“Molto grave” la situazione della libertà di stampa a Cuba

“Molto grave” la situazione della libertà di stampa a Cuba

Secondo l’ultimo Indice della libertà di stampa nel mondo (World Press Freedom Index: https://rsf.org/en/index), pubblicato negli scorsi giorni dalla ONG internazionale Reporter senza frontiere (RSF), con sede a Parigi, nella Repubblica socialista di Cuba il panorama mediatico è «fortemente compromesso» e, il Paese, risulta il fanalino di coda nella classifica mondiale risultando alla 160a posizione sui 180 Stati censiti.

Per stilare tale classifica RSF definisce un indice basato su parametri che riguardano il pluralismo, l’indipendenza dei media, l’ambiente, l’autocensura, la struttura legislativa, la trasparenza e le infrastrutture. Oltre a tali parametri quantitativi, però, per stilare la classifica mondiale dei Paesi nei quali c’è maggiore violazione della libertà di stampa la ONG ricorre anche a valutazioni espresse direttamente dall’Organizzazione, come le violenze contro i giornalisti, gli abusi attribuibili direttamente allo Stato, a milizie armate, a organizzazioni clandestine o a gruppi di pressione. Questi vengono monitorati dallo staff di RSF durante l’anno e sono anch’esse incluse nel punteggio finale.

Come nelle scorse 25 edizioni annuale del Report, quindi, Cuba si conferma nel novero dei Paesi oggetto di osservazione in quanto caratterizzato da una situazione «molto grave» in riferimento alla libertà di stampa. Alle continue proteste in strada e online per chiedere libertà e cibo, infatti, il regime castrista comunista cubano non smette di rispondere con pestaggi della polizia e arresti. 

Pochi sanno, oltretutto, che nelle prigioni cubane, specialmente in quella famigerata di Boniato, sono stati eseguiti dal regime “esperimenti” biologici su cavie umane del tutto simili a quelli dei lager nazisti. Lo ha denunciato, in passato, un testimone oculare come il poeta, scrittore, diplomatico e attivista cubano naturalizzato statunitense Armando Valladares, rinchiuso nelle carceri cubane per 22 anni, in un libro intitolato “Contro ogni speranza. Dal fondo delle carceri di Castro” (Sugarco, Milano 1987). 

La repressione del dissenso da parte del regime non ha fatto registrare attenuazione neppure a partire dal 19 aprile 2018, quando Raoul Castro ha ceduto la poltrona di presidente a Miguel Mario Díaz-Canel Bermúdez, il primo capo di Stato dalla Rivoluzione del 1959 non appartenente alla famiglia Castro. 

In base alla Costituzione da lui fatta approvare nel 2019, Cuba è definita all’articolo 1 «Stato socialista di diritto, democratico, indipendente e sovrano», fondato su un sistema monopartitico: il Partito Comunista, riconosciuto come la «forza dirigente superiore della società e dello Stato».

Negli ultimi anni Díaz-Canel Bermúdez si è trovato a gestire un sistema economico-sociale ormai giunto al collasso e, per giustificare i propri fallimenti, ha rilanciato la condanna del sempiterno “embargo” americano.

In effetti la crisi petrolifera innescata dalla caduta di Maduro in Venezuela ha portato a livelli inediti le conseguenze del bloqueo, l’embargo appunto che da sessant’anni è imposto all’isola caraibica e, ora, la situazione umanitaria è arrivata ad un’inedita gravità.

L’Amministrazione Trump giustifica in effetti la linea dura ritenendo Cuba una minaccia eccezionale per la sicurezza statunitense, auspicando al contempo un cambio di regime nell’isola in senso democratico. L’auspicio di un regime change attiene non solo al quadro politico-istituzionale vigente nel Paese, ma anche al ruolo destabilizzatore della dittatura caraibica nel resto del continente.

Come rilevato da osservatori internazionali di diversa estrazione politica e culturale, l’embargo statunitense costituisce una concausa aggravante della situazione socioeconomica in corso, ma la causa primaria è rinvenibile nelle caratteristiche proprie e nei fallimenti intrinseci al regime cubano. Quest’ultimo, infatti, dal 2018 ad oggi non ha minimamente messo in discussione i capisaldi della dittatura castrista e di quel “costituzionalismo socialista” che si è rivelato unicamente strumentale al consolidamento del Partito unico ed alla considerazione internazionale del regime, senza nessuna conseguenza per il popolo.

Dal febbraio 2024 Cuba sta subendo ad esempio in modo sempre più frequente interruzioni di corrente che ormai lasciano più della metà dell’isola al buio. L’ente energetico nazionale ha ammesso un «deficit cronico» di 750 e oltre MW e, in definitiva, l’isola caraibica non riesce più a produrre l’energia elettrica di cui ha bisogno. 

La crisi del carburante è poi diventata negli ultimi mesi il perno attorno a cui ruota gran parte del disastro umanitario di Cuba. Gli effetti diretti e indiretti, come la paralisi dei trasporti, la carenza di cibo e medicinali, il deterioramento progressivo dei servizi di base e i blackout prolungati, scandiscono una routine insopportabile per milioni di persone.

Sul piano sociale la Rivoluzione castrista ha condotto a una società ingessata, nella quale l’assenza di iniziativa e di libertà, l’adesione imposta alla routine e alla burocrazia di Stato, l’obbedienza cieca e inerte al Partito Comunista Cubano hanno creato il terreno fertile per le l’inerzia collettiva riscontrabile negli ultimi anni di fronte alla situazione disperata che sta attraversando il Paese.

Nel replicare ai giornalisti fuori dal Pontificio Istituto Patristico Augustinianum lo scorso 6 maggio, il segretario di Stato vaticano cardinale Pietro Parolin ha dichiarato che fra i temi oggetto dell’udienza accordata il giorno dopo da Papa Leone XIV al segretario di Stato Usa Marco Rubio vi sarebbe stata «probabilmente anche la questione di Cuba» (cit. in La linea della Santa Sede ferma su pace e disarmo, L’Osservatore Romano, 7 maggio 2026, p. 6).

Sembra quindi ineluttabile la fine dell’esperimento socialista di Fidel e Raoul Castro e, confidando anche nel realismo della diplomazia pontificia, speriamo che nei prossimi mesi si ponga fine ad una storia di oltre sessant’anni di persecuzione della Chiesa e di ogni fede religiosa, di repressione del dissenso e di povertà generalizzata.

Se in effetti tutti, cattolici in primo luogo, avessero conosciuto la storia reale del “paradiso” caraibico e dell’esperienza politica dei due dittatori per tanto tempo osannati dai radical chic dell’Occidente, forse le tragedie e le sorprese di questi giorni avrebbero lasciato il posto alla consapevolezza e all’azione politico-diplomatica in sostegno ai dissidenti. 

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