CHIESA CATTOLICA: la prima beatificazione sul suolo giapponese

Il 24 novembre 2007 si è celebrata Nagasaki la beatificazione, la prima in terra giapponese, di 188 nipponici – sacerdoti, religiose e laici – uccisi tra il 1603 e il 1639 a causa della loro fede cattolica, che si aggiungono ai 42 santi e ai 395 beati – tutti martiri




Il 24 novembre 2007 si è celebrata Nagasaki la beatificazione, la prima in terra giapponese, di 188 nipponici – sacerdoti, religiose e laici – uccisi tra il 1603 e il 1639 a causa della loro fede cattolica, che si aggiungono ai 42 santi e ai 395 beati – tutti martiri – già elevati agli altari dai precedenti pontefici.

Tra i nuovi beati anche il padre gesuita Pietro Kibe Kasui, ordinato sacerdote a Roma nel 1620 (ove era giunto dall’esilio di Macao), e gesuita, a Lisbona, nel 1622. Nel 1614 il governo giapponese aveva costretto i cattolici ad andare in esilio (aveva già espulso i missionari stranieri nel 1587), e chiuso le chiese del Paese. All’epoca i cattolici in Giappone erano circa 300.000, evangelizzati dai gesuiti, con san Francesco Saverio, e dai francescani. Tornato in Giappone, Kasui viene catturato nel 1639 a Sendai insieme ad altri due sacerdoti. Interrogato e torturato per dieci giorni, dopo essersi rifiutato di abiurare, sarà martirizzato a Edo (attuale Tokyo) nel luglio 1639.
Tra gli altri martiri: Michele Kusurya, detto il “buon samaritano di Nagasaki”, ucciso come molti, legato al palo e arso vivo; Nicola Keian Fukunaga, gettato in fondo a un pozzo di fango. Altri furono inchiodati su croci o tagliati a pezzi, con crudeltà che non risparmiavano donne e bambini. Oltre che dalle uccisioni, la comunità cattolica fu decimata dalle apostasie di quanti abiuravano per timore. Eppure non fu annientata: sopravvive in clandestinità fino all’arrivo, due secoli dopo, di un regime più aperto.

Come ricorda il card. Giacomo Biffi «a Nagasaki fin dal secolo XVI era sorta la prima consistente comunità cattolica del Giappone. A Nagasaki il 5 febbraio 1597 avevano dato la vita per Cristo trentasei martiri (sei missionari francescani, tre gesuiti giapponesi, ventisette laici), canonizzati da Pio IX nel 1862. Quando riprende la persecuzione nel 1637 vengono uccisi addirittura trentacinquemila cristiani. Poi la giovane comunità vive, per così dire, nelle catacombe, separata dal resto della cattolicità e senza sacerdoti; ma non si estingue».

«Nel 1865 – prosegue il card. Biffi – il padre Petitjean scopre questa “Chiesa clandestina”, che si fa da lui riconoscere dopo essersi accertata che egli è celibe, che è devoto di Maria e obbedisce al Papa di Roma; e così la vita sacramentale può riprendere regolarmente. Nel 1889 è proclamata in Giappone la piena libertà religiosa, e tutto rifiorisce. Il 15 giugno 1891 viene eretta canonicamente la diocesi di Nagasaki, che nel 1927 accoglie come pastore monsignor Hayasaka, che è il primo vescovo giapponese ed è consacrato personalmente da Pio XI». Poiché la maggior parte dei cattolici giapponesi era di Nagasaki, Biffi si chiede «come mai per la seconda ecatombe è stata scelta, tra tutte, proprio la città del Giappone dove il cattolicesimo, oltre ad avere la storia più gloriosa, era anche più diffuso e affermato». In effetti, tra le vittime della bomba atomica su Nagasaki scomparvero in un sol giorno i due terzi della vivace comunità cattolica giapponese. Una comunità quasi azzerata con la violenza per due volte in tre secoli.

Gli ultimi dati ufficiali, del 2004, stimano in poco più di mezzo milione i giapponesi di fede cattolica. Pochi in rapporto a una popolazione di 126 milioni. Ma rispettati e influenti, anche grazie a una fitta rete di loro scuole e università. Inoltre, se ai giapponesi di nascita si sommano gli immigrati da altri Paesi dell’Asia, il numero dei cattolici raddoppia. Un rapporto del 2005 della Commissione per i migranti della Conferenza Episcopale calcola che il totale dei cattolici abbia di recente superato il milione, per la prima volta nella storia del Giappone.


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