De Maria numquam satis

De Maria numquam satis

Il testo che riportiamo è tratto dal capitolo IV del volume II (La singolare missione di Maria SS.) dell’opera La Madonna secondo la fede e la teologia (Libreria editrice F. Ferrari, Roma 1953) del noto mariologo padre Gabriele Roschini osm (1900-1977), religioso dell’Ordine dei Serviti.

  1. L’insegnamento della Liturgia

La liturgia, con le sue feste, con i suoi inni, ecc., ci rivela nel modo più chiaro qual è la fede della Chiesa sopra un dato punto dottrinale, poiché ciò che la Chiesa predica è sempre perfettamente conforme a ciò che essa pratica.

Per due volte la Chiesa festeggia i dolori di Maria SS.: il Venerdì di Passione e il quindici di settembre. Sorge quindi spontanea la domanda: perché mai queste feste? Si festeggiano forse i dolori? Ci sembra ovvia la risposta: non si festeggiano i dolori come tali, ma si festeggiano in quanto, con essi, la Vergine SS. ci ha redenti, ossia ha soddisfatto la divina giustizia per i nostri peccati e ci ha meritato tutte le grazie che ora ci vengono dispensate. Si festeggiano quindi le soddisfazioni e i meriti della Vergine SS., ottenuti al prezzo di ineffabili dolori. Nessuna meraviglia, dunque, se la Chiesa associa nel suo culto le piaghe del Figlio e i dolori della Madre, poiché le une e gli altri sono stati stabiliti da Dio come prezzo del nostro riscatto: «Summe Deus clementiae – septem dolores Virginis – plagasque Jesu Fili – fac rite nos revolvere» (Inno alle Laudi della Festa dei Sette Dolori).

Che sia questo precisamente il significato della duplice festa dei dolori di Maria appare evidente da alcune espressioni della liturgia delle due feste. La Chiesa, infatti, ci dice espressamente che le lacrime della Vergine SS. sono state sufficienti per lavare i peccati di tutto il mondo: «Nobis salutem conferant – Deiparae tot lacrymae quibus lavare sufficis – totius orbis crimina» (ibid.). Le lacrime della Vergine SS., dunque, ossia i suoi ineffabili dolori, hanno avuto – secondo la Chiesa – un vero valore corredentivo*, vale a dire sono state sufficienti per soddisfare (in forza dei dolori di Cristo e subordinatamente ad essi) tutti i peccati del mondo.

Né meno manifesta appare l’idea che ha la Chiesa sulla Corredentrice nella Messa dell’Addolorata. Nell’Epistola, infatti, desunta dal libro di Giuditta (Judith, 13), tributa alla Vergine SS. tutte quelle lodi che furono attribuite alla celebre liberatrice del popolo d’Israele dalla schiavitù dei nemici. Viene acclamata benedetta perché per mezzo di lei il Signore ha annientato i nostri nemici: «Per te ad nihilum redegit inimicos nostros». Si potrebbe esprimere in termini più precisi l’azione diretta (quantunque sempre subordinata e secondaria) della Vergine Santissima nella nostra redenzione, ossia nella nostra liberazione dai nemici dell’eterna salvezza? Una tale liberazione viene attribuita ai dolori della Vergine SS.: «Non pepercisti animae tuae propter angustias et tribulationem generis tui». E per questa ragione non verrà mai meno la lode di lei dalla bocca degli uomini: «Nomen tuum ita magnificavit, ut non recedat laus tua de ore hominum… pro quibus non pepercisti animae tuae».

Ecco il testo ripulito, con correzione dei refusi e punteggiatura uniformata, mantenendo il tono originale:

  1. L’insegnamento dell’episcopato cattolico

Ai Romani Pontefici hanno fatto e fanno eco i Vescovi sparsi in tutto l’orbe cattolico. Una paziente e diligente indagine su questo punto è stata fatta dal P. Carol, O.F.M. Noi ci limiteremo a dare le conclusioni di tali indagini, rimettendo, per le prove, agli scritti del sullodato autore, così benemerito nel campo corredenzionistico.

