Il colpo di stato “democratico” di Erdogan

(di Lupo Glori) È di stretta misura la vittoria ottenuta dal presidente Recep Tayyip Erdogan nell’atteso referendum costituzionale, tenutosi domenica 16 aprile in Turchia. A partire dunque dal 2019, anno di entrata in vigore del nuovo sistema presidenziale, il “sultano” concentrerà nelle sue mani tutti i poteri dello Stato.

Il fronte del “Sì” ha infatti ottenuto un risicato 51,3 %, ben al di sotto delle aspettative, contro il 48,7 % ottenuto dagli avversari del “No” alla riforma. I principali oppositori di Erdogan, rappresentati dal partito kemalista “Chp”, si sono rivolti alla Commissione elettorale suprema (Ysk) chiedendo l’immediata cancellazione del voto per sospette irregolarità e brogli elettorali. Appelli che sono stati condivisi dagli osservatori dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) che hanno giudicato il voto referendario turco «non all’altezza degli standard internazionali».

Accuse e polemiche che non hanno però turbato in alcun modo Sadi Goven, a capo della Commissione elettorale turca, il quale ha ribadito l’assoluta regolarità delle procedure elettorali e confermato ufficialmente la vittoria del “Sì” al referendum costituzionale, rimandando al mittente le accuse del leader del maggiore partito d’opposizione Keman Kilicdaroglu, che contestava la validità di schede sprovviste del timbro ufficiale nel 37 % dei seggi. Per la formalizzazione finale dei risultati ora, come riportato dall’agenzia di stampa turca Anadolu, bisognerà attendere ancora una decina di giorni: «I risultati finali definitivi del referendum costituzionale saranno resi noti entro 11-12 giorni».

Le denunce di brogli non hanno scalfito di nulla il vincitore della consultazione elettorale, il presidente Erdogan che, nel suo primo discorso post-voto, ha sottolineato la portata storica dell’evento, proclamando come la Turchia con tale voto abbia appena preso «una decisione storica di cambiamento e trasformazione che tutti devono rispettare, compresi i Paesi che sono nostri alleati. (…) La Turchia ha preso la sua decisione con quasi 25 milioni di cittadini che hanno votato sì, con quasi 1,3 milioni di scarto. È facile difendere lo status quo, ma molto più difficile cambiare. Voglio ringraziare ogni nostro cittadino che è andato a votare. È la vittoria di tutta la nazione, compresi i nostri concittadini che vivono all’estero. Questi risultati avvieranno un nuovo processo per il nostro Paese».

Andando a vedere i dati riguardanti l’analisi del voto è possibile sottolineare almeno due elementi interessanti. Un primo dato che emerge è quello relativo alla distribuzione “geografica” del voto che, ancora una volta, rivela la radicata e significativa distinzione tra il “paese legale”, raffigurato dalla Turchia in “doppiopetto”, che bussa alla porta dell’Unione Europea, e il “paese reale”, la Turchia composta da uomini barbuti e donne velate, rappresentata dall’Anatolia profonda, islamica e tradizionalista.

Il “No” anti-Erdogan ha infatti vinto unicamente nelle grandi città, Istanbul (51,4%), Ankara (51,2%) e Smirne (oltre 70%), in alcun modo rappresentative del reale spirito turco. Il quadro che emerge è dunque quello di una profonda spaccatura tra i grandi centri urbani e le remote ma vastissime province interne e rurali del Paese, autentico specchio della Turchia di oggi e di ieri.

Il secondo dato che affiora dall’analisi del voto è il netto successo ottenuto da Erdogan all’estero, dove il “Sì” ha raggiunto il 58,6 % dei voti, una percentuale ben più alta di quella decisiva ai fini della vittoria, riportata complessivamente su scala nazionale. In Germania, Olanda, Austria e Belgio, il “Sì” ha infatti superato il 60 %, mettendo in luce come i 1.326.000 turchi presenti oggi in Europa siano tutt’altro che integrati ed “occidentalizzati” ed abbiano preferito di gran lunga schierarsi al fianco di Erdogan, protagonista negli ultimi tempi di dure ed accese polemiche con i governi e la popolazione dei propri paesi di residenza.

I turchi europei hanno dunque pienamente accolto l’appello del proprio leader che, all’apice della disputa internazionale, esplosa a seguito dei divieti di comizi per i politici turchi negli Stati della Ue, in un discorso trasmesso in televisione, tenuto nella città di Eskisehir, a sud di Istanbul, si era così rivolto agli immigrati turchi residenti in Europa: «Da qui faccio un appello ai miei fratelli in Europa. Vivete in quartieri migliori. Comprate le auto migliori. Vivete nelle case migliori. Non fate tre figli, ma cinque. Perché voi siete il futuro dell’Europa. Questa sarà la migliore risposta all’ingiustizia che vi è stata fatta».

La controversa vittoria di Erdogan, può essere definita di fatto, un “colpo di Stato democratico”. Il presidente turco ha infatti abilmente fatto uso dei regolari e leciti strumenti democratici per legittimare la propria “investitura politica” agli occhi della vigile comunità internazionale, avendo così da oggi “mani libere” per imporre alla Turchia la svolta “islamista” da lui sempre desiderata. Democrazia e demografia si confermano dunque le due formidabili armi predilette dall’Islam istituzionale per la silenziosa ed incruenta conquista dell’Europa. (Lupo Glori)

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