BIOETICA: la “morte cerebrale”: un principio discutibile

A distanza di quarant’anni dalla convenzione di Harvard che statuì il concetto di “morte cerebrale”, sussistono buone ragioni scientifiche ed etiche per mettere in discussione tale paradigma. Se ne è discusso a Roma, lo scorso 19 febbraio durante il convegno “I segni della vita. La morte cerebrale è ancora vita?”, promosso dall’associazione Famiglia Domani e da alcune tra le maggiori organizzazioni pro-life americane: American Life League, Family of the Americas Foundation, Human Life International, International Foundation for Genetic Research, Life Guardian Foundation, Northwest Ohio Guild of the Catholic Medical Association, United States Coalition for Life.

La maggior parte dei relatori partecipanti avevano già preso parte ad un congresso internazionale analogo, tenutosi il 27 febbraio 2008, presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche. Da quel primo incontro, nel giro di un anno, il dibattito sulla morte cerebrale, anche in Italia, si è riacceso. Ne sono la prova il discusso articolo I segni della morte firmato da Lucetta Scaraffia sull’“Osservatore Romano” dello scorso 3 settembre e i significativi saggi di Paolo Becchi e Roberto de Mattei, curatore dell’antologia Finis Vitae. La morte cerebrale è ancora vita?.

Il tema della morte cerebrale era stato affrontato, sia pure indirettamente, da Papa Benedetto XVI, nel discorso ai partecipanti al congresso internazionale “Un dono per la vita. Considerazioni sulla donazione degli organi”, promosso dalla Pontificia Accademia per la Vita, dello scorso 7 novembre. In quell’occasione il Santo Padre affermò che «i singoli organi vitali non possono essere prelevati che ex cadavere», invitando implicitamente ad un ripensamento, in nome del progresso scientifico, rispetto al protocollo di Harvard (1968), seguito di pochi mesi al primo trapianto di cuore ad opera di Christian Barnard.

Le parole del Papa sono state richiamate nella relazione introduttiva da Roberto de Mattei, vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche e storico del cristianesimo all’Università Europea di Roma. Il professor de Mattei ha sottolineato che sul problema della morte «non c’è accordo nella comunità scientifica» e che tale tema «coinvolge i filosofi, i giuristi, i teologi, non soltanto gli scienziati. Questi ultimi possono solo constatare l’avvenimento del decesso, ma non definire l’esatto momento della morte».
I successivi interventi hanno fornito argomenti scientificamente plausibili in merito all’inattendibilità del concetto di morte cerebrale e sui dilemmi etici legati alla pratica dei trapianti d’organo. A tal proposito il professor Paul A. Byrne, neonatologo, docente all’Università di Toledo (Ohio), ha esposto alcuni emblematici casi di pazienti tornati alla vita normale, dopo una diagnosi di morte cerebrale.

Da parte sua il neurologo e neurochirurgo Cicero Galli Coimbra, professore all’Università di San Paolo del Brasile, ha spiegato il ruolo negativo giocato in situazioni cliniche estreme, dal cosiddetto “test di apnea”, procedura diagnostica suscettibile di provocare lesioni cerebrali gravi ed irreversibili. Per contro, secondo il professor Coimbra, va rivalutata la tecnica dell’ipotermia da lieve a moderata che permette il 50% di possibilità di risveglio dal coma profondo.

L’autonomia del sistema cardiocircolatorio rispetto all’attività cerebrale è stata spiegata in modo dettagliato nella relazione di John Andrew Armour, neurocardiologo dell’Università di Montreal. Secondo quanto spiegato dal professor Armour, esiste «un cervello funzionale del cuore», il quale, in autonomia rispetto alla corteccia cerebrale «può cogliere alterazioni nell’ambiente meccanico e chimico di varie regioni cardiache».

Argomentazioni contro l’identificazione della morte con il collasso delle funzioni cerebrali sono arrivate anche dai filosofi, giuristi e bioeticisti, intervenuti al convegno. Tra questi Joseph L. Verheijde, professore all’Arizona State University di Tempe, secondo il quale «finché un organismo interagisce anche minimamente con l’ambiente esterno, esso è da considerarsi in vita».

Il filosofo del diritto Paolo Becchi, docente all’Università di Genova, ha sottolineato, innanzitutto, l’assenza di unanimità sul concetto di morte cerebrale, in particolare se essa vada applicata all’intero cervello piuttosto che al solo tronco encefalico. Inoltre, secondo Becchi, non esistono criteri attendibili per stabilire dopo quanto tempo sia lecito espiantare un cuore dopo la cessazione del battito.

Secondo il professor Josef Seifert, membro della Pontificia Accademia per la Vita, «la vita umana è più profonda di tutte le funzioni integrate dell’encefalo e dell’integrazione di ogni cellula e ogni organo. Il suo principio integratore, in realtà, è l’anima». Il cervello non può quindi essere principio vitale di un organismo anche perché le altre funzioni (cardiocircolatoria, respiratoria, digestiva, ecc.) ne sono indipendenti. «Questa tesi – ha spiegato Seifert – è confermata dal fatto che il cervello non è il primo degli organi che compaiono nell’embrione umano». Quest’ultima posizione è stata sostenuta anche da Ari Joffe, specialista in pediatria all’Università dell’Alberta.

La necessità di una ripresa del dibattito accademico sul tema della morte cerebrale è stata sottolineata da Rosangela Barcaro, ricercatrice in bioetica e filosofia all’Università di Genova. La dottoressa Barcaro ha ricordato che non sempre «ciò che è accettato a livello legislativo è accettabile a livello scientifico», ricordando il valore dell’obiezione di coscienza, sia da parte del medico, sia da parte del paziente.

Secondo Rainer Beckmann, magistrato e membro della Academy for Ethics in Medicine si può parlare di morte quando siano cessate tutte le funzioni vitali. E ha citato casi di donne che hanno portato a termine gravidanze in encefalogramma piatto. Ciò, ad ennesima dimostrazione del fatto che, anche in caso di morte cerebrale, il resto del corpo può continuare a funzionare.

Il convegno è stato chiuso da una tavola rotonda che ha visto la partecipazione, tra gli altri, di mons. Ignacio Barreiro, direttore dell’ufficio romano di Human Life International, e di Stéphane Bauzon, ricercatore di filosofia del diritto all’Università di Roma-Tor Vergata. Renate Greinert (presidente della Kritische Aufklärung über Organtransplantation) e Mercedes Wilson (membro della Pontificia Accademia per la Vita) hanno invece illustrato le loro battaglie civili per la trasparenza e per il rispetto della dignità umana in materia di trapianti.

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