La Corte Suprema norvegese: sì all’obiezione di coscienza

(di Mauro Faverzani) La Corte Suprema norvegese, lo scorso 11 ottobre, ha riconosciuto il diritto ai medici di non compiere trattamenti sanitari, che possano andare contro alla loro coscienza. Come previsto peraltro dalla Convenzione europea sui diritti umani.

È stato questo il caso della dottoressa Katarzyna Jachinowicz, polacca, medico di famiglia nel Comune di Sauherad: convinta che «la vita abbia inizio al momento del concepimento», si era detta decisa a non «partecipare alla sua distruzione», somministrando terapie, che possano procurare l’aborto. Come i dispositivi intrauterini. Per questo, nel dicembre 2015, era stata licenziata, benché unanimemente riconosciuta come una professionista altamente qualificata, con oltre vent’anni di esperienza.

Ora il verdetto della Corte Suprema le ha reso giustizia e restituito ciò di cui era stata indebitamente privata, confermando un verdetto precedente, a lei favorevole, già emanato tempo fa da un tribunale di grado inferiore, verdetto impugnato dalle autorità sanitarie, che intendevano riportare la questione nelle aule giudiziarie ed andare fino in fondo.

La Norvegia ha una carenza cronica di medici, specialmente fuori dai centri urbani. Per questo si serve anche di personale immigrato altamente qualificato. Ma il lavoro non vale quanto la propria coscienza e nessuno ha il diritto di porre un professionista di fronte ad aut aut, che suonano come autentici, disumani ricatti: o lo stipendio o le proprie convinzioni.

Purtroppo, però, è stato notato come i medici, in tutta Europa, siano sempre più sottoposti a bieche minacce ed a velenose pressioni, affinché facciano anche ciò che moralmente ed eticamente ritengano sbagliato. Si noti peraltro come la dottoressa Jachimowicz provenga da un Paese, la Polonia, dove esattamente tre anni fa la Corte Costituzionale emise una sentenza, che estese il diritto all’obiezione di coscienza per i medici, ponendo così fine ad un lungo contenzioso con il Consiglio nazionale dei medici.

L’unico caso, in cui la Corte ha definito legittimo chiedere ad un medico di violare la propria coscienza è quando la donna si trovi in pericolo di morte oppure la sua salute sia gravemente minacciata. In tutti gli altri casi, anche urgenti, è incostituzionale obbligare un sanitario ad andare contro ai propri principi ed anche costringerlo ad indicare alla paziente un medico non obiettore, che possa assecondare le sue richieste abortive.

L’avvocato Håkon Bleken, difensore della dottoressa Jachimowicz, ha dichiarato che la decisione della Corte Suprema rappresenta «un passo nella giusta direzione» a tutela delle persone di fede, in qualunque ambito professionale: «La sentenza riconosce uno dei diritti fondamentali, quello d’agire secondo le convinzioni più radicate».

Eppure, su questo stesso fronte, oggi si registrano nuovi casi allarmanti, ad esempio in Irlanda e nel Regno Unito. Perché? È presto detto. In Irlanda, il ministro della Sanità, Simon Harris, ha avvertito: non intende accettare che dei dottori «mostrino la porta d’uscita» alle donne che richiedano informazioni sull’aborto.

Ciò, nonostante l’Associazione nazionale dei medici di famiglia ritenga meglio evitare che il sanitario si trovi obbligato ad affidare la propria paziente ad un altro specialista accomodante su questo punto. Quanto al Regno Unito, il prossimo 23 ottobre verrà votata una proposta, tesa ad abolire gli articoli 58 e 59 della «Legge sui delitti contro la persona» del 1861, articoli che penalizzano chi agevoli i mezzi per facilitare l’aborto. Secondo gli esperti, un eventuale voto favorevole potrebbe lasciare senza tutele quanti adducano motivi di coscienza per non far abortire.

Insomma, la guerra tra pro-choice e pro-life è quanto mai aperta ed accesa. Il che rende ancor più importante la sentenza della Corte Suprema norvegese, poiché fa giurisprudenza e rappresenta una vittoria. Della dottoressa Jachimowicz, certo. Ma soprattutto della vita. (Mauro Faverzani)

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