Lo scorso 6 febbraio don Alberto Ravagnani ha rilasciato a Vanity Fair una intervista in cui ha toccato diversi aspetti della sua decisione di abbandonare il sacerdozio. Come spiegato in un precedente articolo, appare opportuno chiarire i termini delle sue affermazioni, data la sua grande esposizione mediatica.
Queste interviste tendono infatti a chiamare in causa numerosi temi, ma rimanendo rigorosamente alla superficie. Non bisogna quindi cadere nella tentazione di rispondere con la stessa superficialità, nel vano tentativo di chiudere rapidamente la discussione. Occorre invece prendersi il tempo di approfondire ogni tema e rispondere con calma, senza lasciarsi trascinare da quella fretta che conduce alla rovina (Pr. 21,5).
Perciò è utile il richiamo di mons. Pier Carlo Landucci che, nella sua opera sulla Sacra Vocazione, parla della sovrumanità dello stato sacerdotale, ricordando che la prassi della Chiesa sulla vita sacerdotale si è formata nel tempo sotto l’assistenza dello Spirito Santo. L’analisi, avverte, non deve partire dalle deformazioni dovute al compromesso mediocrista dei singoli, ma dal sacerdote quale deve essere secondo il Cuore di Dio e le direttive della Chiesa: il programma divino rimane anche quando gli uomini vi mancano.
Questo, ribadisce il Landucci, non giustifica l’accusa di utopia al programma di Dio: il problema della vocazione «pone una questione essenziale di “diritto”, ossia di “divino programma”, che non va confusa con quella di “fatto”. Il fatto non rivela il divino volere, ma la più o meno generosa corrispondenza dell’anima alla divina grazia. Il problema del grado e del tipo di santità voluto da Dio per il sacerdote è indipendente dal numero effettivo di anime sacerdotali che riescano a far combaciare il proprio “fatto” al “diritto”. L’utopia si avrebbe se […] si pensasse che il “diritto” combaci automaticamente e facilmente col “fatto”. Mentre non si ha utopia, ma verità, quando si considera l’obbligo di guardare al “diritto” – cioè al divino volere – per sforzarsi di adeguarvi il più possibile il “fatto”».
La sovrumanità morale dello stato sacerdotale si manifesta nel fatto che esso impegna stabilmente al rinnegamento di tre fondamentali e legittime tendenze della natura umana: le sollecitudini dell’io, del cuore e della roba, definite da san Tommaso d’Aquino nella Summa Contra Gentiles (III, 130). Mons. Landucci le esplicita osservando che la prima riguarda il desiderio di autonomia e di appartenere a sé stessi; la seconda la naturale inclinazione all’amore coniugale e alla formazione di una famiglia, secondo il monito divino (Gn. 1, 28; 2, 24; Mc. 10, 7-8); la terza la ricerca lecita delle ricchezze e delle comodità terrene.
Don Ravagnani, nelle sue interviste e sui social, ha toccato tutti e tre questi aspetti ma, in tale sede, si prenderà in esame il primo. Tra i vari temi affrontati, infatti, emerge particolarmente quello del rapporto tra il sacerdozio e la libertà. Secondo lui, «il punto è che c’è una certa deriva nel cristianesimo che disprezza l’Io, il corpo, la propria soggettività, il piacere e tutto quello che è connesso col benessere. È visto tutto male, con sospetto: per un uomo di Dio, quale un prete, pensare al proprio Io è considerato un peccato […]». Il ruolo del prete, afferma, “gli stava stretto”. In particolare, «le aspettative, gli obblighi, la percezione della gente, il dover essere rappresentante dell’istituzione Chiesa che esso comportava. Sentivo che tutto questo metteva a repentaglio la mia libertà, la mia soggettività».
Mons. Landucci considera proprio tale tendenza umana alla libertà e all’autonomia personale (pp. 75-85). Anche nella vita laicale esistono limiti alla libertà – nel lavoro, nella legge e nella vita familiare – ma il laico continua comunque a sentirsi padrone di sé e può scegliere, ad esempio, se mantenere o lasciare un determinato impiego. Egli ha il diritto di aspirare alla libertà nel maggior grado possibile. Il sacerdote, invece, deve rinunciare a questa aspirazione alla libertà: non solo nei fatti, ma anche interiormente, per necessità giuridica e per coerenza con la propria vocazione.
