ABORTO: il neo femminismo nei movimenti per la vita

Sulla pillola abortiva Ru486 è stato detto e scritto “tutto”, ossia che non deve mai diventare un modo per aggirare la legge (194), che non si deve consentire la privatizzazione dell’aborto né il rischio del “fai-da-te”, che si deve tutelare la salute della donna, che l’aborto, sia esso chirurgico o chimico, è sempre una scelta drammatica, che la donna che sceglie di interrompere la gravidanza non deve essere lasciata sola ecc.

L’ennesimo esempio di pensiero debole e ideologicamente schierato ce lo offre in un’intervista rilasciata ad un quotidiano nazionale (“Il Giornale”, 16 luglio 2010) da Isabella Rauti, Consigliere Segretario del Consiglio Regionale del Lazio nonché membro dell’Istituto Europeo per l’Uguaglianza di Genere  e consulente del Ministro per le Pari Opportunità. La Rauti, riferendosi agli effetti della pillola abortiva, arriva a dire che «per la sicurezza e la salute della donna, bisogna monitorare che l’utero sia totalmente svuotato. È questo il punto! E su questo, nessuna scorciatoia è accettabile».

Tale modo di impostare la questione aborto ci sembra particolarmente indicativo di una mentalità di stampo femminista presente nella maggior parte dei soggetti (soprattutto donne, ma anche uomini) che occupano importanti ruoli politici e istituzionali. Certamente, il modo di scrivere e parlare è adattato all’attuale politicamente corretto che mal digerirebbe l’aggressività tipica del femminismo sessantottino.

Ma quale differenza sostanziale intercorre tra alcune delle espressioni più tipiche gridate nelle piazze italiane negli anni della contestazione e quelle più felpate delle varie Roccella, Morresi, Rauti, Carfagna, Prestigiacomo, Pollastrini e via dicendo? A ben vedere nessuna. “L’utero è mio e lo gestisco io”, “Giù le mani dal corpo della donna” ecc. erano espressioni sì colorite e violente ma quantomeno dirette e senza possibili fraintendimenti. Le ambigue affermazioni delle neo femministe rispecchiano invece il nuovo modo di fare breccia negli ambienti politici e culturali; il centro delle argomentazioni rimane sempre la donna con le sue “esigenze” mentre quello che cambia è l’atteggiamento a vittima predestinata tipico di un nuovo modo di fare femminismo, del tutto estraneo a quello classico rappresentato dall’almeno coerente Emma Bonino.

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