AMERICA LATINA: la confusa situazione in Honduras

Óscar Andrés Rodríguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa e cardinale, è stato sempre considerato un esponente dell’ala progressista della Chiesa, visto con favore da ambienti terzomondisti come un possibile papabile nell’ultimo Conclave. Eppure, egli ha ordinato all’episcopato dell’Honduras di chiedere al deposto presidente Zelaya di non tornare «per evitare un bagno di sangue».


È una posizione sofferta, che gli è valsa varie critiche e anche, da parte di alcuni analisti, il responso che avrebbe «perduto ogni possibilità di succedere a Benedetto XVI». Ma la sua posizione testimonia la complessità di quanto sta accadendo in Honduras, nel momento in cui tecnicamente ognuna delle parti in causa può essere accusata di aver violato la Costituzione: gli avversari di Zelaya, per la sua espulsione; ma anche lo stesso Zelaya, per il modo in cui si è ostinato ad andare avanti sul percorso di un referendum costituzionale malgrado l’opposizione di tutti gli organismi in condizione di pronunciarsi legittimamente sul tema.

Chiunque abbia ragione, però, la vicenda dimostra l’assoluta e paradossale impotenza del sistema panamericano incarnato dall’Organizzazione degli Stati Americani (Osa). Paradossale perché arriva proprio nel momento e su un tema in cui per la prima volta il presidente boliviano Hugo Chávez, grande alfiere dell’ondata radicale da cui anche Zelaya è stato contagiato, si trova d’accordo con quegli Stati Uniti da lui sempre indicati come la grande causa di tutti i mali latino-americani, nel dire che lo stesso Zelaya è tuttora «il legittimo presidente».

Di più: proprio Chávez ha sparato in continuazione sull’Osa per quella “clausola democratica” che ha impedito il reintegro di Cuba, pur dopo che l’Organizzazione aveva infine convenuto di cancellarne l’espulsione del 1962. Il governo dell’Avana dovrebbe infatti sottoporre le proprie istituzioni a un esame che non è affatto disposto ad accettare. Sempre Chávez ha pure accolto con insofferenza ogni critica esterna alle involuzioni autoritarie del proprio regime, considerando l’“ingerenza esterna” come il peggiore dei mali. E adesso, invece, si trova che solo una forte ingerenza esterna potrebbe ristabilire al potere il suo alleato, nel nome della “clausola democratica”.

Gli Stati Uniti, negli ultimi anni pronti a intervenire con energia in mezzo mondo, proprio perché con imbarazzanti code di paglia di eventi passati nell’ex-Cortile di Casa, hanno invece scelto da un paio di decadi la linea del non intervento più assoluto: a parte eventuali sanzioni commerciali che alla fine lasciano il tempo che trovano; a parte critiche verbali che alla fine risultano anch’esse controproducenti, al punto che molti considerano l’“avvertimento” su di lui dell’allora ambasciatore Usa a La Paz la vera origine del decollo elettorale che avrebbe portato il leader cocalero Evo Morales alla presidenza della Bolivia; ed a parte l’intervento deciso da Clinton per riportare al potere a Haiti Jean-Bertrand Aristide.

Classica eccezione che conferma la regola; e a favore di un personaggio che sarebbe stato poi comunque di nuovo rimosso a furor di popolo. In ciò Obama non rappresenta affatto un’evoluzione rispetto a George W. Bush, nel momento in cui condivide lo stesso segretario agli Affari Emisferici Shannon. A sua volta Chávez, che pure ha beneficiato di questo non interventismo per fare tutto quello che ha voluto, ha continuato però ad agitare il fantasma polemico dell’“imperialismo yanqui”, che in America Latina è sempre popolare. A quanto pare ci ha pure creduto, pensando sul serio che tutti i guai della regione derivano dalle trame di Washington. Di fronte a una situazione in cui Obama si limita a dirgli “hai ragione” continuando a non fare niente, letteralmente non sa che fare.

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