L’attenzione degli ultimi articoli si è concentrata sulla figura di don Alberto Ravagnani e sulle sue recenti dichiarazioni in merito alla morale sessuale e matrimoniale. Diversi, infatti, sono gli equivoci emersi nelle parole del sacerdote: tutti si fondano su un malinteso relativo al concetto di subordinazione. In primo luogo, tra moglie e marito, in secondo luogo tra piacere e dovere, da ultimo tra fine unitivo e procreativo nel matrimonio. È quest’ultimo aspetto che, in tale sede, ci interesserà da vicino, approfondendolo ulteriormente alla luce dell’integralità della verità.
Don Ravagnani ha asserito che oggi la Chiesa insegnerebbe che il fine unitivo del matrimonio prevale su quello procreativo. Neanche considerando i più recenti insegnamenti magisteriali in merito, dalla Humanae Vitae (1968) di Paolo VI alla Familiaris Consortio (1981) di Giovanni Paolo II, si può desumere un tale assunto. In entrambe le encicliche, seppur non si espliciti come in passato la subordinazione del “significato” unitivo a quello procreativo, si ribadisce la loro “connessione inscindibile”. Da qui a sancire una prevalenza del primo rispetto al secondo, il passo è quantomeno temerario.
La Chiesa, insegnando la subordinazione tra i due fini, non ha mai inteso deprimerne uno a discapito dell’altro. Prova ne sia che Pio XII, nel suo discorso alla Sacra Rota del 3 ottobre 1941, ebbe a dire: «Due estremi […] sono da fuggirsi: da una parte, negare praticamente o il deprimere eccessivamente il fine secondario del matrimonio e dell’atto della generazione; dall’altra, lo sciogliere o il separare oltre misura l’atto coniugale dal fine primario, al quale secondo tutta la sua intrinseca struttura è primieramente e in modo principale ordinato».
Il fatto poi che, per la Chiesa, la subordinazione dei fini unitivo e procreativo non implica una negazione dell’uno a scapito dell’altro, è ulteriormente dimostrato dalla sua contrarietà morale tanto alla contraccezione – che mira all’atto sessuale escludendo la procreazione – quanto alla fecondazione artificiale (anche omologa) – che mira alla procreazione escludendo l’atto sessuale. Se la Chiesa ritenesse che la procreazione fosse un fine in sé, tanto da prevalere sull’unione dei coniugi, accetterebbe mezzi artificiali sostitutivi dell’atto coniugale.
Ma, ancor più, la morale cattolica vuole far risaltare la necessità per l’uomo di non “fermarsi” né all’uno, né all’altro in quanto c’è un fine ultimo che li trascende. Appare quindi utile soffermarsi sul concetto di “fine”, per poter far risaltare tutta la bellezza della dottrina cattolica sul matrimonio.
Il prof. Régis Jolivet, nel suo Trattato di Filosofia (ed. Morcelliana, Brescia, vol. 5, 1959, pp. 55-58), afferma che la prima e universale condizione della rettitudine degli atti umani è che essi siano ordinati al fine ultimo dell’uomo. In particolare, «il principio della finalità universale permette anche di determinare la gerarchia dei fini ai quali l’attività morale si ordina, perché l’ordine metafisico, […]subordina i fini secondari a un fine ultimo, che dovrà ritrovarsi, per spiegarli e giustificarli,in tutti i passi della volontà». Si tratta dunque di capire come si posizionano i fini unitivo e procreativo (secondari) rispetto al fine ultimo.
Tutti gli atti propri dell’uomo, in quanto essere ragionevole, procedono dalla sua intelligenza e dalla sua libera volontà e «sono necessariamente ordinati a un fine. Infatti, non vengono fatti a caso, poiché dipendono al tempo stesso dall’intelligenza, che esclude il caso, e dalla volontà che ha per oggetto il bene».
