Lo scorso 17 ottobre è apparsa su Youtube un’intervista di Giorgia Soleri a don Alberto Ravagnani, sacerdote della Diocesi di Milano, molto seguito dai giovani, che ultimamente sta molto facendo parlare di sé per alcuni suoi interventi in contraddizione col Catechismo della Chiesa Cattolica, specialmente in relazione alla morale sessuale e matrimoniale. In questa intervista non sono mancate esplicite critiche del sacerdote all’insegnamento della Chiesa sul punto, suggerendo che essa dovrebbe rivedere alcune sue posizioni.
Ciò ci ricorda che la morale cattolica, in particolar modo su matrimonio e sessualità è osteggiata essenzialmente da tre profili di persone:
- Chi ben la conosce, ma la detesta in quanto derivante dalla legge morale naturale e, in ultima analisi, da Dio medesimo.
- Chi la conosce ma unicamente mediante il setaccio della Rivoluzione, che ha tutto l’interesse a mostrarne una versione distorta e perciò stesso detestabile;
- Chi la ignora completamente e vive nella totale indifferenza, assecondando semplicemente gli impulsi di una natura ferita dal peccato originale.
Una minoranza ben determinata, per lo più celata, corrisponde al primo profilo e, in virtù della propria “missione”, cerca con ogni mezzo di rimpinguare le schiere degli uomini che ricadono negli altri due, prediligendo la seconda casistica. Per tale motivo, è molto facile imbattersi in uomini e donne che possiedono un’idea distorta della morale sessuale cattolica e che, invece di cercare la verità, ne estremizzano alcune parti, tacendo quelle ad esse complementari e necessarie all’integrità (e quindi amabilità) della medesima. Perché, se è vero che la conoscenza di una verità non è condizione sufficiente per amarla, ne è pur sempre condizione necessaria (è impossibile amare ciò che non si conosce).
Facciamo un esempio pratico: don Ravagnani ha ricordato la sudditanza della moglie al marito. È vero che la morale cattolica insegna che il marito è capo della moglie, ma, avulsa dal contesto, tale asserzione si presta facilmente alla distorta narrazione femminista, che la estremizza fino a teorizzare erroneamente una schiavitù della donna rispetto all’uomo da cui ella deve liberarsi. Basta un’omissione ed ecco nascere i movimenti di emancipazione femminile che determinano inimicizia tra uomo e donna. Basterebbe integrare la precedente verità con la sua parte complementare per ripristinarne la piena armonia, spegnendo il naturale sussulto di un cuore umano ingiustamente privato dell’integralità della verità.
Se il marito è capo della moglie, essa non è però sua schiava, bensì compagna. Mons. Andrea Scotton, descrive con chiarezza questa verità, commentando l’episodio del Genesi in cui Dio crea Eva traendola dal corpo di Adamo (Corso Completo di Catechismo, I sacramenti, pp. 539-540): «Esaminiamo le parole che proruppero dalle labbra di Adamo alla vista di Eva […]. Egli disse così: “È questo l’osso delle mie ossa, è questa la carne della mia carne”. Avete capito voi, o donne? Avete capito voi, o uomini? Non l’uomo venne dalla donna, ma la donna venne dall’uomo (1 Cor., 11, 8). Dunque, l’uomo alla testa: e non si sconvolga l’ordine stabilito da Dio, si bandiscano per sempre le moderne teorie della emancipazione della donna e del libero amore […]».
Ed ecco l’integrazione: «ma la donna, o uomini, è ossa delle vostre ossa e carne della vostra carne. Dunque, non serva del marito, non schiava, ma compagna. Non estranea, ma parte del suo essere. Iddio – dice S. Agostino – non creò la donna dal capo dell’uomo, perché non fosse la sua padrona, non dal piede, perché non fosse la sua schiava, ma dal fianco, perché fosse la sua compagna. Dunque, la donna non deve essere il cervello della casa, ma il cuore […]. Dunque, alla donna si deve rispetto e rispetto profondo, amore e amore costante, aiuto ed aiuto operoso. Dunque, consiglio, guida, sostegno, baluardo, difesa. E tutto questo tanto più efficacemente, quanto più fosse debole: perché tutto il bene che il marito fa alla sua donna, è un bene che egli fa a sé medesimo (Eph., 5, 28)».
La donna – continua a dire Adamo – «prenderà il suo nome dall’uomo, giacché dall’uomo venne tratta. Per la qual cosa egli lascerà il padre e la madre e starà unito alla sua donna, e marito e moglie saranno due esseri in una sola carne: Erunt duo in carne una. Quanti insegnamenti! Tratta dall’uomo, la donna prenderà dall’uomo il suo nome. È quello che si verifica nel Matrimonio, poiché non è il marito che assume il nome della moglie, ma è la moglie che, senza perdere il suo, assume quello del marito».
Ma assumere, senza perdere il proprio, il nome dell’altro, pur essendo titolo di onore, è anche l’indizio d’una certa sudditanza. Infatti, «col nome che si assume, si acquistano dei diritti e insieme si contraggono dei doveri: la qual cosa avviene appunto della donna quando dà ad un uomo la mano di sposa. Essa perde infatti la padronanza di sé, perché diventa soggetta al marito, ma entra in possesso d’una certa padronanza sopra il marito, perché lo obbliga a conservare integra la fede coniugale. È questa la lezione di moralità pratica che ci porge, spiegato parola per parola, il testo latino. Ma se si prende il testo ebraico e si scompongono le lettere del vocabolo che corrisponde al Virago della nostra Volgata, la lezione pratica di moralità è molto più eloquente, perché significa due cose: in primo luogo che tra marito e moglie, finché si amano nel Signore, regna la pace, la concordia e la benedizione del cielo. In secondo luogo, che l’unione coniugale, se i due coniugi incominciano a guardarsi di cattivo occhio, a contrastare, a litigare, ad odiarsi, diventa fuoco aggiunto a fuoco: fuoco di collera, di ire e di risse in questa vita, e fuoco di dannazione nell’altra. Lo si vede con la esperienza di tutti i giorni: lo sanno per prova certi poveri mariti, lo sanno molto più spesso per prova certe povere mogli, vittime disgraziatissime di uomini sciuponi, ubbriaconi e, più che uomini, bestie».
Ecco che quanto viene deplorato oggi dalla società non è effetto della sudditanza della donna in sé, ma piuttosto della corruzione del rapporto tra marito e moglie che si allontana dall’ideale cristiano.
Solo la verità intera può essere amata, perché solo nell’interezza si manifestano bellezza e bontà, coerentemente col principio tomista bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu. La volontà umana tende solo a ciò che l’intelletto le indica come bene (Summa Theologiae, Ia, q. 82). Per questo, troncando la verità e privandola della sua bellezza e bontà, si apre la strada a un errore scambiato per bene. Parlare solo della sudditanza della moglie senza menzionare i doveri del marito e i reali fini di quella sudditanza, annulla la bellezza del matrimonio, sostituendola con un falso bene: l’emancipazione da una sudditanza che, isolata dal suo complemento, diventa tirannia.