La stragrande maggioranza di circa 200 Vescovi, per lo più in lettere pastorali o in discorsi al popolo, asserisce esplicitamente che la Vergine SS. è «Corredentrice del genere umano», senza determinare però, in molti casi, il senso preciso di tale appellativo, forse supponendolo.

Vi sono, al contrario, parecchie testimonianze nelle quali vengono chiaramente espresse le varie modalità della corredenzione in senso stretto. Così, per esempio, si dichiara che la Vergine SS. è Corredentrice:

  1. perché, insieme con Cristo, particolarmente presso la croce, ha sofferto per la nostra salvezza;
  2. perché, insieme con Cristo, ci ha meritato la grazia redentrice;
  3. perché ha veramente soddisfatto, insieme con Cristo, per i nostri peccati;
  4. perché ha pagato anch’essa, insieme col Figlio, il prezzo della nostra salvezza;
  5. perché cooffrì la Vittima del sacrificio redentivo, offrì anzi se stessa e immolò, in certo senso, se stessa, insieme al Figlio, per la nostra salvezza.

Ne segue, perciò, che la Vergine SS. venga riconosciuta Corredentrice in senso vero e proprio, in quanto ha cooperato con Cristo, in modo prossimo o immediato, all’opera stessa della Redenzione. Fu tuttavia una cooperazione secondaria e del tutto subordinata alle operazioni di Cristo, Redentore principale e sufficientissimo. I Vescovi, anche quelli che vivono in regioni acattoliche, propongono tale dottrina come comune, tradizionale, anzi rivelata da Dio stesso nella S. Scrittura.

Lo stesso P. Carol ha pubblicato un’indagine sulla «Corredenzione della B. V. Maria in alcuni postulati rimessi alla S. Sede» in vista di ottenere la definizione dogmatica dell’Assunzione corporea di Maria SS. al cielo. In tali postulati, non pochi Vescovi, per provare l’Assunzione, ricorrono all’argomento dedotto dalla corredenzione. Alcuni (sette) offrono testimonianze generiche sulla Vergine «Corredentrice»; altri (trenta, appartenenti a sedi sparse in tutti e cinque i continenti) asseriscono esplicitamente che la dottrina sulla corredenzione di Maria SS. è «da Dio rivelata» (cfr. Hentrich-De Moos, Petitiones, vol. I, p. 32; vol. II, p. 278); altri ancora (ottantasei, appartenenti ai cinque continenti), infine, suppongono che la dottrina sulla corredenzione sia o rivelata o almeno teologicamente certa.

Il P. Carol, infine, alcuni anni fa prese l’iniziativa di comporre e diffondere una preghiera nella quale, nel modo più chiaro possibile, viene espressa la dottrina della cooperazione immediata di Maria SS. alla cosiddetta redenzione oggettiva. Inviò tale preghiera, per l’approvazione, a molti Vescovi (350) sparsi nei cinque continenti. Parecchi (317) l’hanno approvata e non pochi l’hanno anche indulgenziata.

Ciò posto, è ben difficile ammettere che un numero così cospicuo di Vescovi, sparsi in tutte le regioni dell’universo, abbiano potuto approvare e raccomandare una preghiera che non sia consona alla dottrina e alla mente della Chiesa cattolica, che sia cioè una deformazione anziché una legittima e omogenea evoluzione della primitiva tradizione intorno a un punto così fondamentale della dottrina cristiana.

Si può quindi legittimamente concludere che il Magistero ecclesiastico ordinario, sia dei Romani Pontefici sia dei Vescovi, insegni in modo non equivocabile la cooperazione immediata della Vergine SS. alla cosiddetta Redenzione oggettiva. Alla luce di questo insegnamento vanno attentamente considerati e spiegati i vari documenti sia della S. Scrittura sia della Tradizione.

