I saggi consigli di san John Henry Newman

I saggi consigli di san John Henry Newman
FONTE IMMAGINE: Vatican News (https://www.vaticannews.va/)

Lo scorso 31 luglio, la Sala Stampa della Santa Sede ha dato notizia che il Santo Padre Leone XIV, «ha confermato il parere affermativo della Sessione Plenaria dei Cardinali e Vescovi, Membri del Dicastero delle Cause dei Santi, circa il titolo di Dottore della Chiesa Universale che sarà prossimamente conferito a San John Henry Newman, Cardinale di Santa Romana Chiesa, Fondatore dell’Oratorio di San Filippo Neri in Inghilterra; nato a Londra (Regno Unito) il 21 febbraio 1801 e morto a Edgbaston (Regno Unito) l’11 agosto 1890».

Approfittando di questa significativa decisione, può ritenersi vantaggioso riprendere alcuni passaggi di un famoso testo redatto dal santo inglese negli anni successivi alla proclamazione del Dogma dell’Infallibilità Pontificia, fatta dal Beato Pio IX, nell’ambito del Concilio Vaticano I, con la Costituzione Dogmatica Pastor Aeternus del 18 luglio 1870. 

Si tratta della Lettera al Duca di Norfolk (A Letter addressed to His Grace to the Duke of Norfolk on occasion of Mr. Gladstone’s recent expostulation, Londra 1875), ovvero quel sapiente testo la cui motivazione è da ritrovarsi nella decisione dell’allora reverendo John Henry Newman – sacerdote della Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri di Birmingham – di dare una risposta al più volte primo ministro di Sua Maestà Britannica, William Ewart Gladstone. Questi, attraverso la pubblicazione del libello The Vatican decrees in their bearing on civil allegiance: a political expoltulation (Londra 1874), aveva sollevato dubbi circa la possibilità di fedeltà alla Corona da parte degli inglesi di religione cattolica, a causa della Infallibilità Pontificia. Il dogma veniva ritenuto totalizzante dal Gladstone, perché sarebbe stato capace di vincolare, l’operato dei sudditi cattolici, soggetti a un’autorità straniera, tanto da far sì che questi ultimi, potessero, non solo in questioni di Fede e morale, ma anche riguardo a molteplici ambiti del vivere sociale, rivelarsi, una possibile minaccia al vivere civile nell’Impero britannico. 

Nel suo testo Newman confuta le argomentazioni e le accuse del Gladstone, fornendo, altresì – e questo è quello che a noi qui interessa – tutta una serie di consigli che consideriamo utili ausili per i cattolici. Uno di essi potrebbe essere il caso dello sfruttamento di un distorto significato del concetto di “coscienza”.

Nella Lettera del Duca di Norfolk Newman stende parole chiarificatrici circa il concetto di coscienza, spiegando per esempio come «la coscienza non è un egoismo di lunga vista, né il desiderio di non contraddire a sé stesso; ma è messaggera di Colui, che con la natura e con la grazia ci parla dietro un velo, e ci ammaestra e ci regola per mezzo dei suoi rappresentanti. La coscienza è la aborigine del Vicario di Cristo, profeta nelle sue informazioni, monarca ne suoi perentori decreti, sacerdote nelle sue benedizioni ed anatemi…» (Lettera al Duca di Norfolk, Ufficio della rassegna nazionale, Firenze 1885, p. 59).

Partendo dall’argomento della coscienza, il testo della Lettera individua taluni ambiti dove possono sorgere queste erronee fondamenta. Ricorda infatti come siano «stati elevati nobili edilizi, quasi fortezze contro quella influenza spirituale invisibile che è troppo sottile per la scienza, troppo profonda per la letteratura; cattedre di università sono state fatte centri di un’avversa tradizione: pubblici scrittori, giorno per giorno, hanno insegnato ad innumerevoli lettori le teorie sovversive dei suoi diritti. Come nei tempi romani e nel medioevo si attaccò con la forza materiale la sua supremazia, così ora si lavora ad intelletto a scalzare le fondamenta d’un potere che la spada non potrebbe distruggere. Ci si dice che la coscienza è buona a frenare l’uomo primitivo ed ignorante; che il suo imperio è una immaginazione, che la nozione stessa della colpa, che essa ci dà, è puramente irrazionale …». 