Chiaramente, l’uomo «non cerca il suo fine come la pietra o come l’animale: egli lo persegue coscientemente con l’intelligenza ch’egli possiede del rapporto dei suoi atti con il suo fine. Ciò equivale a dire che egli possiede la nozione di fine e la nozione di bene, nozioni che si identificano nella realtà, poiché la volontà non può essere mossa che dal bene e non trova il fine o il termine del suo moto che nel conseguimento del suo bene. Così il fine o il bene sono al tempo stesso il principio e il termine degli atti umani: il principio, perché il fine voluto o la volontà di conseguire il fine determina l’attività umana, il termine, perché al conseguimento del fine tendono tutti i passi e tutte le aspirazioni dell’uomo».
Dunque, l’uomo agisce sempre in vista di un fine, «ma questo stesso fine è un fine ultimo oppure non è che un mezzo in relazione a un fine ulteriore? In quest’ultimo caso è evidente che il fine non è voluto per sé stesso, ma trae la sua efficacia da un bene ch’esso deve procurare. A sua volta quest’ultimo o dipenderà da un bene più generale o sarà il fine ultimo e il bene supremo dell’attività umana. In ogni modo, dovremo arrivare a qualche bene supremo, a qualche fine ultimo che rappresenti la parte di causa prima in rapporto a tutti i fini particolari. Poiché è impossibile fermarsi a metà strada, né è possibile andare all’infinito (il che sarebbe la stessa cosa): o non vi è nessun fine, né per conseguenza nessun bene, né desiderio, né moto, o c’è un fine ultimo. Qui le cause seconde, che sono i fini particolari, vengono spiegate soltanto con l’influsso di una causa assolutamente prima, cioè di un fine ultimo e di un bene supremo».
La volontà, dal canto suo, tende per sua natura al bene e, non potendo raggiungere senza mediazioni il Sommo Bene (equivalente al Fine ultimo), si trova a farlo mediante il raggiungimento di una serie di beni intermedi e parziali funzionali ad esso. Il fine ultimo, in quanto tale, è unico perché unica è la natura umana che vi tende. Per tale motivo, esso non è oggetto di una scelta, così come la natura umana non è scelta ma data. A rigore, solo i fini secondari, essendo molteplici, possono essere scelti.
Jolivet dimostra che «Dio solo è il sommo bene al quale l’uomo aspira con tutte le forze della sua anima» ed è dunque «la condizione necessaria della perfezione e della felicità dell’uomo». Per di più, «l’uomo non può mai arrestare lo slancio del suo desiderio in alcun fine intermediario finito, perché egli conosce Dio mediante la sua ragione come Fine universale e come Causa prima delle sue aspirazioni alla perfezione e alla felicità» (p. 78).
Ma, andando più in profondità, «il possesso di Dio e la beatitudine dell’uomo sono ordinati ad un fine ulteriore, il quale è necessariamente il fine di tutta la creazione, cioè la gloria di Dio. Infatti, Dio, Atto Puro supremo e indipendente, crea liberamente, non per indigenza, ma per sovrabbondanza d’amore, in vista di far partecipi alla sua propria perfezione, sia materialmente (per l’essere che ricevono), sia formalmente (per la conoscenza e l’amore) quegli enti che egli chiama all’esistenza. Questi enti non gli aggiungono nulla, perché non dipendono che da lui, ma gli devono procurare quella gloria estrinseca che è il fine ultimo di Dio in quanto creatore». Pertanto, «il fine ultimo dell’uomo è dunque, oggettivamente, Dio e l’assimilazione a Dio; ma, formalmente, è gloria di Dio, che l’uomo attua perfettamente divenendo simile a Dio e per questo supremamente felice»(p. 79).
In questa prospettiva, fine unitivo e procreativo/educativo si inseriscono in una concatenazione di fini che si esaurisce nel fine di dare gloria a Dio tramite la procreazione di nuove anime che possano conoscerlo, amarlo e goderlo perennemente in cielo (cfr. Casti Connubii, AAS, 1930, vol. 22, p. 544). Questa verità così bella rende davvero l’idea della grandezza del matrimonio cristiano.