Con una delle ultime decisioni assunte sotto la guida della presidente Krystyna Pawłowicz, collocata anticipatamente in quiescenza dal 5 dicembre, la Corte costituzionale polacca ha dichiarato fuori legge il Partito comunista polacco (KPP), dichiarandolo “incompatibile” con la Costituzione della Repubblica.
Già con l’entrata in vigore dell’articolo 256 del codice penale, approvato nel 2009 per iniziativa dell’ex capo del governo Jarosław Kaczynski, leader del partito cattolico di destra Diritto e Giustizia (PiS), tutti i simboli comunisti erano stati proibiti con multe e pene detentive (fino a due anni) per chiunque avesse prodotto, importato, acquistato, offerto, trasportato o inviato oggetti con simboli comunisti. Come riconosciuto dalla dottrina, la proibizione dei simboli non impediva «l’attività dei partiti comunisti in Polonia, ma solo, ai sensi dell’articolo 13 della Costituzione, l’esistenza di partiti che nei loro programmi fanno riferimento ai metodi e alle pratiche totalitarie del comunismo, e non all’ideologia comunista nel suo complesso» [Agnieszka Grzelak, Opinia prawna na temat zasadności dodania w art. 256 Kodeksu karnego § 2 w brzmieniu uchwalonym przez Sejm 25 września 2009 (Parere giuridico sulla legittimità dell’aggiunta all’articolo 256 del Codice penale del § 2 nella formulazione approvata dal Sejm il 25 settembre 2009), in Zeszyty Prawnicze (Quaderni giuridici), Biuro Analiz Sejmowych, Kancelaria Sejmu (Ufficio analisi parlamentari • Cancelleria della Camera dei deputati), n. 1(22), Varsavia 2010].
Commentando la storica deliberazione resa nota il 3 dicembre scorso, quindi, la giudice Pawłowicz ha sostenuto che non poteva esserci alcun «posto nell’ordinamento giuridico della Repubblica di Polonia per un partito che glorifica criminali e regimi responsabili della morte di milioni di esseri umani, molti dei quali nostri compatrioti». I tentativi di mettere al bando il Partito comunista polacco risalgono nel Paese al 2020, quando l’allora procuratore generale e ministro della Giustizia Zbigniew Ziobro presentò una mozione che rimase però bloccata per motivi procedurali. Dopo il rinvio a tempo indeterminato di tale procedimento, il 6 novembre scorso il neo presidente Karol Nawrocki, precedentemente a capo dell’Istituto della Memoria Nazionale (2021-2025), ha presentato una nuova richiesta per vietare il partito guidato da Krzysztof Szwej, reo di apologia di «regimi criminali come lo stalinismo» e la cui «ideologia è contraria alla Costituzione polacca». Il presidente della Repubblica ha sostenuto quindi come il comunismo sia «contrario ai valori umani fondamentali e alle tradizioni della civiltà europea e cristiana».
In conformità con la legge sui partiti politici, la decisione della Corte costituzionale comporta ora la cancellazione della registrazione del KPP e la conseguente impossibilità della stessa formazione politica di presentarsi alle prossime elezioni.
Inquietante ad alcuni osservatori è apparsa la circostanza del collocamento in quiescenza anticipata del presidente della Consulta polacca a nemmeno 48 ore dalla delibera di bando del KPP. La giudice Pawłowicz, infatti, già deputato del PiS, ha cessato venerdì scorso dal suo incarico presso la Corte costituzionale«dopo che l’Istituto di Previdenza Sociale (ZUS) ne ha dichiarato l’inabilità al lavoro. […] Da statuto, il mandato di Krystyna Pawłowicz avrebbe dovuto concludersi nel 2028. Tuttavia, a metà del 2025, la giudice ha presentato una richiesta di pensionamento anticipato a motivo del certificato di inidoneità al servizio rilasciato dal medico legale del ZUS». Successivamente l’ex presidente della Corte polacca ha pubblicato una dichiarazione nella quale ha spiegato che«gli atti di odio nei confronti dei giudici della Corte costituzionale hanno influito negativamente sulla sua salute, peggiorandola in modo irreversibile»[cfr. Krystyna Pawłowicz odchodzi z Trybunału Konstytucyjnego. Tak ją pożegnano (Krystyna Pawłowicz lascia la Corte costituzionale. Ecco come è stata salutata), in Onet Wiadomości, 4 dicembre 2025 – https://wiadomosci.onet.pl/].
Ricordiamo che dal dicembre 2024, per decisione del governo di centrosinistra (il Tusk III, in carica dal 13 dicembre 2023), le sentenze della Corte costituzionale non vengono più pubblicate nella Gazzetta ufficiale. «Ringrazio tutti i dipendenti per la collaborazione e l’aiuto ricevuto in questi anni. Insieme abbiamo battuto record della Corte costituzionale, come il numero di sentenze emesse. Nel 2025 abbiamo infatti raggiunto il record di 22 sentenze. Senza di loro questi risultati sarebbero stati impossibili», ha successivamente scritto la Pawłowicz sul social X.
Perché allora Krystyna Pawłowicz ha lasciato la Corte costituzionale prima della fine del suo mandato? Non vorremmo che la risposta a questa domanda sia anche nella firma alla sentenza del 3 dicembre che, come detto, è stata una delle ultime alla quale ha partecipato la giudice.
«L’aggressione nei confronti delle istituzioni costituzionali, tra cui la Corte costituzionale, il suo presidente, i giudici, me compresa, ha creato condizioni che rendono difficile o addirittura impossibile l’esercizio delle funzioni di giudice della Corte che mi sono state affidate dal Sejm [la Camera dei deputati della Polinia] democraticamente eletto e dal presidente della Repubblica di Polonia», ha scritto Pawłowicz nella dichiarazione rilasciata nel suo ultimo giorno di servizio, sottolineando come gli attacchi personali subiti hanno finito per ostacolare anche il «normale funzionamento della vita privata».
Pawłowicz è stata nominata giudice della Corte costituzionale nel novembre 2019. Dal 2007 al 2011 ha anche fatto parte del Tribunale di Stato.
Negli ultimi anni sono stati diversi i Paesi europei che hanno emesso leggi o pronunce giudiziarie volte a proibire la pubblica esposizione della tradizionale simbologia comunista e talvolta l’esistenza stessa dei partiti comunisti. Tra gli Stati dell’ex blocco sovietico che si sono adoperati in tal senso ricordiamo anzitutto l’Ucraina il cui Parlamento, nel 2015, ha approvato una legge che proibisce la propaganda comunista (compresa l’esibizione dei simboli).
Da oltre un decennio in Lettonia, Lituania, Estonia e Georgia è proibito esibire simboli comunisti (compresa la Stella Rossa) e, dal 2013, lo stesso regime è stato adottato anche in Ungheria. Nel 2012 in Moldavia è stata approvata una legge similare ma, dichiarata in gran parte illegittima dal Tribunale Costituzionale, ha lasciato comunque in vigore notevoli restrizioni alla diffusione e propaganda dell’ideologia e dei simboli comunisti.
Sulla stessa linea la Croazia, Paese nel quale periodicamente si propone di vietare anche la Stella Rossa dell’Esercito popolare di Yugoslavia – EPLJ, comandato dal famigerato Comandante Josip Broz, più tardi conosciuto come “Maresciallo Tito”.