POLITICA ESTERA: due terzi dell’umanità contro la moratoria della pena di morte

Appena dopo il voto con cui l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione per la moratoria della pena di morte in Iran – uno dei Paesi che hanno votato contro – tre assassini e un violentatore sono stati impiccati nel carcere di Evin, a Teheran.





Appena dopo il voto con cui l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione per la moratoria della pena di morte, in Iran – uno dei Paesi che hanno votato contro – tre assassini e un violentatore sono stati impiccati nel carcere di Evin, a Teheran. Quasi contemporaneamente, in Kenya – uno dei Paesi che si sono astenuti – otto detenuti non hanno atteso di verificare gli eventuali effetti della moratoria e sono fuggiti dal braccio della morte del carcere di massima sicurezza di Naivasha, una città vicina alla capitale Nairobi. Le due notizie confermano quello che in fin dei conti tutti sanno, dal Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon, al ministro degli Esteri italiano, Massimo D’Alema: e cioè che la moratoria non cambia la sorte dei condannati a morte.

Non la cambierebbe neanche se ad approvarla fosse stata un’ampia maggioranza dei membri delle Nazioni Unite, ma l’hanno sottoscritta soltanto 104 Paesi su 192. Contando poi gli abitanti, i 54 Stati che hanno votato contro la moratoria equivalgono a oltre quattro miliardi di persone, alle quali si devono aggiungere i cittadini dei 29 Stati che si sono astenuti e dei cinque che non hanno partecipato al voto, in tutto almeno altri 300 milioni di persone: quindi, in effetti, più di due terzi della popolazione mondiale non si sono espressi in favore della moratoria. Questo, al di là del fatto che le risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sono indicazioni non vincolanti, rende assai debole in termini di “dissuasione morale” il messaggio lanciato ai governi e ai popoli che praticano la pena capitale, come ha subito dimostrato l’Iran con le esecuzioni del 19 dicembre.

Tutto induce a prevedere che il regime di Ahmadinejad non smetterà di emettere condanne a morte e altrettanto faranno la Cina, l’Arabia Saudita, la Nigeria e altre decine di nazioni in alcune delle quali non solo si infliggono sentenze capitali, ma anche punizioni corporali che vanno dalla fustigazione all’amputazione delle mani per i ladri. In Iran, dove dall’inizio dell’anno le esecuzioni sono state quasi 300, la pena di morte è prevista tra l’altro in caso di adulterio, violenza carnale, apostasia, omicidio, sodomia, sia subita che praticata consensualmente. Risale al mese scorso l’impiccagione di un giovane di 21 anni accusato di aver avuto, all’età di 13 anni, rapporti sessuali con due coetanei.

Proprio l’Iran prova inoltre quanto sia lungo il cammino verso una effettiva abolizione della pena di morte, non solo a causa di regimi violenti e spietati, ma anche per il valore supremo che una parte dell’umanità attribuisce ancora al cosiddetto “prezzo del sangue”, vale a dire al dovere morale di placare chi ha subito la perdita di un familiare con la morte di chi ne è responsabile o di un suo congiunto. Riconoscendo tale valore, la legge coranica, secondo l’interpretazione datane da numerose comunità, lascia ai parenti di chi è stato ucciso il diritto di scegliere se rinunciare al “prezzo del sangue”, e tramutarlo in risarcimento pecuniario, oppure esigerlo: ed è quanto attende di sapere in queste ore Rahele Zemani, una donna iraniana la cui vita è nelle mani della famiglia del marito da lei assassinato dopo averne subito per anni le violenze e gli abusi. Va detto che, quando l’omicida è una donna e la vittima un uomo, la situazione diventa più difficile perché, applicando la legge islamica che riconosce alle donne metà del valore attribuito agli uomini, certe comunità musulmane ritengono che compensare la morte di un maschio richieda il sacrifico di due femmine e perciò pretendono che a essere ucciso sia un uomo oppure, oltre alla colpevole, un’altra donna.

Di tutto questo, evidentemente, non ha tenuto conto il presidente del Consiglio italiano Romano Prodi quando ha accolto con «immensa commozione» il risultato del voto e, con lui, tutti coloro che hanno usato espressioni di esultanza nel commentare quella che è stata definita «una giornata storica» per l’umanità. E dire che nel testo della risoluzione presentata all’Assemblea Generale si fa richiamo alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, al Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e alla Convenzione sui Diritti del Fanciullo: documenti e protocolli approvati e ampiamente sottoscritti in altrettante “giornate storiche” e da allora disattesi in decine di Stati senza che le Nazioni Unite siano in grado di impedirlo.

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