E spiega quindi chiaramente come un tale contesto culturale e di posizioni abbia in sé le risorse per garantirci da qualsiasi chiamata di responsabilità, sia verso Dio, sia verso gli altri. Dice infatti: «… come può esservi libertà di volere, e per conseguenza responsabilità alcuna, in quella rete infinita, eterna di cause ed effetti, nella quale noi ci troviamo senza uscita? e qual retribuzione dobbiamo noi temere, se non abbiamo avuto vera scelta per fare il bene o il male?» (ibidem, p. 59).

La situazione descritta dal Newman forse non si è esaurita nelle università anglosassoni del diciannovesimo secolo. A volte pare essere ben radicata anche in taluni ambienti denominati come cattolici, dove in alcune occasioni si adombrano – se non si sostengono palesemente – posizioni pubblicistiche o accademiche analoghe a quelle criticate dallo stesso Cardinal Newman.

Il testo della Lettera fornisce ogni chiarimento per il cattolico disorientato da talune posizioni che sorgono in ambiti accademici, ma che poi vengono fatte proprie, o comunque presentate, e fortemente propagandate, nell’ambito di sedi ecclesiali. 

Newman pone una barriera invalicabile di fronte a tali generi di posizioni, ricorrendo, con luminosi esempi, a talune caratteristiche proprie del Romano Pontefice. Richiama, ad esempio, un’espressione che attribuisce a Monsignor Peter Richard Kenrick (1806–1896, arcivescovo di Saint Louis negli Stati Uniti d’America dal 1847 al 1895) che, riferendosi al Romano Pontefice, si dice: «Il potere gli fu dato per edificare non per distruggere. Se egli ne usa per ambizione di dominio (quod absit), difficilmente troverà popolazioni che gli obbediscano» (ibidem, p. 54). 

 Newman precisa il significato di questo avvertimento attraverso il richiamo al valore vincolante dei contenuti di quanto è stato divinamente rivelato. Il santo cardinale inglese ricorda come «non dipende in modo alcuno dal capriccio o dal piacere del Papa, di fare una dommatica definizione di tale o tale altra dottrina. Egli è legato e circoscritto dalla Rivelazione Divina, e dalle verità che questa contiene. Lo è dal Credo, già esistente, e dalle definizioni precedenti della Chiesa; dalla Legge divina e dalla costituzione della Chiesa stessa» (ibidem, p. 129).

Il consiglio del Newman, con il richiamo al potere vincolante ed esaltante della Rivelazione Divina si manifesta ancor più chiaramente quando egli poi coinvolge la Rivelazione chiamandola come il fondamento di qualsiasi sforzo umano, in primo luogo quello intellettuale. Dice infatti il cardinale che «la Religione Naturale, ancorché siano certe le sue fondamenta e dottrine, quando si indirizzano agli animi riflessivi e gravi, abbisogna d’essere sostenuta e completata dalla Rivelazione, affine di parlare con efficacia all’uman genere e soggiogare il mondo». 

E precisa poi di non voler ridurre la Rivelazione «della quale è conservatrice la Chiesa, ad una semplice riproduzione della legge naturale; ma pure è ben vero che sebbene la Rivelazione sia tanto distinta dalla scienza della natura, e la avanzi di tanto, tuttavia non ne è indipendente, né senza relazioni con essa, ma ne forma il complemento, la conferma, il termine, la personificazione e l’interpretazione. Il Papa, che viene per rivelazione, non ha giurisdizione sulla Natura. Se sotto il pretesto delle sue prerogative rivelate egli trascurasse la sua missione di predicare la verità, la giustizia, il perdono e la pace; se peggio, facesse man bassa delle coscienze dei suoi sudditi; se egli avesse operato a questo modo continuamente, come dicono i protestanti, non avrebbe potuto durare tutti questi secoli fin qui …» (ibidem, p. 63).

Rimaniamo quindi sicuri grazie a questa “barriera invalicabile” che si stende a difesa e gloria della Chiesa Cattolica attraverso la Sede di San Pietro e agisce mediante la coscienza rettamente intesa. Con buona pace di tanti malevoli e compiacenti tentativi che “coscientemente” si è chiamati a confutare. 

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