ll card. Joseph Zen risponde al prof. Roberto de Mattei - Corrispondenza romana
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ll card. Joseph Zen risponde al prof. Roberto de Mattei

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Carissimi Stilumcuriali, riceviamo e volentieri pubblichiamo una dichiarazione che il cardinale Joseph Zen ha già pubblicato sul suo blog, in risposta ad alcune osservazioni che gli sono state fatte dal prof. Roberto De Mattei. Buona lettura. 

§§§

Mi permette, prof. Roberto de Mattei?

 Penso che tutti sappiano che qui a Hong Kong siamo in piena battaglia contro il potere che ci vuol dominare completamente, compresa la parola ed il pensiero.

 

Beati coloro che possono dire ciò che pensano, senza preoccuparsi se le autorità siano d’accordo.


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Lo scrivente è stato qualificato da qualcuno come parzialmente nel giusto e parzialmente errato. Il Professor de Mattei mi loda perchè protesto contro l’Ostpolitik del Vaticano nei riguardi della Chiesa in Cina, ma mi critica perchè diffendo, a spada tratta, il Concilio Vaticano II.

Ringrazio per le lodi e rispondo alle critiche (con il suo permesso).

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Non ho fatto studi profondi sul Vaticano II come il Professor de Mattei, ma dalla mia fede semplice, (non ingenua, non acritica) ritengo che gli insegnamenti dei Concili Ecumenici sono supremanente autorevoli, e non posso pensare che parte di essi possa finire un giorno “in un cestino” (Penso che in ciò il card. Brandmüller stia dalla mia parte).


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Non ritengo neppure giusto qualificare certi testi conciliari come “farragginosi ed ambigui”. Ovviamente certi testi sono frutti di un lavoro faticoso per raggiungere un consenso quasi totale dell’assemblea Conciliare, nel processo qualcuno ha dovuto rinunciare a ciò che pensava fosse già maturo o conveniente per essere pronunciato, mentre la maggioranza giudicava prematuro o non opportuno fare un pronunciamento: conclusioni di compromesso se le si vuole chiamare così, ma non ambigue. Il rinunciare a qualcosa, che qualcuno crede possa arricchire il pronunciamento, non per questo rende il pronunciamento ambiguo.

Il cambio metodologico pastorale non intacca necessariamente il contenuto del discorso.

Il Professore dice “secondo il nuovo spirito pastorale più importante della dottrina è il modo in cui la dottrina viene presentata”. Tale proposizione può essere malintesa, quasi che il modo di presentazione sia più importante della dottrina stessa, quasi che l’esigenza della presentazione possa comportare mutamento della dottrina.


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Nel discorso di apertura del Concilio Papa Giovanni dice: “Lo scopo principale di questo Concilio non è la discussione di questo o quel tema della dottrina fondamentale della Chiesa…Ma dalla rinnovata, serena e tranquilla adesione a tutto l’insegnamento della Chiesa nella sua interezza e precisione…è necessario che questa dottrina certa ed immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro Tempo.” Dunque, non è che la presentazione sia più importante della dottrina, è che ora ci concentriamo a studiare la presentazione (mentre la dottrina si suppone già messa al sicuro).

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Detto questo in generale veniamo a qualche dettaglio.

(A) Il Professora dice: l’“Ostpolitik”. È figlia del Concilio.” No! Il Concilio è stato l’occasione per tentare la politica dell’Ostpolitik. Non sembrava tollerabile un completo ignorare l’esistenza dei regimi comunisti, fare niente per venire in aiuto ai nostri Fratelli. Sfortunatamente, si comincia il tentativo avendo in mano quasi nessuna informazione sicura sulla situazione oltre la cortina. La tragedia è stata l’illusione, posteriore, di aver avuto un grande successo: di aver messo in piedi la gerarchia ecclesiastica in quei paesi.

Card. Parolin dice: “quando cercavamo candidati per l’episcopato cercavamo dei pastori, non dei gladiatori, non quelli che si oppongono sistematicamente al governo, non quelli che si fanno avanti nell’arena politica”.

Il fatto è che quei Vescovi, troppo sovente, erano servitori del regime ateo invece di essere pastori del gregge cristiano!

(B) Il Professore dice che il Discorso dell’apertura del Concilio tenuto da Giovanni XXIII è stato la magna carta della politica di détente: dall’anatema al dialogo…accantonare decenni di condanne…alla strategia della mano tesa…alla collaborazione con il nemico.

Sì, il Papa l’ha dichiarato candidamente. Ma, attenzione, détente non vuol dire arrendersi; accantonare le condanne (astenersi da anatemi) non vuol dire approvare gli errori (il Concilio “non disse una parola sul comunismo” dice il Professore). Ma bisogna essere ciechi per non vedere un lungo e chiaro discorso sull’ateismo, anche quello in forma sistematica, e l’atteggiamento della Chiesa di fronte ad esso, cominciando con “la Chiesa non può fare a meno di riprovare, …con tutta fermezza e con dolore tali perniciose dottrine e azioni” (è proprio necessario dire esplicitamente “comunismo marxista”?).

“Mano tesa” e “collaborazione” non vuol dire lasciarsi ammazzare dal nemico (come ora sta facendo il Vaticano, purtroppo non senza il consenso del Papa).

Anch’io ho collaborato con i comunisti, ho insegnato per sette anni in molti seminari sotto il loro controllo. Essi hanno potuto vantarsi di aver aperto la porta, ma io ho avuto l’apportunità, vera e completa, di insegnare a centinaia di seminaristi la sana dottrina filosofica e teologica, senza sconti.

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Il Professore si preoccupa che sostenendo il Concilio Vaticano II perderò dei sostenitori per la mia causa (la difesa della vera fede cattolica in Cina). Spero di no. Non sono d’accordo con l’arcivescovo Viganò in quanto non accetta il Vaticano II, ma lo sostengo in quanto esige che il Vaticano risponda alle sue accuse su fatti.

Del resto, se qualcuno smette di sostenermi per quel che ho detto qui sopra, mi dispiace, ma non posso farci niente: sono un conservatore, ma non ad oltranza.

Fonte: https://www.marcotosatti.com/2020/08/08/il-card-joseph-zen-risponde-al-prof-roberto-de-mattei/