La necessità di nuove élites nella crisi del nostro tempo

La necessità di nuove élites nella crisi del nostro tempo

Corrispondenza Romana si è più volte occupata di Elon Musk e della sua inquietante visione del mondo (qui, qui, qui, qui). 

In queste settimane Musk è ancora una volta al centro delle controversie. In Italia si discute sulla possibilità che il governo gli affidi i servizi di telecomunicazione satellitare offerti dalla società SpaceX in cambio di 1,5 miliardi di euro nei prossimi cinque anni.  

Il tycoon sudafricano, al di là della sua genialità, è un personaggio imprevedibile, a cui sarebbe certamente rischioso affidare la sicurezza di un paese, ma il problema che si pone è un altro: come è possibile che oggi, un singolo individuo possa accumulare ricchezze tali da divenire un attore non governativo così potente sulla scena internazionale?  Ciò non sarebbe potuto avvenire in quelle società organiche e ordinate, guidate da autentiche élites, che l’Occidente cristiano ha conosciuto nel corso della sua storia. La rinascita di nuove élites cattoliche è ancora oggi l’unica strada percorribile per uscire dal dominio della tecnocrazia, come suggerisce il filosofo belga Marcel De Corte (1905-1994) in alcune pagine illuminanti, che qui sotto riportiamo, tratte da una sua conferenza del 1959, tradotta in italiano nel volume Fenomenologia dell’autodistruttore. Saggio sull’uomo occidentale contemporaneo (Borla Editore, Torino 1967).

L’élite indica quanto v’ha di meglio fra molti individui d’una stessa specie. La parola deriva da un antico participio passato del verbo “eleggere”, ed ogni elezione implica una designazione ad una dignità, ad una funzione, mediante una scelta. L’élite presuppone quindi l’approvazione degli altri, intesa non nel senso di suffragio universale o di elezione democratica, ma di stima più o meno diffusa in un gruppo, senza il minimo intervento artificiale di propaganda, per una specie di riconoscimento naturale e spontaneo dei “migliori” in questo gruppo. Espressioni come l’élite dell’esercito, l’élite di una classe, l’élite di un paese, ne mostrano chiaramente il significato sociale: ma c’è società e società. L’élite è espressa da una comunità gerarchicamente ordinata, del cui destinopartecipa con maggiorintensità e lucidità degli altri membri. In una comunità di questo genere, ognuno si trova sottoposto alle stessevicende liete o tristi, in una reciproca dipendenza di cui l’élite assume le condizioni più dure, e gli onori che ne conseguono. Non si può neppur pensare per un attimo all’élite di un esercito che abbandona al suo destino l’armata nel corso d’una battaglia. Essa integra invece il destino comune, dal principio alla fine: sua caratteristica essenziale è quella di riunire in sé il massimo di vicinanza e ad un tempo il massimo di distanza dall’inferiore. Per questo emerge al di sopra dei comuni mortali, e la sua esistenza è incompatibile con una struttura egualitaria e atomizzata della società, come pure con una società di tipo schiavistico: i capi degli schiavi non fanno parte di alcuna élite.

Ne viene che la natura dell’élite dipende essenzialmente dalla struttura del gruppo sociale di cui fa parte: varierà da gruppo a gruppo, e quindi l’élite del corpo dei pompieri non avrà lo stesso carattere di quella dei medici. Come definire dunque l’élite d’un gruppo sociale? Evidentemente, per mezzo della finalità perseguita dal gruppo stesso, e delle virtù messe in opera per raggiungerla. L’élite dell’esercito si definirà così attraverso il fine stesso dell’esercito, difendere l’integrità del territorio nazionale, e attraverso il coraggio che questo scopo richiede. L’élite d’una comunità contadina, attraverso la valorizzazione della terra, e con le virtù di pazienza, di attaccamento al suolo, di sottomissione ai ritmi della natura, e così via.

Ma al di là delle società ristrette, con fini limitati, che mettono in atto generalmente delle virtù morali legate all’esercizio di un mestiere o di una professione, c’è quella che potremmo chiamare la “grande società”, cioèl’insieme degli uomini d’una stessa civiltà, e d’una uguale concezione dell’uomo. Tutte le civiltà del passato hanno avuto le loro élites, nelle quali s’è incarnato un certo ideale umano. Tutte si sono proposte come fine la realizzazione di un tipo d’uomo conforme alla loro essenza, e tutte hanno coltivato delle virtù propriamente umane per raggiungere questo fine. Per esempio, ci è impossibile capire la civiltà greca senza conoscere il «kalòs k’agathòs», il «bello e buono», che ne costituisce il fiorfiore; come è impossibile capire la civiltà romana senza il «vir bonus dicendi peritus» o senza il «civis romanus»; o la civiltà medievale senza il santo, il cavaliere, l’hidalgo; o la civiltà francese del secolo XVII senza l’«honnête homme»; e la civiltà anglosassone senza il gentleman. 

Una civiltà non è soltanto un tesoro di opere letterarie, artistiche, scientifiche, religiose, ma essenzialmente un modo di vita, un insieme di atteggiamenti e di abitudini che distinguono l’uomo dall’animale, e che sono portate al loro punto di perfezione e di maturità proprio dai migliori, cioè dalle élites. Per questo tutte le grandi civiltà hanno portato alla luce un tipo d’uomo, un modello, che forse non sempre è una realtà, ma la cui capacità di attrazione governa gli sforzi di tutti coloro che beneficiano della sua forza illuminante. Caratteristica delle élites è di tendere verso questo tipo che vien loro proposto, con una testimonianza che è una affermazione, con un lavorio personale che lo fa proprio in profondità,con delle opere che lo concretizzano, e soprattutto con la pratica delle virtù umane che sono altrettanti passi verso di lui.  Naturalmente, questi modelli umani non sono uguali da una civiltà all’altra. Il cavaliere medievale non è identico al cittadino romano, e questo è molto diverso dall’«honnête homme». Ciò non toglie però che essi tendano tutti verso uno stesso fine, per vie analoghe.  Guardando alle civilizzazioni succedutesi in Europa, si vede che ciascuna di essa ha generato un tipo d’uomo ispiratore delle sue élites, nel momento in cui veniva meno il modello precedente, con la civiltà alla quale era legato.  

