Manifestazioni pro-Pal e guerriglia urbana: opposti o alleati?

Manifestazioni pro-Pal e guerriglia urbana: opposti o alleati?
FONTE IMMAGINE: RaiNews.it (https://www.rainews.it/)

Lo scorso fine settimana è stato segnato da numerose manifestazioni per la situazione umanitaria di Gaza, anche in risposta all’arresto, da parte dell’esercito israeliano, degli attivisti della Global Sumud Flotilla in acque internazionali. In circa cento città italiane, stando alle cifre diffuse dai sindacati organizzatori, sarebbero scese in piazza due milioni di persone. Se è vero che non si dovrebbe chiedere all’oste quanto è buono il suo vino, è pur vero che certi movimenti sanno come impossessarsi delle pubbliche piazze: questo mostra da un lato che, soprattutto nei giovani, non si è ancora del tutto spenta quella disponibilità ad impegnarsi e a lottare per un ideale. Dall’altro, che i rivoluzionari sanno ben canalizzare le buone energie giovanili e deviarle verso i propri scopi: le immagini e la narrazione dei media fanno il resto, coinvolgendo emotivamente le masse. Una tale mobilitazione, infatti, non si è mai vista né per temi da sempre cari al mondo della sinistra, né per altre tragedie umanitarie nel mondo.

È significativo che la Premier, Giorgia Meloni, commentando provocatoriamente l’indizione dello sciopero di venerdì 3 ottobre, abbia asserito che «weekend lungo e rivoluzione non stanno insieme», utilizzando il termine “rivoluzione” in senso negativo. Le idee che hanno segnato queste manifestazioni, al di là delle buone intenzioni di alcuni, sono certamente di stampo rivoluzionario. Lo ha mostrato il fatto che questi eventi di piazza sono sempre stati accompagnati da fenomeni di guerriglia urbana dove sono rimasti feriti un totale di 96 agenti di polizia.

Alcuni obietteranno che, per una minoranza di facinorosi, vi sono stati tanti altri manifestanti pacifici, che avrebbero persino tentato di contenere i più violenti. L’affermazione, in sé, è vera, ma non infirma il nesso di causalità tra le idee di fondo che animano gli organizzatori di questi eventi e le espressioni violente in cui sfociano. Tale nesso sta nel processo rivoluzionario ben descritto dal prof. Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995) in Rivoluzione e Contro-rivoluzione (SugarCo, Milano, 2009). Infatti, «le molte crisi che scuotono il mondo odierno – dello Stato, della famiglia, dell’economia, della cultura e così via – costituiscono soltanto molteplici aspetti di un’unica crisi fondamentale, che ha come specifico campo d’azione l’uomo stesso. In altri termini, queste crisi hanno la loro radice nei problemi spirituali più profondi da dove si estendono a tutti gli aspetti della personalità dell’uomo contemporaneo e a tutte le sue attività» (p. 41).

 A questa crisi il filosofo dà il nome di “Rivoluzione”, un processo consistente nello «sviluppo per tappe di alcune tendenze sregolate dell’uomo occidentale e cristiano, e degli errori nati da esse» (p. 57). Tali tendenze «si sviluppano come i pruriti e i vizi, cioè, nella stessa misura in cui vengono soddisfatte, crescono d’intensità. Le tendenze producono crisi morali, dottrine erronee, e quindi rivoluzioni. Le une e le altre, a loro volta, esacerbano le tendenze. Queste ultime portano in seguito, e con un movimento analogo, a nuove crisi, nuovi errori, nuove rivoluzioni. Questo spiega perché ci troviamo oggi in un simile parossismo di empietà e d’immoralità, e anche in un tale abisso di disordini e di discordie» (p. 62).

Due, spiega ancora il pensatore brasiliano, sono le basi della Rivoluzione: «uguaglianza assoluta, libertà completa. E due sono le passioni che più la servono: l’orgoglio e la sensualità» (p. 78). Le passioni disordinate sono «tutti gli impulsi al peccato esistenti nell’uomo in conseguenza della triplice concupiscenza: quella della carne, quella degli occhi e la superbia della vita». È questo che porta all’odio dell’ordine, al totale livellamento delle istituzioni gerarchiche, al caos anarchico. Da queste tendenze scaturiscono le idee e i fatti, legati tra loro da una stretta concatenazione. Dietro gli episodi di violenza ci sono pensieri ed espressioni verbali di un odio sociale che ha a sua volta origine nel disordine interiore dell’anima.