Dal punto di vista giuridico, infatti, per diritto divino ed ecclesiastico nessuno può essere ordinato sacerdote senza essere inserito nella gerarchia ecclesiastica. Il sacerdote è legato al Vescovo e incardinato in una diocesi attraverso un vincolo connesso all’incancellabile conferimento dei poteri sacri, e non da una dipendenza puramente esterna come quella di un impiego o della vita militare. Tuttavia, questo aspetto resta secondario, poiché un sacerdote potrebbe anche essere formalmente in regola con il diritto canonico e con il Vescovo pur dedicando solo il tempo residuo alle opere sacerdotali.
Ed è per questo che a tale dipendenza giuridica sostanziale si aggiunge una ben più profonda mortificazione della propria indipendenza, a titolo di coerenza sacerdotale a cui Dio chiama il suo eletto. Ciò fa sì che il sacerdote, veramente consapevole della propria missione, non appartenga più a sé, ma totalmente agli altri, a pro dei quali è chiamato a consumare tutte le sue energie. Egli possiede, infatti, incancellabilmente infusi nell’anima «quel carattere e quei poteri sacri, che lo rendono ministerialmente partecipe della stessa onnipotenza divina. Poche parole e trasformerà il pane in Dio, una formula e risusciterà le anime. Questi poteri trascendono talmente ogni altra capacità umana naturale e soprannaturale, da specificare l’orientamento esclusivo della sua vita, e da rendere il sacerdote supremamente incoerente – e, in un certo senso, per riguardo alle anime defraudate, crudele – se si dedicasse ad altre cose, non in relazione – diretta o indiretta – ai fini apostolici a cui tendono tali suoi poteri». Le capacità personali del sacerdote non vengono annullate, ma subordinate a tali divine capacità, con una gerarchizzazione «reclamata dalla natura delle cose e dal grido delle anime, che bramano il proprio risanamento, come il malato brama la guarigione».
Mons. Landucci fa un esempio che chiarisce bene il punto: un orologio potrebbe essere usato come fermacarte e una penna stilografica come punteruolo, ma sarebbe irragionevole, perché la loro struttura è ordinata a funzioni proprie. Le altre possibilità rimangono, ma restano secondarie e al servizio di quella principale. Allo stesso modo, nel sacerdote i poteri sacri ricevuti emergono su ogni altra capacità – quanto l’infinito rispetto al finito – e ne orientano in modo decisivo la missione.
Il sacerdote che non si dona totalmente «si pone in insanabile contrasto con la sua grandezza e la sua sublime e tremenda responsabilità: si pone in intima contraddizione con sé stesso. Per il fatto di avere inciso nell’anima il carattere e i poteri sacri, il prete deve sentire come rivolti a sé i gemiti di coloro che spiritualmente agonizzano nella grande epidemia dei peccati del mondo e deve sentirsi permanentemente mobilitato a sollievo di tanti mali e posto in stato permanente di emergenza. Nelle grandi epidemie il medico non è più suo, ma degli altri e deve darsi tutto a loro sollievo. Così e molto di più, e sempre, il prete per le anime». Parole scritte alla soglia degli anni ’60, ma valide ancor più oggi. Si calcola che ogni secondo, in media, muoiano poco meno di due persone nel mondo: ciò vuol dire che nei 5 minuti necessari per leggere questo articolo la drammatica alternativa tra salvezza o perdizione eterna s’è compiuta per circa 600 persone! Da ogni anima implicitamente si leva un grido urgente d’aiuto che il sacerdote non può ignorare, essendo egli ministro di redenzione nel dramma di salvezza delle anime.
Ciò, osserva mons. Landucci, è troppo per l’equilibrio psichico normale: richiede un equilibrio superumano. Se tanti ne fossero consapevoli, pondererebbero meglio la propria vocazione e, per chi già è sacerdote il proprio “io” passerebbe decisamente in secondo piano.