Non ci resta che piangere

Renzi(di Danilo Quinto) Per il Presidente del Consiglio sarebbe andato bene anche il risultato di Italia Germania del 1970: 4 a 3. Ha ottenuto, invece, la vittoria in cinque Regioni (Campania, Marche, Puglia, Toscana e Umbria), contro due del centrodestra. Non sembra, però, soddisfatto.

Troppo peso hanno avuto sul voto le faide interne del Partito Democratico, a cominciare dall’inedita e demagogica iniziativa della Presidente della Commissione Antimafia, Rosi Bindi. La “pasionaria”, esorbitando dalle proprie competenze e funzioni e usandole in modo palese a fini di parte, ha inteso divulgare la lista di proscrizione dei cosiddetti “impresentabili”, per colpire soprattutto Vincenzo De Luca, che ha poi vinto in Campania.

Per Renzi, quindi, i “conti” nei confronti della minoranza interna sono da “regolare”: la consegna della Liguria al centrodestra lascerà di sicuro il segno. Salvo la “sostituzione” di un pezzo del suo partito con i dissidenti di Forza Italia – la componente che fa capo a Denis Verdini sarebbe pronta a sostenere il Governo – prima o poi il premier dovrà usare la sua “arma”. Le elezioni, che ora sono dietro l’angolo, potrebbero servirgli per togliere dal campo della “sua” partita, gli oppositori.

Quelli “esterni” sono per ora irrilevanti politicamente rispetto a quelli “interni”: la «sinistra masochista», come la chiamano i suoi luogotenenti, che «riesce a far eleggere i suoi avversari». Con un “nuovo” Parlamento, il Presidente del Consiglio, che è tale senza mandato elettorale, legittimerebbe e consoliderebbe il suo potere sbarazzandosi di tutto e di tutti. È quello che sembra volere, senza attendere la scadenza naturale del 2018.

Insieme all’incremento dell’astensionismo – ormai un italiano su due non vota più – è questo il primo risultato delle elezioni regionali. Per il resto, il voto ha largamente confermato le previsioni della vigilia, con un’eccezione, di cui diremo. Una grande affermazione della Lega di Matteo Salvini, che si proclama “vera alternativa a Renzi”: «Sono io il leader del centrodestra. Berlusconi sa leggere i numeri», ha aggiunto. Come a dire: “Si metta da parte. Ci penso io”. Sulla stessa linea, Raffaele Fitto, che in Puglia, con la sua lista, ha surclassato quella di Forza Italia e chiede ora, con insistenza, le primarie per definire la leadership.

In questa situazione paludosa, trae beneficio – contro tutti i pronostici – il Movimento 5 Stelle, che ottiene un risultato mai raggiunto nelle elezioni amministrative e che, in molte situazioni, dovrà confrontarsi con la dimensione del Governo territoriale. La proposta di Michele Emiliano, che ha trionfato in Puglia, di offrire alla candidata del Movimento di Grillo, l’assessorato all’Ambiente – per ora rifiutata – va in questa direzione e conferma, d’altra parte, l’autonomia politica da Renzi dell’ex Sindaco di Bari, che è riuscito a costruire per se stesso una dimensione nazionale, così come ha fatto Luca Zaia, con la vittoria in Veneto, sul fronte opposto.

E Silvio Berlusconi? Renzi gli ha reso possibile l’occupazione negli ultimi giorni degli spazi televisivi, al fine di contro-bilanciare e “sterilizzare” l’avanzata di Salvini. La “mossa” ha limitato di danni, perché se la vittoria del leader di Forza Italia, si chiama Toti, c’è ben poco da festeggiare. Stesso “destino” per il Nuovo Centro Destra di Alfano, che presentandosi sotto la sigla di “Area Popolare” e forte di tre Ministri e qualche sottosegretario, raccoglie consensi quasi da prefisso telefonico. L’avanzata di Renzi non può essere contrastata da un centrodestra allo sbando, che non ha né un progetto politico né una leadership credibile.

Solo lavorando su questi due piani, potrebbe essere possibile contrastare sia l’astensionismo sia il potere renziano. Prendere atto di questa verità, significa agire con responsabilità. Merce rara, quest’ultima, nel momento storico che il paese attraversa.

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