Che accade invece quando non esiste più un tipo d’uomo completo? E’ chiaro che la coerenza umana e sociale è minacciata di distruzione. L’essere umano è una sostanza fragile, i cui limiti, biologici e spirituali, si coordinano soltanto a prezzo di duro sforzo. Dove scompaiono i modelli e le élites, c’è da aspettarsi la disorganizzazione interiore dell’essere umano. Svanita l’energia motrice dell’esempio ideale e vissuto, la stragrande maggioranza degli uomini si disgrega psichicamente. Se chiamiamo spirito l’insieme delle facoltà superiori che ci elevano al di là di noi stessi, e vita l’insieme delle facoltà inferiori che le fanno partecipare al mondo della natura, e le nutrono di realtà, accade che spirito e vita si disgiungano. Lo spirito si devitalizza e si fa cerebrale, la vita si despiritualizza, e diventa animale. Nasce il conflitto: la personalità umana si divide in elementi antagonisti che si scontrano, ed ecco la psicosi, la nevrosi, la schizofrenia, le cui crisi si moltiplicano in modo inquietante nel mondo moderno. L’uomo, isolato in mezzo alle masse anonime di oggi, si spezza interiormente: il suo spirito, separato dalla vita che ci mette in relazione con il reale, funziona a vuoto, come un mulino che macini meccanicamente delle chimere.

L’uomo moderno tenterà bensì di rifare l’unità dello spirito e della vita, ma a livello più basso, ove sono precipitate le componenti del suo essere. Un cervello ipertrofizzato è capace di legarsi soltanto agli stimoli tenebrosi degli istinti; uno spirito freddo e calcolatore si aggrappa ai riflessi animali. La politica moderna ci offre innumerevoli esempi di questa confusione, nella straordinaria mescolanza di ideologia razionale e di passione irrazionale, che le serve per penetrare nel profondo dell’anima contemporanea, e farvi scattare le molle intime dell’azione: liberalismo e istinto egoista, egualitarismo e invidia, socialismo e istinto gregario, imperialismo e istinto di dominazione e di aggressività, pacifismo e paura, forma dell’istinto di difesa. Il marxismo rimescola nel suo sistema tutti questi istinti disordinati, è l’ideologia delle ideologie e la combinazione di tutte le passioni. E’ la politica che s’adatta come un guanto a ciò che l’uomo moderno sta per diventare, in mancanza di modelli e di élites. Ed è anche uno strumento critico di temibile efficacia contro il mondo, una volta libero, nella misura in cui questo non sa prendere coscienza della crisi delle élites, e non vi rimedia che con mezzi artificiali di selezione.

La civiltà moderna, che non sa più che cosa sia l’uomo, che non propone più agli uomini di far bene il loro mestiere di uomini, ed è priva di ogni finalità, è essenzialmente una civiltà di mezzi, una civiltà tecnica. Non è più il fine che fa sorgere i mezzi, ma questi ultimi costituiscono i fini perseguiti. Non sapendo più convergere verso un tipo, le élites di oggi non hanno altra risorsa che ricorrere a tecniche artificiali di elevazione sociale. Mettere in opera delle tecniche, significa oggi automaticamente appartenere all’élite, possedere i mezzi è diventato possedere i fini. L’avere ha sostituito l’essere.

Senza delle vere élites, una civiltà non può reggersi. Se non vuole essere sommersa dalla barbarie, deve recuperarle. Sotto i nostri occhi, se sappiamo aprirli, si stende la tragica antitesi delle nostre risorse: da una parte, mezzi immensi, una tecnica incomparabile, una conoscenza dei particolari spinta all’infinito; dall’altra, un’assenza quasi completa di finalità umana, uno straordinario silenzio sulla domanda fondamentale, «dove andiamo?», una massiccia caduta del senso della convergenza. La salvezza della nostra civiltà dipende dalla soluzione che sapremo dare al problema della riarticolazione dei mezzi ai fini. 

A prima vista, il venirmeno dei modelli di vita la rende perfino impossibile. Ma se è vero che i grandi modelli, come i santi, i geni e gli eroi, hanno perduto il loro potere di attrazione, ci restano, alle due estremità della catena, due tipi che hanno invece conservato il loro valore di esempio: da una parte, il Verbo incarnato, dall’altra, il padre e la madre di famiglia. Nel cristianesimo e nel calore della famiglia si trovano ancora, inalterabili, esempi vissuti di vita totale. Alla persistenza del loro legame è sospeso tutto il nostro destino. La famiglia cristiana, ecco il solo luogo della terra in cui si mantengono vive le élites… se noi lo vogliamo. Ecco il punto: se lo vogliamo. Bisogna che padre e madre siano oggi tali che i figli possano ammirarli, accordargli la loro approvazione, imitarli, scoprire in essi dei modelli di uomini e di cristiani, degli esempi di finalità vissuta, naturale come soprannaturale. La subordinazione dei mezzi ai fini diventa un semplice gioco, quando i fini si incarnano lucidamente e volontariamente.

Così nasceranno le nuove élites, umili, solide, e vere: con il contagio dell’esempio, nel segreto del cuore che prega senza stancarsi, nell’intimo del focolare che irradia luce. 

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