La partita difficile delle regionali di maggio

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310x0_1416741319453_rainews_2014112312103681(di Danilo Quinto) Sette regioni (Veneto, Liguria, Toscana, Marche, Umbria, Campania e Puglia) e 515 Comuni, andranno al voto tra qualche settimana. In un’unica tornata, così com’è stato stabilito dal Consiglio dei Ministri, con prima data utile il 31 maggio. «Una data demenziale – dice Matteo Salvini – nel bel mezzo di un ponte, scelta dalla sinistra che ha paura e vuol far votare meno gente possibile: ma li stupiremo».

È proprio quella della Lega la prima questione di quest’appuntamento elettorale. Si capirà la consistenza dell’“opa” che Salvini ha lanciato sul centrodestra e se avranno effetto sull’elettorato i suoi “no”: all’euro e a Bruxelles, all’immigrazione, alla politica economica e fiscale del Governo. È evidente che la Lega punta ad un risultato storico – preannunciato del resto dai sondaggi – e al Nord ambisce a diventare la seconda forza del Paese. Nonostante la defezione del Sindaco di Verona, che alle elezioni regionali si accorderà con il Nuovo Centro Destra e con la nascente formazione “Italia Unica” di Corrado Passera, la Lega non dovrebbe avere problemi nel confermare Luca Zaia.

Il vero obiettivo di Salvini, però, è quello d’insidiare il Partito Democratico nei suoi territori storici: la Liguria e la Toscana, in particolare. Se questo dovesse avvenire, Salvini ha già dichiarato che chiederebbe le dimissioni di Renzi. Un obiettivo difficile, ma non impossibile da ottenere, soprattutto se al voto andasse una quota consistente degli indecisi, che supera attualmente il 40%. Un dato enorme, che rende gli attuali sondaggi del tutto inaffidabili rispetto all’esito finale. Saranno certamente elezioni che sanciranno il tramonto della prospettiva di Grillo, che non ha saputo dare rappresentanza ad una larga fetta dell’elettorato, che esprimeva una posizione anti-politica, male interpretata e male gestita.

Ed è questa una variabile consistente: a chi andranno i voti che il Movimento 5 Stelle perderà? La Lega si candida di fatto ad essere anche il collettore di questi consensi. Le elezioni regionali rappresentano anche la cartina di tornasole per valutare lo stato dei consensi in cui versa attualmente Forza Italia. Paradossalmente, l’assoluzione del suo leader in Cassazione nel “processo Ruby”, non sembra abbia giovato da questo punto di vista. Tanto meno, le “bacchettate” ricevute sul piano morale prima dall’editoria cattolica (“Famiglia Cristiana” e Avvenire”) e poi dai Vescovi italiani (Galantino e Bagnasco), che proprio in coincidenza con l’indizione dell’“Anno della Misericordia” hanno inteso additare al pubblico ludibrio i comportamenti di Berlusconi, sancendo un’ingerenza nelle cose terrene della Chiesa italiana per molti versi impropria e inedita.

Anche la situazione interna a Forza Italia è molto confusa e contraddittoria. Mentre nel PD, la “fronda” interna a Renzi sbraita su ogni cosa, ma poi converge sugli obiettivi che contano come un “corpo solo” – l’elezione di Sergio Mattarella ne è stata una prova certa – in Forza Italia sono in molti a “rompere i cocci” senza pensare a come ricomporli. Da una parte, Denis Verdini – il vero “deus ex machina” del “Patto del Nazareno” – intenzionato a rinsaldare l’accordo con Renzi, che ha costituito il prodomo della presa del potere del leader del PD un anno fa.

Dall’altra, Raffaele Fitto, che mentre si accinge a perdere per la terza volta consecutiva la Regione Puglia, a favore dell’ex Sindaco di Bari, Michele Emiliano, maschera l’interesse a candidarsi all’eredità politica del suo leader. Questi – che come raccontano i giornali, sembra abbia ritirato le fideiussioni che garantivano la cospicua esposizione bancaria del Partito – non sembra avere in questo momento né le risorse finanziarie né soprattutto quelle umane e politiche per fronteggiare la crisi di un “giocattolo” che si sta dissolvendo davanti ai suoi occhi. (Danilo Quinto)

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