Ecco il testo ripulito, con refusi corretti e punteggiatura uniformata, mantenendo lo stile originale:

LA VOCE DI DIO NEL VECCHIO TESTAMENTO

  1. Il Protovangelo, ossia la grande promessa del Redentore e della Corredentrice.

Subito dopo la caduta dei nostri progenitori nell’Eden, Iddio si rivolse al serpente tentatore e gli disse: «Poiché tu hai fatto questo, ossia hai ingannato la donna, io porrò inimicizia fra te (o serpente) e la donna, fra il seme tuo e il seme di lei. Essa ti schiaccerà il capo e tu tenderai insidie al suo calcagno» (Gen. 3, 14).

Abbiamo dimostrato altrove come il serpente di cui qui si parla sia il demonio, la donna sia la Vergine SS., il seme del serpente siano i cattivi e il seme della donna sia Gesù Cristo, il Messia.

La cooperazione immediata, quindi, della Vergine SS. alla nostra redenzione oggettiva può dirsi formalmente rivelata nel Protovangelo, ossia espressa con parole equivalenti.

È tanto evidente, nel Protovangelo, una tale cooperazione che gli stessi luterani, fra le varie ragioni per negare che «la donna» del Protovangelo sia Maria SS., portavano anche questa: se Maria è «la donna» del Protovangelo, sarebbe «corredentrice»; ma questo – dicevano essi – ripugna, perché Maria è peccatrice come tutti gli altri uomini e perché abbiamo un unico Redentore, Cristo (cfr. Gallus T., in Ephem. Mar., 2 , p. 427). L’esegesi, al contrario, dimostra come «la donna» del Protovangelo non possa essere altri che Maria. Ne segue perciò che essa sia vera «Corredentrice del genere umano», in linea secondaria e subordinata, conciliabilissima con l’unicità del Redentore.

  1. Le figure e i simboli della Corredentrice. 

Oltre ad essere preannunziata subito dopo la caduta del genere umano nell’oracolo genesiaco, la Corredentrice degli uomini, in quanto tale, venne anche prefigurata e simboleggiata da non poche persone e cose della storia del popolo ebreo. Queste figure e questi simboli sono come vaticini indiretti.

Ci insegna, infatti, san Paolo che gli avvenimenti, le persone e le cose del Vecchio Testamento erano figure e simboli del Nuovo: «Haec autem in figura facta sunt nostri» (1 Cor. 10, 6). Erano figure e simboli specialmente di Gesù Redentore e di Maria Corredentrice. Ciascuna di queste figure e ciascuno di questi simboli costituisce come una linea tracciata dal pittore divino nella tela dei secoli, onde profilare la completa figura dei due divini protagonisti del Nuovo Testamento, presentandoli così – prima ancora che essi toccassero col loro piede la terra – alla venerazione e all’invocazione degli uomini.

Ci limitiamo qui – secondo l’indole del nostro lavoro – a rievocare quelle figure e quei simboli che, come tratti di pennello divino, ci fanno apparire la Vergine nell’atto di cooperare direttamente e immediatamente all’opera della nostra salvezza, ossia alla redenzione del genere umano.

Tra le figure di Maria Corredentrice, riconosciute comunemente come tali dai Padri e dagli scrittori ecclesiastici (vedi Marracci, o.c., pp. 203–205), dominano: Debora, Giaele, Abigail, Giuditta, Ester. Tra i simboli: l’arca di Noè e l’iride di pace.

Tutte queste figure o tipi della Corredentrice hanno, per lo meno, un valore illustrativo della nostra tesi.

Ecco il testo ripulito, con correzione di refusi, normalizzazione della punteggiatura e sistemazione delle forme più evidenti, mantenendo fedeltà al registro e alla struttura originale.

LA VOCE DI DIO NEL NUOVO TESTAMENTO

Nel Nuovo Testamento noi troviamo l’adempimento perfetto di quanto era stato predetto e prefigurato nell’Antico Testamento. La Vergine SS., infatti, si delinea nettamente come Corredentrice, ossia come cooperatrice immediata all’opera della redenzione: 1) sia all’inizio di quest’opera (nell’Incarnazione redentiva del Verbo), sia 2) nel compimento della medesima (nella Passione e Morte del Redentore).