Le manifestazioni avvenute il 3-4 ottobre ci offrono un esempio plastico di questo processo rivoluzionario, che coinvolge tanto i “moderati” maggioritari quanto gli “estremisti” minoritari, indipendentemente dalla parte politica. Entrambi sono espressione delle due velocità con cui si manifesta la Rivoluzione: quella lenta e quella rapida. Quest’ultima, generalmente destinata al fallimento sul piano immediato, mentre la prima, abitualmente coronata da successo. Ad esempio, «i movimenti pre-comunisti degli anabattisti trassero immediatamente, in diversi campi, tutte o quasi tutte le conseguenze dello spirito e delle tendenze della Pseudo-Riforma. Fallirono. Lentamente, nel corso di più di quattro secoli, le correnti più moderate del protestantesimo, avanzando di eccesso in eccesso, per tappe successive di dinamismo e di inerzia, vanno tuttavia favorendo gradatamente, in un modo o nell’altro, la marcia dell’Occidente verso lo stesso punto estremo».

I movimenti veloci non sono perciò inutili alla Rivoluzione: «l’esplosione di questi estremismi alza una bandiera, crea un punto di attrazione fisso che affascina per il suo stesso radicalismo i moderati, e verso cui questi cominciano lentamente a incamminarsi. Così, il socialismo respinge il comunismo, ma lo ammira in silenzio e tende a esso. Ancora prima nel tempo si potrebbe dire lo stesso a proposito del comunista Babeuf e dei suoi seguaci negli ultimi bagliori della Rivoluzione francese. Furono schiacciati. Ma lentamente la società sta percorrendo la via sulla quale essi avevano voluto portarla. Il fallimento degli estremisti è, dunque, soltanto apparente. Essi danno il loro contributo indirettamente, ma potentemente, alla Rivoluzione, attirando lentamente verso la realizzazione dei loro colpevoli ed esasperati vaneggiamenti la moltitudine innumerevole dei “prudenti”, dei “moderati” e dei mediocri» (p. 64).

Non è casuale nemmeno il carattere pacifista e antimilitarista di questi cortei. La Rivoluzione, mira a sostituire alla Civiltà Cristiana un «mondo nel cui seno le patrie unificate in una Repubblica Universale siano soltanto espressioni geografiche; un mondo senza disuguaglianze né sociali né economiche, diretto mediante la scienza e la tecnica, la propaganda e la psicologia, alla realizzazione, senza il soprannaturale, della felicità definitiva dell’uomo». In questo “paradiso tecnico”, «la pace deve essere perpetua. Infatti, la scienza dimostra che la guerra è un male. E la tecnica riesce a evitare tutte le cause di guerra. Da ciò una fondamentale incompatibilità tra la Rivoluzione e le forze armate, che dovranno essere completamente abolite. Nella Repubblica Universale vi sarà soltanto una polizia, finché i progressi della scienza e della tecnica non giungeranno a eliminare il crimine».

La divisa delle forze dell’ordine, con la sua semplice presenza, manifesta ai rivoluzionari delle verità di portata “insopportabilmente” contro-rivoluzionaria: «1) L’esistenza di valori superiori alla vita e per i quali si deve morire, il che è contrario alla mentalità socialista, tutta fatta di orrore per il rischio e per il dolore, di adorazione della sicurezza, e di grandissimo attaccamento alla vita terrena. 2) L’esistenza di una morale, perché la condizione militare è totalmente fondata su ideali di onore, di forza posta al servizio del bene e rivolta contro il male, ecc.» (pp. 97-98). È questo che si vuole rifiutare?

La soluzione alle guerre del nostro tempo non verrà dai cortei rivoluzionari, ma solo dal mutamento degli obiettivi proposti ai giovani: non l’odio distruttore, ma la restaurazione dell’ordine sociale di Cristo che è l’unico vero ordine che può assicurare la pace sociale.

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