I frutti della perestrojka di Gorbaciov

I frutti della perestrojka di Gorbaciov
FONTE IMMAGINE: RFK Human Rights (https://rfkhumanrights.org/)

Se guardiamo al rapporto storico tra la Russia (allora Unione Sovietica) e Germania, nel periodo immediatamente successivo al 1989, si direbbe che quella di Michail Gorbačëv, segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica tra il 1985 e il 1991, sia stata una sconfitta su tutta la linea. Il leader del PCUS si arrese sul Muro di Berlino e sulla riunificazione immediata delle due Germanie dentro la Bundesrepublik, la CEE e il Patto Atlantico.

Eppure, se osserviamo gli avvenimenti degli ultimi trent’anni, i fatti di oggi, la sua sembra essere stata una ritirata strategica più che una fuga, soprattutto rispetto a ciò che Vladimir Putin ha realizzato strategicamente nel suo Estero Vicino.

La perestrojka di Gorbaciov e le sue scelte internazionali furono dettate soprattutto dalla disperazione del momento, ma anche dal bisogno di mutare al più presto gli equilibri territoriali ed economici del continente per giocare l’ultima carta della sopravvivenza sua e del suo Paese: la possibilità di un’enorme rivoluzione geopolitica. Egli finse di scandalizzarsi sulla fine della divisione tedesca, ma in realtà non si oppose a nessuna delle richieste che venivano fatte al Cremlino. Gorbaciov sapeva che quello era l’unico modo per rompere l’isolamento politico della Russia e frenare l’emorragia finanziaria delle casse dello Stato, attraverso prestiti internazionali.

La Russia ottenne i primi 20 miliardi di dollari, e poi aiutò a consolidare la supremazia tedesca nel nascente quadro istituzionale europeo, restituendo a Berlino la sovranità ma anche la legittimità politica indispensabili a dispiegare nuovamente tutto il suo potenziale industriale e monetario su scala globale. Ma è quello che accadde nei successivi trent’anni ad essere degno di studio, giacché tra Mosca e Berlino si consolidò uno scambio fattuale di capitali bancari, tecnologie, risorse energetiche.

Nel 1989, l’Unione Sovietica soddisfaceva circa un terzo di tutta la domanda di gas della Germania Ovest. In termini di volume, le forniture di gas russo alla Germania erano aumentate da 1,1 miliardi di metri cubi nel 1973 a 25,7 miliardi di metri cubi nel 1993. Gorbaciov fu costretto a chiedere aiuto (anche) alla Germania, ma in una qualche misura creò le premesse di tutto ciò che gli occorreva per salvare la Russia. Egli scelse la Germania perché con quel Paese c’era qualcosa da mettere sul piatto della bilancia, finendo per regalare una supremazia che i tedeschi, finalmente riuniti, attendevano da cento anni.

Il gigante sovietico del 1989 usò la sua ancora ingente forza politica (e la deterrenza nucleare) per affidare al suo ex nemico tedesco l’instabilità economica in cambio della sopravvivenza, consegnandosi nelle mani di un Paese che aveva perso due guerre mondiali. La Germania però legò il suo destino al gas russo e ipotecò la sua proiezione geopolitica ma anche quella dell’Ucraina.

Il rapporto della Germania con il gas russo è una fonte perenne di discussioni negli Stati Uniti, che vedevano con preoccupazione la crescente dipendenza dell’Europa da questa fonte energetica. La politica dell’Ostpolitik, avviata dal cancelliere della Germania occidentale Willy Brandt, culminò nell’istituzione di relazioni diplomatiche tra la Germania occidentale e i suoi vicini orientali. Questa politica spianò la strada ad un accordo significativo tra la Germania occidentale e l’Unione Sovietica nel 1970, che comportava l’estensione del gasdotto Transgas e del gasdotto Soyuz attraverso quella che oggi è la Repubblica Ceca fino alla Baviera meridionale.

L’Europa di oggi somiglia a quella del 1910. Rimane in piedi l’impalcatura costruita gradualmente dopo il 1945 e dopo il 1989, tuttavia UE e NATO sono alle prese con l’instabilità dell’Eurasia. Di questo pericolo, diremo in un successivo momento, essendo in corso i negoziati per la suddivisione dell’Ucraina.

Ciò che risulta chiaro è che l’Europa non ha più il suo baricentro tra la Germania e la Francia, bensì tra la Polonia, l’Ucraina e l’Heartland, con tutti gli altri Paesi europei che si preparano ad andare in ordine sparso, chi guardando Londra e Washington, chi guardando Pechino, con Russia e India nel mezzo.

L’unione monetaria europea forse andrà avanti e si profilerà un qualche tentativo di accelerazione sull’unificazione politica, ma niente sarà più come prima perché, dopo le Torri gemelle di New York, e sotto le coperture semantiche, sono ripresi i giochi e i conflitti geopolitici tra le grandi potenze di un mondo destabilizzato e policentrico, che andrà riunendosi attorno a Stati Uniti e Cina.

La geopolitica di Berlino è caratterizzata dal suo orientamento occidentale, nonostante la persistente tentazione di spostarsi verso Est. È importante sottolineare che un disallineamento tedesco, accompagnato da un ulteriore rafforzamento delle relazioni commerciali con Russia e Cina, renderà più veloce lo sbriciolamento dell’attuale assetto europeo. 

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