autore che proprio questa storia surreale e oleografica, e costitutiva dei cosiddetti «miti fondatori della società di Israele» (p. 65), creerebbe una distanza incolmabile tra il Popolo Ebreo sempre vittima e sempre dalla parte giusta, e gli altri popoli tutti più o meno associati all’Haman o all’Amalek di biblica e triste memoria.

Davvero libere dagli imperanti canoni storiografici restano le considerazioni del prof. Toaff sulla Shoah, «la cui memoria sempre ingigantita, onnipresente e clamorosa ha paralizzato il dibattito nel mondo ebraico e di fatto trasformato la sua storia in mito edificante, dove i confini tra terra e cielo sono ormai irrilevanti e le scansioni cronologiche inesistenti» (p. 14).
Dibattito storiografico importante quello innescato dall’Autore ma comunque tutto interno all’Ebraismo e alle sue varie anime contemporanee, da quella laica e progressista a quella ortodossa e tradizionalista: lo storico non lesina critiche ingiuste o esagerate alla cristianità accusata di essere in fondo sempre colpevole persino in quelle colpe che l’Autore e i documenti analizzati attribuiscono alla comunità ebraica vivente nel suo seno.

Paradigmatico in tal senso il riferimento velenoso ad un predecessore di suo padre al Gran Rabbinato romano, la figura dignitosissima di Israel Zoller, divenuto cristiano col nome di Eugenio Zolli (cfr. pp. 75-76).

Sarebbe auspicabile che questa rimessa in discussione dei «miti fondatori sia dell’ebraismo che dello Stato di Israele» (p. 16) sia ascoltata e recepita anche in alcuni ambienti cattolici, talvolta in prima linea nella creazione di un inesistente Ebraismo virtuale, come pure del mito dell’unicità storica o forse a-storica della Shoah la quale farebbe ripensare, con evidente tendenza all’aggiornamento e al ribasso, alla trascendenza e all’onnipotenza di Dio.

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