Cina: costretta ad abortire al settimo mese

(di Emanuele Gagliardi) La rigida politica del figlio unico continua a seminare orrore in Cina. Il 3 giugno scorso, Feng Jianmei, cinese dello Shanxi, è stata costretta ad abortire al settimo mese di gravidanza (cfr. “AsiaNews”, 12 giugno 2012). Il sito “Tianwang” riferisce che la donna è stata picchiata e trascinata in un veicolo da un gruppo di impiegati del Family planning, mentre suo marito Deng Jiyuan era al lavoro.

Gli incaricati del controllo demografico avevano chiesto 40.000 yuan (circa 4.000 euro) alla famiglia che aveva trasgredito la regola del figlio unico. Non avendo ricevuto il denaro, hanno fatto abortire Jianmei al settimo mese e, oltre alla violenza, hanno lasciato il corpo del piccolo abortito sul letto accanto alla madre. La donna si trova ora in ospedale nella città di Ankang.

«Tutto questo è un oltraggio. – sostiene Reggie Littlejohn, avvocato Usa che combatte per la difesa della donna in Cina (Women’s Rights Without Frontiers) ‒ Nessun governo legittimo potrebbe commettere o tollerare un atto simile. I responsabili dovrebbero essere perseguiti per crimini contro l’umanità». In Cina si praticano 13 milioni di aborti ogni anno, di questi moltissimi sono forzati.

La dissidente Chai Ling, una dei leader del movimento di Tian Anmen (1989), rifugiata negli Stati Uniti, e convertita al Cristianesimo ha ribadito che «l’applicazione brutale e violenta della politica del figlio unico è il più grande crimine contro l’umanità attualmente in atto; è lo sventramento segreto e inumano di madri e figli; è il massacro di Tian Anmen che si ripete ogni ora; è un olocausto infinito che va avanti da 30 anni». (Emanuele Gagliardi)

Donazione Corrispondenza romana