  1. Cooperazione di Maria all’inizio dell’opera redentrice, ossia al mistero dell’Incarnazione redentiva del Verbo. 

Che la Redenzione oggettiva del genere umano abbia avuto inizio, e sia stata virtualmente operata con l’atto stesso dell’Incarnazione del Verbo, è una verità che non può essere messa in dubbio. Non solo il parto, ma anche il concepimento del Verbo incarnato fu l’inizio della nostra salvezza: «extitit salutis exordium».

San Luigi Maria Grignion de Montfort ci fa notare che «grandi santi molto illuminati» proclamarono e pubblicamente predicarono che «la salute del mondo» è «cominciata per mezzo dell’Ave Maria» (Trattato, n. 249), ossia nell’Annunciazione, allorché il Verbo si fece carne nel seno di Maria. E prima di lui san Beda iniziava il commento del Vangelo dell’Annunciazione con queste parole: «Exordium nostrae redemptionis… hodierna nobis sancti Evangelii lectio commendat» (P.L., 94).

Per convincersi di questo nostro asserto fondamentale, basterebbe considerare le parole che san Paolo pone sulle labbra del Verbo incarnato fin dal suo ingresso nel mondo («ingredienst mundum»), ossia fin dal primo istante dell’Incarnazione: «Non hai voluto, o Padre, ostia né oblazione, ma a me hai formato un corpo; non ti sono piaciuti gli olocausti per il peccato. Allora io dissi: Ecco, io vengo (come nel rotolo del libro è scritto di me) per fare, o Dio, la tua volontà. […] E per questa volontà siamo stati santificati mediante l’oblazione del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre» (cfr. Hebr. 10).

È evidente – secondo queste parole – che l’elemento principale e fondamentale della redenzione è costituito dalla volontà di compiere in tutto la volontà del Padre, ossia dalla volontà di sacrificarsi. Orbene, questo elemento esisteva in Cristo fin dal primo istante della sua Incarnazione. Per questo, fin da quel primo istante ebbe reale inizio, anzi fu virtualmente operata, la nostra salvezza.

Col semplice farsi uomo per adempiere la volontà del Padre, Gesù si poneva nello stato di vittima e dava inizio al suo sacrificio. Poneva, per così dire, le premesse; la conclusione doveva sgorgare da sé. Egli si votava alla morte; anzi, incominciando a vivere da mortale, incominciava a morire, ossia a camminare sulla via che conduce alla morte. «L’Incarnazione – dice giustamente il Nicolas – conteneva così in sé medesima la Redenzione» (La Vergine Maria e i disegni divini, II, c. VIII).

Questa verità, fondamentale per la nostra tesi, viene mirabilmente lumeggiata da san Luigi Maria di Montfort. Parlando del mistero dell’Incarnazione del Verbo, egli afferma che «è qui il primo mistero di Gesù Cristo, il più nascosto, il più sublime e il meno conosciuto; è in questo mistero che Gesù, d’accordo con Maria, nel seno verginale di lei perciò chiamato dai santi “aula sacramentorum”, la sala dei segreti di Dio scelse tutti gli eletti; è in questo mistero che Gesù operò tutti i misteri della sua vita […] cosicché questo mistero è un compendio di tutti i misteri, che contiene la volontà e la grazia di tutti» (Trattato, n. 248).

Posta questa verità fondamentale, è facile provare, col Vangelo in mano, la nostra tesi. Il Vangelo, infatti, ci dice apertamente che la Vergine SS., col suo libero consenso, ha cooperato all’Incarnazione redentiva e quindi all’inizio dell’opera della nostra redenzione, dandoci il Redentore in quanto tale.

Basta leggere il racconto dell’Annunciazione (Lc 1, 26-38). È tutto un progetto – il progetto della riparazione del genere umano – che l’angelo propone a Maria, chiedendole da parte di Dio il suo consenso affinché possa essere attuato. La Vergine è libera: può accettare o no, poiché tutto il valore del «sì» – direbbe Fulton Sheen – sta nella possibilità di dire «no».

Da una parte ella vede l’erta sanguinosa del Golgota, con un oceano di dolore che l’attende; dall’altra vede tutte le generazioni umane, passate, presenti e future, che attendono la salvezza, sollecitando il suo consenso. Ella sta in mezzo, vera mediatrice di riconciliazione tra Dio e l’uomo. A lei la scelta: tra il dolore, ossia una missione dolorosissima, e la perdizione del genere umano. E sceglie generosamente il dolore, perché l’uomo sia salvo. Pronuncia il suo Fiat, che apre la via all’Incarnazione del Verbo, con la quale si inizia (anzi, virtualmente si compie) la nostra salvezza.

Per questo i Padri più antichi insistono più sull’Incarnazione che sulla morte redentrice. Così, per esempio, secondo sant’Ippolito Romano, la redenzione venne operata nel seno stesso della Vergine.

Ci si può dunque chiedere: questo consenso dato dalla Vergine SS. all’Incarnazione del Verbo può dirsi una vera cooperazione all’opera della nostra redenzione oggettiva? La risposta affermativa non è messa in dubbio da nessuno. Ma se si domanda se tale cooperazione sia prossima e immediata oppure remota e mediata, le opinioni divergono.

I fautori della Corredenzione in senso stretto sostengono che essa è prossima e immediata; gli avversari, invece, affermano che è remota e mediata, riducendola alla sola maternità fisica del Redentore.

Questo atteggiamento ci sembra insostenibile. L’argomento decisivo è tratto dalle condizioni richieste perché un’azione morale influisca direttamente su un effetto: efficacia e intenzione. L’azione deve essere efficace e deve tendere all’effetto.

A differenza dell’azione fisica, che agisce per gradi, l’azione morale (propria dell’intelletto e della volontà) può raggiungere immediatamente il fine. Per questo, quando un effetto è voluto, esso viene imputato direttamente all’agente morale, anche se il suo influsso fisico è remoto.

Applicando ciò al caso nostro: il consenso della Vergine fu efficace (poiché richiesto da Dio per l’Incarnazione redentiva) e intenzionale (poiché ella comprese di dare al mondo il Salvatore: «lo chiamerai Gesù»). Dunque tale consenso influisce direttamente e immediatamente sulla Redenzione.

Ne segue che Maria non ci ha dato semplicemente un uomo che poi sarebbe diventato Redentore, ma ci ha dato il Redentore in quanto tale. La sua cooperazione è quindi vera, immediata e morale.

La maternità divina, infatti, non è solo fisica, ma anche morale. Le madri ordinarie non conoscono il destino dei figli; Maria invece sapeva, per rivelazione, chi fosse e quale missione avesse il Figlio. Perciò il suo consenso coinvolge anche l’opera redentrice.

Per questo i Padri attribuiscono direttamente a Maria la redenzione del mondo: non in senso autonomo, ma subordinato a Cristo. Diversamente, il loro linguaggio sarebbe incomprensibile.

Infine, quanto alla conoscenza di Maria, non è necessario supporre una comprensione perfetta di tutti i dettagli della Passione, ma è ragionevole ritenere che ne avesse almeno una conoscenza sufficiente, anche alla luce delle Scritture (Is 53; Sal 21).

L’angelo stesso allude alla missione redentrice: «Lo chiamerai Gesù», cioè Salvatore. Il Fiat di Maria, quindi, riguarda l’Incarnazione in quanto redentiva. Con esso ha inizio la rigenerazione soprannaturale dell’umanità, che troverà il suo compimento sul Calvario.

Limitare il ruolo di Maria al solo concepimento significherebbe mutilare il mistero: come non c’è parto senza concepimento, così non si può separare Nazareth dal Golgota. Il Fiat dell’Annunciazione trova il suo compimento nel Fiat del Calvario.

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